Dal ministro Manfredi solo una serie di opzioni confuse e contrastanti, tipico di questo governo, senza una visione concreta per l’imminente inizio del nuovo anno accademico. Conversazione con Aurelio Tommasetti già Rettore dell’Università di Salerno, responsabile nazionale Dipartimento Università della Lega

Aurelio Tommasetti, già Rettore dell’Università di Salerno, responsabile nazionale  del Dipartimento Università della Lega, ha le idee chiare su come riprendere le attività in presenza nelle Università italiane dopo la chiusura forzata a causa della pandemia. E a nome del partito guidato da Matteo Salvini spiega che occorre definire un serio piano di investimenti pubblici, tesi al restringimento della forbice che vede alcune Università in grande difficoltà e ripensare al rapporto fra gli atenei e il mondo delle imprese, stimolando l’innovazione digitale, incentivando le discipline scientifico-tecnologiche, adeguando l’offerta formativa alle sfide del prossimo futuro.

Tommasetti, come valuta l’operato dell’attuale ministro dell’Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi?

Sono sorpreso dalla latitanza del ministro Manfredi, ricomparso al Tg2 dopo mesi di incomprensibile silenzio in uno dei momenti più critici nella storia dell’Università italiana. Mentre Svimez prevede un calo di circa diecimila immatricolazioni, in particolare al Sud, il Paese si aspettava, e attende tuttora, decisioni chiare e definitive rispetto alla riapertura delle Università. Il ministro, essendo stato fino a poco tempo fa Rettore di un grande Ateneo, avrebbe potuto e dovuto prendere decisamente l’iniziativa. Ebbene “ha deciso di non decidere”: didattica in presenza forse, in modalità mista sì ma con cautela, esami in sede ma non per tutti, ritorno in aula da valutare ma non per i fuori sede. Una serie di opzioni confuse e contrastanti, tipico di questo governo, senza una visione concreta per l’imminente inizio del nuovo anno accademico.

Cosa propone la Lega?

A settembre si riaprano gli Atenei, senza se e senza ma, o sarà troppo tardi. Le nostre proposte? Eccole: 1) avvio in presenza per le matricole; 2) uso misto di video-registrazioni o streaming e didattica in presenza a piccoli gruppi per approfondimenti tematici e momenti di confronto in aula con i docenti; 3) priorità per l’accesso ai laboratori ai tesisti sperimentali e ai ricercatori che espletano attività laboratoriali; 4) destinazione di risorse per la copertura delle immancabili spese di sanificazione; 5) istituzione nelle Università pubbliche di Unità Speciali di Continuità Assistenziale, un team costituito da medici e infermieri in grado di individuare, isolare e trattare i casi sospetti di Covid-19; 6) adeguamento del patrimonio universitario pubblico in termini di sicurezza e fruibilità.

In un recente editoriale sul Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli ha proposto di incoraggiare il contributo dei privati, il credito bancario studentesco e la compensazione del costo della vita universitaria tra le città. Qual è la posizione della Lega al riguardo?

Piuttosto che agevolare la migrazione interregionale – fermo restando che chiunque ha il diritto di formarsi dove meglio crede – bisogna aiutare gli Atenei ad offrire le migliori opportunità agli studenti del proprio territorio e a migliorarne la qualità media. Anziché perdersi nell’implementare astrusi meccanismi di distribuzione di voucher per la compensazione del costo della vita degli studenti nelle diverse città dello stivale o chiedere alle famiglie di indebitarsi ulteriormente, occorrerebbe definire un serio piano di investimenti pubblici, tesi al restringimento della forbice che vede alcune Università in grande difficoltà, pur formando capitale umano di pregio.

Secondo la sua esperienza da ex Rettore, qual è l’ingrediente che non può mancare nella ricetta da utilizzare per stimolare il rilancio dell’Università italiana?

Puntare sul merito e sulle opportunità. Occorre puntare sul merito affinché l’Università continui a ricoprire il ruolo di istituzione socio-culturale votata alla valorizzazione delle capacità e delle competenze, salvaguardando il capitale intellettuale nostrano e contrastando la migrazione di talento verso l’estero. Ciò non vuol significare un’Università chiusa. Anzi, gli Atenei devono aprirsi il più possibile all’internazionalizzazione, mettendo in condizione i propri giovani di farsi contaminare positivamente da altre culture, rafforzando i programmi Erasmus, incoraggiando i visiting per attività di ricerca e didattica oltre confine. Bisogna, poi, creare opportunità per i giovani: orientare le politiche universitarie verso il rafforzamento dei servizi essenziali, quali l’erogazione di borse di studio, il servizio abitativo e quello di ristorazione, nonché attuare un piano straordinario di edilizia universitaria e di sburocratizzazione delle procedure amministrative.

Un’annosa questione la valutazione della ricerca. Qual è la strada da seguire?

Bisogna istituire l’Anagrafe Nazionale dei Professori e dei Ricercatori Universitari e implementare un sistema di misurazione annuale della produzione scientifica in base a criteri bibliometrici univoci, pre-determinati e non ambigui. Inoltre, occorre ripensare al rapporto fra gli Atenei e il mondo delle imprese, stimolando l’innovazione digitale, incentivando le discipline scientifico-tecnologiche, adeguando l’offerta formativa alle sfide del prossimo futuro e incrementando l’entità di risorse destinate ai programmi nell’ambito della Terza missione.

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