Intervista di Formiche.net a Matteo Cascinari, “key man” di Primo Space, il fondo per le start up italiane dell'aerospazio che ha raccolto 58 milioni nel primo closing. Ecco gli obiettivi, le modalità di sviluppo e il supporto delle istituzioni. “L'industria spaziale promette di fare vent'anni di crescita; per questo ha senso seguirla anche negli anni futuri”

Creare valore per gli investitori, contribuire alla New Space Economy italiana e continuare a seguire la crescita del settore per i prossimi vent’anni. Sono gli obiettivi di Primo Space, il fondo italiano di venture capital per l’innovazione in campo spaziale che ieri ha raggiunto con il primo closing una dotazione di 58 milioni di euro su un obiettivo di raccolta di 80. Per capire strategie e ambizioni del fondo (il secondo al mondo di questo tipo), Formiche.net ha sentito Matteo Cascinari, “key man” (o general partner) di Primo Space.

Il primo closing ha registrato una dotazione di 58 milioni di euro. Che risultato è?

Un risultato molto buono. Avevamo come obiettivo originario di arrivare a 80 milioni con il closing finale. Il primo, di solito, si aggira intorno alla metà del target complessivo. Dunque, aver chiuso a 58 è molto positivo. Oltre la vanagloria del risultato, ci permette di partire con strategie e politiche di investimento di altro tipo rispetto quelle che avremmo potuto elaborare con una dotazione inferiore. Il livello raggiunto permette di ragionare diversamente sia sulla tipologia di investimenti, sia sulla quantità che potremmo seguire.

Quando si arriverà agli 80 milioni previsti per il closing finale?

Siamo confidenti di arrivarci abbastanza rapidamente, entro sei mesi, al massimo nel primo trimestre del prossimo anno.

Quali sono gli obiettivi?

Il primo obiettivo, come per qualsiasi fondo di venture capital, è creare valore e rendimento per gli investitori. Non facciamo ricerca, né operazioni di carattere politico-istituzionale. In ogni caso, nasciamo con un obiettivo strategico: dare il nostro contributo allo sviluppo della filiera italiana della New Space Economy. È un settore molto interessante che ha bisogno di venture capital, cioè di capitale di rischio (molto a rischio) che permetta di finanziare start up.

Perché proprio questo settore?

Per le dinamiche di lungo periodo. Quando parliamo dello Spazio odierno, diciamo sempre di immaginare cos’era Internet trent’anni fa: una mini-infrastrtuttura gestita dal pubblico (governo o militari). Poi, improvvisamente, Internet si è aperto allo sviluppo commerciale, e da lì sappiamo bene cosa è successo. Lo Spazio è molto simile. Secondo la nostra visione dovrebbe avere uno sviluppo di questo tipo, da un’infrastruttura piuttosto chiusa, a una molto più aperta. Il recente cambiamento dell’industria ha reso lo Spazio accessibile non solo alle grandissimi imprese (come Airbus, Leonardo o Avio), ma anche alle piccole start up, ormai in grado di costruire piccoli satelliti o componenti importati di grandi sistemi. È un mondo già molto articolato.

Ci sono esperienze simili a Primo Space? Altri fondi verticali dedicati allo Spazio?

Ce ne è solo uno operativo, il fondo inglese Seraphim, partito da due o tre anni e verticale sullo Spazio. Ci sono poi oltre cento fondi di venture capital che hanno fatto investimenti in attività spaziali, ma non sono specializzati. Ci sono iniziative con risvolti diversi in Francia e Germania, e una in Lussemburgo, dove si è creato un fondo con scopi simili ai nostri ma finanziato dallo Stato per portare l’industria nel territorio nazionale. Di fatto, di fondi di venture capital verticali sullo Spazio ce ne sono solo due: noi e Seraphim.

Anche il vostro fondo ha obiettivi strategici per l’industria nazionale, ricordati ieri dal sottosegretario Riccardo Fraccaro. In questi anni avete sentito il supporto delle istituzioni?

Sì. Non dimentichiamoci che l’Italia si è sempre guadagnata ruoli prestigiosi nel settore spaziale. Per questo ha senso cullare e accompagnare il comparto italiano nelle nuove dinamiche internazionali. Primo Space è un piccolo pezzo di un mosaico più complesso e noi abbiamo sicuramente sentito il supporto delle istituzioni nel corso del tempo, più o meno forte, anche considerando negli ultimi mesi l’emergenza Covid-19.

Riavvolgiamo il nastro. Come nasce Primo Space?

L’iniziativa è nata per volontà dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). Il percorso è iniziato da loro, ben intenzionati a sviluppare la Space economy nazionale. Per farlo, hanno pensato di sviluppare questo strumento, dando mandato a Primomiglio (Sgr che gestisce il fondo) di elaborare il progetto e trovare gli investitori.

A proposito di investitori. C’è anche il Fondo europeo per gli investimenti (Eif). Il progetto ha ambizioni internazionali?

L’industria è senza confini. Noi dobbiamo investire per tre quarti in Italia. Conserviamo la possibilità di investire un quarto all’estero, ovunque nel mondo. Chiaramente, c’è un’attenzione particolare per l’Europa, e poi per Israele e Stati Uniti. Per ragioni operative si tratterà prevalentemente di formule di co-investimento con altri investitori, anche perché non abbiamo strutture per fare scouting approfonditi oltre l’Italia. Tra l’altro, ci sono all’estero molte attività di italiani, magari trasferitisi perché non avevano qui uno strumento come Primo Space. In ogni caso, sarà probabilmente un discorso nel lungo periodo. Ora, l’obiettivo principale è sviluppare bene il portafoglio del primo fondo.

Ce ne sarà un secondo?

Sì. Questa è un’industria che promette di fare vent’anni di crescita. Ha senso dunque continuare a seguirla anche negli anni futuri. Ora è opportuno concentrarsi nel breve periodo per investire bene i soldi che abbiamo. Poi sarà la volta di un secondo fondo di dimensioni maggiori.

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