Potere e vita religiosa femminile. La riflessione di Civiltà Cattolica

Potere e vita religiosa femminile. La riflessione di Civiltà Cattolica
Padre Giovanni Cucci sulle pagine della rivista gesuita interviene sul tema della vita religiosa femminile. Valorizzare e cogliere il nuovo sì ma è importante non tacere su ciò che non va e che pesa moltissimo. Il commento di Riccardo Cristiano

Quello pubblicato da La Civiltà Cattolica sugli abusi di potere nella vita religiosa femminile è un documento nuovo e rilevante. Ovviamente occorre stare attenti a non dimenticare o cancellare gli esempi positivi e dinamici che pure ci sono nella vita religiosa femminile. Ma proprio per valorizzare e cogliere il nuovo, come il vitale Ordo Virginum frutto del Concilio, che registra tante vocazioni anche per la libertà che lo caratterizza, è importante non tacere su ciò che non va e che pesa moltissimo.

Padre Giovanni Cucci non scoperchia un nuovo capitolo della nota vicenda degli abusi a danno di minori, abusi sessuali o psicologici dei quali tanto, e giustamente, si è parlato. In piccolissima parte c’è anche questo, ma il cuore della questione sollevata sembra stare in una vecchia concezione del governo, cioè del potere nella vita religiosa femminile. Ecco il punto trattato. Cerchiamo di capire seguendo quanto afferma padre Cucci: “La risposta vocazionale e l’entusiasmo che una giovane percepisce agli inizi del suo cammino non sempre consentono di valutare in maniera accurata la differenza fra i vari istituti religiosi; la spinta in avanti e una certa incoscienza tipica di chi è all’inizio del cammino a volte si saldano tristemente con l’abilità di alcune superiore, capaci di individuare anime generose, ma anche vulnerabili alle manipolazioni. Lentamente la fedeltà al carisma diventa fedeltà nei confronti dei gusti e delle preferenze di una particolare persona, che decide arbitrariamente chi possa o no usufruire delle possibilità formative o di studio, considerate una forma di premio assegnato alle più fedeli e docili, a scapito invece di chi esprime un pensiero differente. Da qui forme di ricatto per conseguire una gestione del potere senza limiti”.

Siamo dunque a un abuso completamente diverso, ma che – ad avviso di chi scrive –  come altri abusi origina da un’idea di potere. Quale potere? Il cardinale Braz de Aviz, ricorda padre Cucci, ha scritto: “Abbiamo avuto casi, non molti per fortuna, di superiore generali che una volta elette non hanno più ceduto il loro posto. Hanno aggirato tutte le regole. Una ha voluto persino cambiare le costituzioni per poter restare superiora generale fino alla morte. E nelle comunità ci sono religiose che tendono a ubbidire ciecamente, senza dire ciò che pensano. Tante volte si ha paura, nel caso delle donne ancora di più, si ha paura della superiora. Nella vera obbedienza, al contrario, è necessario dire quello che il Signore suggerisce dentro, con coraggio e verità, per offrire al superiore più luce per decidere”.

Questa ferita, questa visione, così autorevolmente denunciata è rimasta però sotto traccia, ora La Civiltà Cattolica invita a considerare il tutto nella sua giusta luce, e dimensione. Come mai negli istituti religiosi femminili l’autorità non è fonte di stress, ma al contrario, si nota una ricerca di estensione dei mandati? È così e questo caso lo conferma: “In una Congregazione (attualmente in fase di commissariamento) la medesima suora è stata consigliera generale per 12 anni, successivamente superiora generale per 18 anni, ed è riuscita a farsi eleggere di nuovo vicaria generale, ‘pilotando’ il capitolo, per poter continuare a governare di fatto negli anni successivi”.

Non si possono spegnere le luci davanti a un caso se non è un’eccezione: “In un altro istituto la superiora, senza consultare nessuno, si è portata la mamma nella comunità delle suore fino alla morte, permettendole anche di condividere gli spazi comunitari per circa vent’anni. Ogni estate abbandonava la comunità per portarsi la mamma in vacanza”.

Non è solo cultura del privilegio però, ma una visione. Osserva infatti padre Cucci: “Gli esempi riguardano purtroppo ogni aspetto della vita ordinaria: dall’abbigliamento alla possibilità di fare vacanza, avere una giornata di riposo o, più semplicemente, poter uscire per una passeggiata, tutto deve passare dalla decisione (o dal capriccio) della medesima persona. Se si chiede un indumento pesante, si deve attendere la deliberazione del Consiglio, o la richiesta viene rifiutata ‘per motivi di povertà’. Alla fine alcune suore si sono rivolte ai familiari. Diventa perciò ancora più triste per loro venire a sapere che l’armadio della superiora è pieno di indumenti acquistati senza consultare nessuno con i soldi della comunità, mentre altre hanno a malapena un ricambio. Sono esempi che possono apparire sconcertanti e difficilmente credibili per chi vive in Congregazioni maschili, e di fronte ai quali ci si può limitare a sorridere. Purtroppo per alcune suore questa è la realtà quotidiana: una realtà che per lo più non possono far conoscere, perché non sanno a chi rivolgersi, o per paura di ritorsioni”.

L’uso delle risorse economiche non esaurisce il problema, c’è molto altro, e uno degli aspetti più dolorosi riguarda le ex suore. Abbandonate, queste ex suore in qualche modo possono anche essere state ostacolate nella ricerca di una nuova sistemazione. “Il problema è diventato così grave che papa Francesco ha deciso di costruire una casa per coloro che, soprattutto straniere, non hanno un posto dove andare. ‘Io sono andato – ha detto il cardinale – a rendere visita a queste ex-suore. Ho trovato lì un mondo di ferite, ma anche di speranza. Ci sono casi molto duri, in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento, o che sono state mandate via. Queste persone sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni. C’è stato anche qualche caso di prostituzione per potersi mantenere. Si tratta di ex-suore! Le suore scalabriniane hanno assunto la cura di questo piccolo gruppo. Però alcuni casi sono veramente difficili, perché siamo di fronte a persone ferite con le quali bisogna ricostruire la fiducia. Dobbiamo cambiare l’atteggiamento di rifiuto, la tentazione di ignorare queste persone, di dire “non è più un problema nostro”. E poi, spesso queste ex-suore non vengono in nessun modo accompagnate, non viene detta una parola per aiutarle… tutto questo deve assolutamente cambiare’.” L’articolo dunque pone un problema nuovo la cui valenza va capita appieno, senza scorciatoie.

ultima modifica: 2020-07-30T14:52:23+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

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