Si surriscalda la temperatura nel teatro Asia-Pacifico. L’isola torna nel mirino cinese: Pechino sta varando una forza militare anfibia per proiettare la sua influenza geopolitica. Intanto le sanzioni contro le aziende della Difesa a stelle e strisce potrebbero includere i preziosi rifornimenti di metalli rari

Taiwan torna a essere al centro delle relazioni (ormai incandescenti) tra Pechino e Washington. Martedì scorso, sulla scia del duro confronto tra Stati Uniti e Cina sulle rivendicazioni di quest’ultima sulle acque del Mar Cinese Meridionale, il ministero degli Esteri cinese aveva annunciato severe ritorsioni nei confronti dell’azienda statunitense, principale contractor per la possibile fornitura al governo di Taipei di servizi d’aggiornamento del sistema missilistico Patriot Advanced Capability-3 (PAC-3), cruciale per la difesa dell’isola, come raccontato da Formiche.net.

Tuttavia, il ministero non ha specificato quali misure potrebbero essere predisposte nella conferenza stampa. A fugare ogni dubbio ci hanno pensato in un articolo gli analisti del Global Times, organo di propaganda del Partito comunista cinese. Gran parte delle componentistiche militari di Lockheed Martin fanno affidamento ai rifornimenti di metalli e terre rare dalla Cina. Tra questi, gli F-35, i cacciatorpediniere classe Arleigh Burke e non da ultimo i sottomarini classe Virginia SSN-774. Secondo le stime del Congressional Research Service, questi elementi servono a garantire la massima efficienza dei loro sistemi tecnologici.

La Cina è il maggior produttore ed esportatore mondiale, con gli Stati Uniti che sono per oltre l’80% della loro domanda interna dipendenti dai rifornimenti cinesi. Anche se Lockheed Martin non possiede grossi stabilimenti in Cina, è possibile che alcune sue supply chain siano direttamente o indirettamente connesse al network di produttori di beni semi-finiti dominati dalla Cina nel settore dei metalli e delle terre rare. Inoltre, secondo un rapporto del maggio dello scorso anno diffuso dal ministero della Difesa britannico e riportato da Sky News, Exception PCB, un’azienda con base nel Gloucestershire di proprietà cinese, produce alcune componenti degli F-35, di fatto mettendo nelle mani di Pechino uno dei fiori all’occhiello delle forze armate statunitensi.

Proprio per questo è probabile che se le tensioni dovessero ulteriormente approfondirsi, non è del tutto improbabile che Pechino decida di giocarsi questa carta: non solo prendendo di mira le aziende statunitensi coinvolte, ma minacciando di tagliare l’intera linea di approvvigionamento. D’altronde, gli avvertimenti al Pentagono e all’establishment statunitense rispetto a questo rischio strategico sono arrivati da più parti. Da ultimo, come riportato la settimana scorsa da Formiche.net, uno studio dell’azienda di consulenza Horizon Advisory che ritiene Pechino in grado di utilizzare come arma geopolitica il monopolio su queste risorse. Lo stesso Global Times lo scorso anno, sull’onda della guerra tecnologica e delle sanzioni statunitensi al colosso Huawei, aveva indicato tre possibili strumenti di ritorsione: le terre rare, il debito statunitense e le aziende a stelle e strisce che operano in Cina.

Lockheed Martin è dunque diventata la prima azienda statunitense dall’inizio della guerra commerciale ad essere inclusa in una lista nera da parte del Partito comunista cinese, convinto che le potenziali sanzioni possano indurre gli Stati Uniti a desistere dall’offrire supporto militare avanzato agli alleati taiwanesi.

Oltre a tattiche difensive, Pechino è inoltre ormai da anni concentrato su di una strategia sempre più assertiva nel teatro regionale. Come ha ricordato il dipartimenti di Stato, l’Asia-Pacifico è di fatto cruciale per la sicurezza nazionale statunitense, con il Mar Cinese Meridionale ormai il fronte d’attrito principale e in cui si giocheranno gli equilibri militari. Se il balance of power rischia di spostarsi a favore di Pechino ciò è anche frutto di una crescente consapevolezza del Partito comunista cinese sulle sue reali potenzialità di difendere i suoi interessi (e affermare le sue ambizioni) nelle acque adiacenti e oltre. A un accresciuto peso economico, la Cina vuole affiancare una presenza militare che sia all’altezza delle sue ambizioni globale. Secondo il rapporto curato dall’agenzia Reuters, l’Esercito di liberazione popolare cinese si starebbe preparando a sfidare l’egemonia marittima statunitense oltre i così tanto rivendicati spazi marittimi.

Infatti, la marina cinese ha da poco lanciato le sue nuove navi d’assalto anfibie Type 075, colonna portante di una futura forza di spedizione che punta a emulare i Marines statunitensi in termini di preparazione e ruolo tattico. Questi nuovi vascelli potrebbero trasportare ciascuna più di 900 soldati ed equipaggiamento pesante, oltre a dotarsi di mezzi da sbarco e di elicotteri d’assalto. Lunghi 250 metri e dal peso complessivo di 40.000 tonnellate, diventerebbero la punta di lancia delle forze aereonavali cinesi e in grado di proiettare oltreoceano i Marines cinesi in missioni che possano supportare le ambizioni, ormai globali, del Partito comunista cinese.

“Tra dieci anni, la Cina sarà quasi certamente in grado di contare unità anfibie dispiegate in località distribuite in tutto il mondo (…) per supportare i suoi interessi strategici globali ovunque essi siano”, ha commentato Ian Easton, senior director del Project 2049 Institute, gruppo di ricerca in Virginia. Tra i possibili obiettivi citati dal rapporto anche la possibile invasione di Taiwan, ritenuta posizione strategica per ristabilire un controllo più ferreo sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale. Tuttavia, gli analisti militari statunitensi ritengono la nuova forza non ancora in grado di reggere il confronto (e l’esperienza) dei Marines statunitensi in termini operativi, logistici e rispetto ai sistemi d’armamento di supporto.

Tra competizione tecnologica sui microchip e leadership militare e sfide per il predominio sul Pacifico e l’egemonia marittima, la rivalità sistemica tra i due colossi sembra sempre di più concretizzare il rischio di un conflitto aperto e molti indizi sembrano puntare il dito sull’isola taiwanese. “Il resto del 2020 potrebbe rappresentare un test critico per gli Stati Uniti e la Cina, come fecero gli ultimi cinque mesi del 1941 per gli Stati Uniti e il Giappone”, il commento di Graham Allison, professore alla Harvard University e autore del celeberrimo libro Destined for War, sulle pagine del South Morning China Post.

Allison ritiene che l’analogia storica con l’attacco a sorpresa di Pearl Harbor che trascinò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale possa sussistere, specialmente per un motivo di natura psicologica: “Dovremmo ricordarci che quando diciamo che qualcosa è impensabile, questo non è tanto un’opinione su cosa sia possibile nel mondo quanto su ciò che la nostra mente può concepire.”

Sarà dunque Taiwan a far scattare la trappola di Tucidide?

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