Attacchi continui che non risparmiano il personale medico-sanitario: l'Ucraina dell'Est, il Donbass ribelle, è ancora in guerra. Su Formiche.net il vice-ambasciatore in Italia chiede da parte di Kiev l'impegno internazionale per fermare la Russia

“Le forze militari russe d’occupazione nel Donbass continuano a violare quotidianamente gli Accordi di Minsk con estremo cinismo. Sparano persino sui medici ucraini muniti di croci rosse ed altri evidenti segni di riconoscimento”, dice a Formiche.net il vice-ambasciatore ucraino in Italia, Dmytro Volovnykiv. Il riferimento di stretta cronaca è un fatto avvenuto in questi giorni: tre medici ucraini sono finiti sotto i colpi dei separatisti il 13 luglio.

Prima di andare andare avanti, una nota: le forze di occupazione, qui definite “separatisti” o “filo-russi” come forma di semplificazione giornalistica, sono composte dai collaborazionisti locali e dai cosiddetti “volontari” provenienti dalla Federazione Russa. Questo per gli ordinari, mentre i ranghi maggiori e i comandanti sono tutti alti ufficiali del Distretto militare del Sud delle Forze armate russe, il cui quartier generale si trova nella città di Rostov sul Don (posta nell’angolo nord orientale del Mar d’Azov, insenatura del Mar Nero chiusa dallo stretto di Kerč e teatro di scontri marittimi tra ucraini e russi, che in quel caso avevano agito a insegne alzate e non coperte come al solito fanno in Ucraina).

Tornando all’assalto vigliacco di lunedì: i medici sono stati attaccati mentre stavano evacuando un militare ucraino rimasto ucciso durante i combattimenti. Uno dei sanitari è morto: i soccorsi erano stati coordinati con l’Osce, il medico portava un regolare elmetto bianco (segno riconoscibile secondo le convenzioni internazionali). Le mitragliatrici lo hanno bersagliato da tre lati: ucciso a sangue freddo. “Il cinismo delle forze di occupazione non ha limiti! Il ministro degli esteri Ucraino, Dmytro Kuleba, facendo riferimento a questo atto disumano, ha già annunciato che dal punto di vista giuridico l’omicidio è un crimine di guerra, mentre dal punto di vista morale è un gesto barbarico”, aggiunge Volovnykiv.

Nella regione orientale ucraina, occupata dai filo-russi, la situazione è tutt’altro che tranquilla. Lunedì, tanto per non allontanarsi troppo dalla stretta cronaca, i separatisti  hanno lanciato 19 attacchi contro posizioni ucraine nei settori di Luhansk, Donetsk e Mariupol, usando anche sistemi di artiglieria da 152 mm e 122 mm, mortai da 120 mm e 82 mm. Tutte armi bandite da Minsk, ossia dall’accordo del 2015 che Russia e separatisti, insieme a Kiev, avrebbero accettato di implementare per fermare l’orrore di una guerra che invece, a cinque anni di distanza, sta ancora mietendo vittime giornalmente.

L’ambasciatore francese in Ucraina, Etienne de Poncin, ha commentato che “il compito importante ora è attuare le conclusioni adottate al vertice di Parigi di dicembre 2019 dal Formato della Normandia (il sistema negoziale tra Russia e Ucraina, che include anche Francia e Germani, ndr). Possiamo considerare di organizzare il prossimo incontro in questo formato solo a queste condizioni”. “Facciamo appello – continua Volovnykiv – alla comunità internazionale perché intervenga con forte decisione rafforzando le pressioni e le sanzioni economiche contro il Cremlino, affinché ritiri i suoi militari dalla regione Ucraina del Donbass e lasci l’Ucraina in pace”.

Ma i filo-russi stanno conducendo campagne di arruolamento secondo un’azione propagandistica spinta nelle aree occupate. Evidentemente cercano un rafforzamento dei ranghi, che fa supporre non certo l’intenzione di cessare il fuoco e ritirarsi. Contemporaneamente hanno infestato la linea del fronte con mine e ordigni improvvisati (sono un marchio di fabbrica del conflitto, e repliche sono state viste anche in Libia). Solo nell’ultima settimana sono stati disinnescati 599 ordigni di diverso genere: secondo il Danish Demining Group quel territorio è il più minato del mondo.

Si parla spesso della necessità di implementare gli accordi di Minsk, ma è ancora possibile? Per diversi esperti internazionali (tra loro Kurt Volker, l’inviato della Casa Bianca per la crisi) il passare del tempo e la continuazione del conflitto ha cambiato diverse condizioni, e gli accordi vanno sicuramente ridiscussi. In un commentary per l’Atlantic Council, il vice primo ministro ucraino Oleksii Reznikov, che ha la delega all’integrazione dei territori occupati, ha scritto: “Il deterioramento del clima di sicurezza internazionale dal 2014 testimonia il fallimento delle attuali politiche nei confronti di questa Russia revisionista. È evidente che è necessario identificare e attuare nuovi modelli in grado di garantire la pace e contenere il Cremlino. L’approccio più pragmatico a questa sfida sta nel maggior sostegno alla sovranità ucraina e all’integrità territoriale attraverso la modifica del fallito processo di Minsk. Ulteriori ritardi comporteranno solo costi aggiuntivi”.

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