L’Ue non riconosce il voto in Bielorussia, definito “non perfetto” anche da Mosca. Che però invita l’Occidente a non interferire. Matthew Rojansky, direttore del Kennan Institute al Wilson Center, prestigioso e autorevole think tank basato a Washington DC, spiega perché la Russia potrà decidere i destini del Paese anche senza schierare truppe

Ieri i 27 Stati membri dell’Unione europea — su impulso tedesco, come spiegato da Formiche.net — hanno annunciato di non riconoscere il risultato delle elezioni in Bielorussia e di star lavorando a un pacchetto di sanzioni contro “un numero consistente di persone responsabili di violazioni dei diritti, di violenze e di brogli elettorali”. L’ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che ha poi aggiunto che non è escluso che tra i destinatari della misure ci sia anche il contestato presidente Aleksandr Lukashenko.

“L’unica strada è quella del dialogo con tutti gli attori nazionali e internazionali per trovare una soluzione pacifica. Negli ultimi giorni ci è sembrato di individuare una disponibilità anche da parte delle autorità russe. Non è nell’interesse di nessuno inasprire la situazione”, ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera, all’indomani del vertice straordinario Ue, David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che ha fatto appello al diritto dei cittadini della Bielorussia ad autodeterminarsi.

Da Mosca il ministro degli Esteri, Serghei Lavov, ha invitato l’Occidente a “ricordare l’esito dell’interferenza occidentale in Ucraina nel 2014”. “Ci sono molte prove del fatto che le elezioni in Bielorussia non si siano svolte in maniera perfetta”, ha aggiunto il capo della diplomazia russa avvertendo però gli altri Paesi interessati al dossier: “Vorrei solo consigliare a tutti di astenersi dal tentare di sfruttare la difficile situazione in Bielorussia per minare il normale dialogo basato sul rispetto reciproco tra le autorità e la società”.

Matthew Rojansky, direttore del Kennan Institute al Wilson Center, prestigioso e autorevole think tank basato a Washington DC, spiega a Formiche.net che, in caso di “deriva verso l’integrazione europea (e soprattutto transatlantica), è quasi certo che la Russia interverrà, anche se non necessariamente militarmente”. Mosca, continua l’esperto, “ha leve di influenza più che sufficienti in Bielorussia per cercare di controllare efficacemente qualsiasi futuro governo in quel Paese senza dover schierare truppe”.

Le dinamiche bielorusse rischiano di cambiare il volto alla regione. Gli Stati Baltici, in particolare la Lituania, oltre alla Polonia e all’Ucraina si trovano a dover pesare gli interessi. “Da un lato, vorrebbero vedere la Bielorussia liberata dal governo autoritario di Lukashenko”, spiega Rojansky, “per rafforzare i legami commerciali, di politica e di sicurezza ‘dal mare al mare’”. Tuttavia, continua l’esperto, “molti riconoscono anche che ciò comporterebbe un serio rischio di spargimenti di sangue e instabilità nella stessa Bielorussia, che non sarebbe utile per gli interessi dei suoi vicini”.

Secondo Rojansky “è improbabile” che la situazione attuale in Bielorussia abbia effetti sulle elezioni presidenziali statunitensi. Anche perché, spiega, “a Washington non si comprende pienamente l’Europa orientale, quindi la storia è sempre ridotta a ‘Russia contro Occidente’ o ‘Russia contro democrazia’”. Questo, osserva, accade “anche quando si traduce nella situazione assurda di descrivere una figura come Lukashenko, che ha costantemente rapporti difficili con la Russia, come il ‘candidato di Mosca’”. Un effetto però nel dibattito statunitense la crisi bielorussa lo avrà, secondo Rojansky: “Sottolineerà solo la divergenza di opinioni tra il presidente Donald Trump, che da tempo spera di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, e il resto dei circoli di potere statunitensi pienamente preparati, persino impegnati, per un nuovo conflitto a lungo termine con Mosca”.

E se la Russia intervenisse? La strada delle sanzioni — contro Mosca, appunto — potrebbe essere seguita anche dagli Stati Uniti nel caso in cui la Russia si muova militarmente in Bielorussia: tra le ipotesi, un divieto del sistema SWIFT e altre opzioni “nucleari”. Ne è convinto Rojansky che però avverte: “Avrà scarso effetto, poiché la Russia si aspetta queste cose. Per frenare un’operazione russa a poco servirebbero gli Stati Uniti o la Nato: “Ciò dipenderà invece dagli stessi bielorussi, che siano disposti a resistere con la forza o con il boicottaggio, attingendo alla famosa identità ‘partigiana’ del paese”, continua l’esperto. “Se ciò accadrà, la Bielorussia diventerebbe l’ultimo fronte nel conflitto per procura in corso tra Russia e Occidente, che sarà una tragedia per il popolo del Paese e per l’intera regione — e non sarà utile né per gli interessi di Washington né per quelli di Mosca nel lungo termine”, conclude.

(Foto: Kremlin.ru)

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