Il caso Tim-Kkr è senza precedenti. Parola di Cirino Pomicino

Il caso Tim-Kkr è senza precedenti. Parola di Cirino Pomicino
Politica assente, Stato onnipresente. L'ex ministro e volto storico della Dc Cirino Pomicino legge l'Italia del governo Conte bis e dice: i partiti un tempo contavano qualcosa. Il Pd? Un comitato elettorale. E il caso Tim-Kkr è "senza precedenti"

“I partiti non fanno più i partiti, lo Stato non fa più lo Stato. Oggi nessuno sa più il suo ruolo”. Chi ancora indulge nello stereotipo del democristiano sempre “moderato” e attendista deve ricredersi subito quando sente Paolo Cirino Pomicino. Più volte ministro Dc, esperto navigatore di decenni di politica italiana, guarda con un po’ di sconforto a chi oggi abita i palazzi delle istituzioni. I partiti ai tempi del governo rossogiallo sono “deboli”, perché “non decidono, si limitano a inseguire”. Lo Stato, invece, decide fin troppo. La vicenda Tim-Kkr sta lì a dimostrarlo: è “senza precedenti”.

Cirino Pomicino, un ex Cinque Stelle di rango, Massimo Bugani, dice che il Movimento di questo passo segue la parabola di Ncd.

È quello che spero. Non certo per antipatia. Ma perché i Cinque Stelle sono un’anomalia del sistema democratico che non ha eguali in altri Paesi europei.

Saranno un’anomalia, ma nel democraticissimo Pd c’è chi vuole farci un’alleanza organica.

Non a caso la crisi dei dem è speculare a quella dei Cinque Stelle. Un partito che ha rinunciato a svolgere il ruolo fondamentale ricoperto nei primi quarant’anni della Repubblica dalla Dc. Non è architrave del sistema, non ha alcuna identità. Insomma, è un comitato elettorale come tutti gli altri partiti della Seconda Repubblica.

Qualcuno di loro dice di essere erede della Dc.

Non hanno niente della Dc. Purtroppo il sistema politico italiano, nella sua frantumazione, ha resettato ogni cultura di riferimento. La politica non guida più la società, la insegue. Siamo privi di visione e orizzonti. Altrove, in Europa, le tradizionali famiglie politiche, ancorché affannate, continuano a guidare le società nazionali. Penso ai cristiani democratici, a socialisti, verdi, liberali.

Ora il Pd è tutto preso dal dibattito sulla legge elettorale. Come si spiega questa accelerazione?

Come al solito ci troviamo di fronte un’agenda di governo à la carte, ogni giorno diversa. Alla riforma elettorale dovevano pensarci prima di fare la legge sul taglio dei parlamentari, la politica ha una sua cronologia. Questa polemica mi sembra si regga solo su piccoli interessi elettorali delle forze in campo, non c’è una visione istituzionale su cui dibattere. Peccato, non è sempre stato così. Un tempo anche partiti piccoli come repubblicani o liberali hanno dato un contributo importante alla storia democratica del Paese.

Nel merito, lei è a favore di una riforma proporzionale?

Sono sempre stato un proporzionalista. Il tema della governabilità a sostegno del maggioritario non si regge in piedi. Non a caso negli ultimi vent’anni della Prima Repubblica i governi del Paese sono stati meno numerosi di quelli dei primi 25 anni della Seconda repubblica.

Anche su questo i Cinque Stelle si dividono. Sono tornate le correnti…

Ma no, la correntizzazione è una cosa troppo seria. Era presente nei grandi partiti che vinsero la battaglia della storia, e avevano dietro un pensiero. Nella Dc convivevano e si scontravano Dossetti, Donat-Cattin, Andreotti, ma erano tutti sfaccettature di una stessa cultura politica. Qui non c’è nulla di tutto questo.

È così severo anche con il premier o qualche merito gli va riconosciuto?

Il premier sta facendo quello che sa fare da bravo avvocato: mediare. È un signore che è passato per caso ed è diventato premier grazie a un’amicizia, ma lo sta facendo con impegno e una discreta qualità. Certo, fa sorridere che cerchi di caricarsi sulle spalle il rapporto con l’opposizione. Un tempo le decisioni su questo terreno le prendevano i partiti, i gruppi parlamentari. Oggi non più. E quando la politica non decide, il governo del Paese finisce nelle mani di altri poteri impropri. Le procure della Repubblica, le grandi forze finanziarie, le associazioni sovranazionali.

Partiti deboli, Stato forte. Forse troppo. Come legge l’intervento del governo per fermare l’accordo fra Tim e Kkr?

Una cosa che non ha precedenti. Si può discutere nel merito della decisione. Ma è evidente che la sollecitazione doveva arrivare da Cdp, che è presente nella compagine azionaria di Tim, ed ha l’autorevolezza di una società pubblica. Viviamo una stagione in cui ognuno fa cose che non dovrebbe fare.

E cosa doveva fare il governo?

Semplice: nulla. Cdp doveva invitare Gubitosi a convocare l’assemblea della società e affrontare il tema alla luce del rapporto con Open Fiber e la relativa possibilità di accettare la proposta di Kkr, sono pressioni fra loro interconnesse. Peraltro si è raggiunta una soluzione strana. A cosa serve far slittare di quindici giorni, nel pieno di agosto, la decisione sull’offerta vincolante di Kkr?

Insomma, neanche ai tempi dello Stato interventista si vedeva una cosa simile…

Assolutamente no. Lo Stato era presente nei settori strategici, ma dove non era presente non interveniva.

ultima modifica: 2020-08-05T14:50:02+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

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