Vi racconto la nuova collocazione strategica della Cina. L’analisi di Valori

Vi racconto la nuova collocazione strategica della Cina. L’analisi di Valori
La nuova “guerra fredda” tra Cina e Usa non può non creare buone opportunità per Paesi come la Turchia che aspirano a entrare egemonicamente nell’Asia Centrale e, quindi, a restringere il peso della massa sinica, sia nel commercio globale che in quello regionale. È questa la moneta che, felicemente e senza particolari problemi, Ankara paga agli Usa per permettersi una politica autonoma. L'analisi di Giancarlo Elia Valori

Un segnale importantissimo, mentre Pechino “restringe” le sue linee produttive al suo interno o al suo estero vicinissimo, è il nuovo rapporto instauratosi tra la Turchia e gli Stati Uniti, per sostituire la stessa Cina come supply chain.

Ovvio che la nuova “guerra fredda” tra Cina e Usa non possa non creare buone opportunità per Paesi come la Turchia che aspirano a entrare egemonicamente nell’Asia Centrale e, quindi, a restringere il peso della massa sinica, sia nel commercio globale che in quello regionale.

È questa la moneta che, felicemente e senza particolari problemi, Ankara paga agli Usa per permettersi una politica autonoma in Maghreb, nel Mediterraneo orientale, nei Balcani e in Asia centrale, fino ad arrivare al sostegno ai musulmani dello Xinjiang in Cina, soprattutto per bloccare sul nascere la Belt & Road di Pechino.

Intanto, la Botas, la distributrice statale di gas naturale turco, ha proposto la costruzione di una pipeline dalle sue coste turche del Nord  a Nakhicevan, in Armenia, per diminuire le importazioni dell’Armenia dall’Iran e favorire, quindi, un suo lento distanziamento da Teheran. Musica, per le orecchie americane.

Quindi, la Turchia di Erdogan scommette anche sulla nuova “guerra fredda” tra Washington e Pechino, proponendosi come terzo incomodo e, quindi, base per la sostituzione tecnica e commerciale delle reti produttive dalla stessa Cina verso l’area controllata da Ankara.

Ma c’è un “ma”: la Turchia ha un deficit pubblico di 5,6 miliardi di usd ( i dati sono quelli stabiliti nell’Aprile 2020) ma sono arrivati, finora, solo  i capitali cinesi a sostenere uno swap di 400 milioni tra il renmimbi e la Lira turca.

Una compagnia cinese ha comprato per 940 milioni il Terminal di Kumport, sul mare di Marmara, poi nel novembre 2019 la Turchia ha visto il primo treno in arrivo da Xi’an, attraverso il tunnel di Maramay costruito e finanziato dai cinesi, che permette una linea senza soste dalla Cina all’Europa. Un asset certo da non trascurare.

La piattaforma di e-commerce turca, Trendyol, è stata successivamente acquisita da Alibaba, ma occorrerebbe, lo dicono tutti gli esperti di finanza turchi, una ulteriore e, probabilmente forte, svalutazione della lira turca, che però ha comunque bisogno di forti investimenti “freschi” dall’estero.

Ecco, una economia di questo tipo, la turca, è improbabile che si muova pesantemente e definitivamente contro gli interessi cinesi.

Ma, ripetiamo ancora, cosa vuole davvero l’America di Donald J. Trump dalla Cina?

Lo Strategic Approach della Presidenza Usa nei confronti della Cina, pubblicato il 26 maggio 2020, afferma che la minaccia posta dal PCC cinese agli interessi americani economici, militari, strategici e ai suoi “valori” è un pericolo primario.

Se si va a vedere la storia di tali dichiarazioni, solo ai tempi della più pesante “guerra fredda” con l’Urss si usavano tali termini.

Per la concorrenza economica, gli Usa accusano non lo Stato, ma direttamente il Pcc, di esplicite “politiche di Stato protezioniste che hanno danneggiato i lavoratori e le imprese americane”.

Con danni anche per i mercati globali, l’ambiente e la legalità commerciale globale.  Ma le sanzioni imposte dalla Cina nel 2019 sui beni Usa sono state comunque approvate dal Wto, il cui sistema di trattativa è stato posto sotto accusa proprio da Washington.

In effetti, gli Usa di Trump accusano soprattutto il Pcc cinese di “aver utilizzato i benefici della appartenenza al Wto per diventare il più grande esportatore mondiale, ma proteggendo sistematicamente e duramente il proprio mercato interno”.

E gli Usa, cosa fanno? Ma l’accusa vera e profonda degli americani è contro la Belt&Road: Washington legge questa grande operazione commercial-strategica come un tentativo di rimodellare il mercato-mondo in funzione delle necessità interne del regime comunista di Pechino.

Peraltro, affermano sempre gli Usa, Pechino vuole porre come sedi di arbitrato non le reti internazionali, ma le proprie corti. Vero, falso? Certo, c’è l’Icc, ma sono formalmente possibili anche altre Corti di riferimento, che si fondano sul diritto commerciale di tipo Un.

Per la sfida cinese ai valori americani, si afferma nel documento Usa che “la Cina è impegnata in una competizione ideologica con l’Occidente”.

L’idea attuale di Washington si basa sulla vecchia (2013) affermazione di Xi Jinping secondo la quale la Cina deve prepararsi a una “lunga fase di cooperazione e conflitto” con l’occidente capitalistico, sempre dichiarando, altrimenti che cavolo di marxista sarebbe, che il “capitalismo sta morendo e il socialismo trionferà”.

Ovvio, altrimenti da dove proverrebbe, Xi da un salotto di Manhattan?

Inoltre, gli Usa non vogliono che la Cina si progetti mai come leader mondiale e come Paese di grande influenza globale. Anche qui, si vuole che cessi la lotta alla corruzione, che per gli Usa è stata solo e unicamente un modo per eliminare gli avversari di Xi.

Vero? Sì, anche, ma non solo; e quindi ovvio. Un milione e mezzo di corrotti sanzionati dallo Stato, ma molti sono veri, altri, certo dei “nemici” della linea di Xi.

Ma, soprattutto, la Presidenza Usa ha paura della Military-Civil Fusion cinese e, quindi, del blocco commerciale-securitario che potrebbe porre fine, nei tempi lunghissimi, alla tradizionale egemonia Usa nel Pacifico.

Peraltro, i due military games compiuti dalla Rand Corporation, circa un anno fa, riguardanti proprio uno scontro nel Pacifico meridionale tra forze Usa e della Cina-Russia, hanno dimostrato che la sconfitta sarebbe presto nelle mani di Washington.

Quindi, per gli americani, si tratta in primo luogo, come sempre, di “proteggere il popolo, la Patria, l’american way of life. Paura blu per la “propaganda” cinese in Usa, come se non si potesse affatto contrastarla, analisi a tappeto per gli studenti cinesi, la maggiore comunità estera degli studi in Usa, la creazione di una normativa denominata Foreign Investment Risk Review Modernization Act, poi anche la firma, tra Usa e Cina, di una “Fase Uno”, nel gennaio 2020, di un grande accordo commerciale che dovrebbe modificare fortemente, secondo gli Usa, le pratiche commerciali cinesi, e infatti l’accordo prevede che il Pcc non possa forzare o indirizzare le società straniere a trasferire la loro tecnologia per poter continuare a produrre o a vendere in Cina, rafforza inoltre le norme sulla protezione dei dati intellettuali in Cina, apre infine i mercati cinesi ai prodotti agricoli Usa, sui quali sempre Washington ha fatto molto affidamento per la sua politica estera.

Sul piano militare, l’amministrazione Usa (se ci fosse un altro Presidente sarebbe comunque lo stesso) vuole un nuovo rapporto con i Paesi “simili” e “amici”, per contrastare il buildup militare cinese e per elaborare lo Indo-Pacific Strategy Report. Ovvero, il blocco Usa di ogni “One China Policy”, ovviamente, ma quindi implicito sostegno ai frazionismi interni, a Hong Kong e a Taiwan, oltre che proporre, dagli Usa, un blocco alla espansione cinese tra lo Xingkiang e la rete marittima del Pakistan.

Poi, sul piano della battaglia ideologica, il sostegno alla libertà religiosa, la solita lotta per i “diritti umani”, le protezioni Usa per le “libertà delle minoranze”. Ecco tutto. Ma non crediamo che sarà, comunque, abbastanza.

Certo, gli investimenti infrastrutturali cinesi sono, oggi, finalizzati a competere con gli Usa e a controllare meglio la società civile.

Il ponte di 55 chilometri che va da Hong Kong a Macao, con due isole artificiali che permettono alla strada di inabissarsi per 7 chilometri in un lunghissimo tunnel sottomarino. E’ un progetto eminentemente politico e strategico.

Ovvio, infatti, che si tratti di costruire una Zona Commerciale Unificata, come quella di New York o di Tokyo.

Ma qui si tratta anche di costruire anche una zona di controllo strategico per proteggere quelle coste, oggi, più economicamente importanti della Cina. Ma è proprio qui, in quest’area, che si dedica il 4%, che è tantissimo, del Pil regionale e nazionale alla costruzione di reti di computer quantistici e nella crittografia. Classico doppio obiettivo civile-militare.

La Cina è già oggi leader nelle comunicazioni quantiche tra Spazio e Terra, ma Pechino ha già costruito, con 10 miliardi di usd, un Laboratorio per il Quantum Computing a Hefei, nella provincia di Anhui, mentre la Commissione Economica e di Sicurezza Cina-Usa ha stabilito che, già nel 2000, la Cina ha chiuso il gap tecnologico con gli Stati Uniti per quel che riguarda il quantum Computing.

Sarà vero? Non lo sappiamo con certezza, ma è certamente qui che si sviluppa la vera guerra economica e informativa tra Pechino e Washington.

Le nazioni non sono, come diceva Krugman in un suo vecchio articolo per Foreign Affairs, delle corporations, e non si fanno concorrenza tra di loro come se la fanno sempre le imprese. Ma si fanno certamente concorrenza, le nazioni,  per i mercati di sbocco, per le risorse finanziarie, per le tecnologie, per le operazioni culturali o di influenza.

Altro non v’è. Ma non bisogna mai dimenticare che la “linea” strategica dei Paesi maggiori, alla quale noi in Italia ci adattiamo in modo pecorile, prevede variabili, anche per i piccoli e medi, che non sono affatto trascurabili.

Anche sul terreno militare: le operazioni della Cina in Ladakh e in Tibet sono l’esempio dell’interesse, che data dai tempi di Mao Zedong, di utilizzare proprio il Tibet come “il palmo della mano cinese”, per espandere l’influenza di Pechino in tutta l’Asia Meridionale. Asse strategico primario.

Si tratta di accerchiare l’India e, poi, con l’espansione cinese in Myanmar, Sri Lanka e Pakistan, si costruiscono dei blocchi geo-economici stabili, proprio contro Nuova Delhi.

Ci deve essere sempre una logica spaziale, che noi definiremmo classicamente geopolitica, che segue la formulazione degli interessi primari di un Paese. Quando esso li sappia comunque valutare, il che non accade certo oggi in Italia.

Il Tibet sarebbe stato in ogni caso la prima linea di difesa naturale dell’India, se i cinesi non se lo fossero preso già nel 1950.

Quindi il Tibet, con le sue “cinque dita” strategiche, ovvero Ladakh, Sikkim, Nepal, Bhutan e l’Arunachal Pradesh, sarà il posto di blocco della Cina da Sud, e non crediamo che sarà facilmente aperto dalla collaborazione dell’India con altri Paesi, come, per esempio, gli Usa.

E, senza il Tibet a disposizione, le operazioni economiche, militari, informative contro la Belt&Road saranno in gran parte bloccate.

Peraltro Xi Jinping, che conosce benissimo l’apparato del Partito e dello Stato, ha lanciato recentemente una campagna di “Pulizia degli Apparati di Sicurezza”ma, dal novembre 2012, Xi ha messo anche da parte il vecchio leader degli apparati di sicurezza cinesi, Zhou Yongkang, acquisendo direttamente un incarico da Politburo e non da Politburo Standing Committee.

Oggi, il budget degli apparati di sicurezza cinesi è valutabile ufficialmente in 183.272 milioni di yuan, ovvero 26,6 miliardi di Usd.

Se Zhou Yongkang, uomo di Hua Guofeng e poi di Deng Xiaoping, venne arrestato nel 2012, lo stesso Hu Jintao mandò comunque ben 3000 dirigenti dei Servizi nei campi di rieducazione.

3000 quadri in un totale di 1,97 milioni di funzionari e operativi, peraltro.

Ma il punto di svolta è stata la costituzione, proprio quest’anno, del Safe China Construction Coordinating Small Group, oggi diretto da Guo Shengkun.

Poi, è arrivato Lin Rui, di cui Xi Jinping ancora si fida e che è, comunque, un ingegnere informatico.

Ma la “ripulitura degli apparati di sicurezza in mano a Xi Jinping sarà, molto probabilmente, completata l’anno prossimo.

Un nuovo “Movimento di Rettifica di Yan’an”, come quello che promosse Mao Zedong.

Campagne di rettificazione, raccolta dei detti di Xi Jinping per “dare la linea”, con la raccolta delle “quattro coscienze” (l’ideologia, l’intero Paese, i principi e le linee politiche) e le quattro fiducie (socialismo con caratteristiche cinesi, la fiducia in un sistema che propone il carattere del socialismo cinese, la fiducia nella propria cultura e nei propri valori).

Ecco, questo sarà il panorama intellettuale e operativo con cui Xi Jinping andrà alla lotta con gli Usa. Che non sarà facile ma nemmeno con un prevedibile risultato.

 

 

 

 

ultima modifica: 2020-08-01T08:24:52+00:00 da Giancarlo Elia Valori

 

 

 

 

 

 

 

 

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