I continui appelli del ministro degli Esteri cinese Wang e della stampa di partito alla collaborazione fra Cina e Ue in chiave anti-Usa rivelano il senso profondo della sua tappa a Roma. Ma chi pensa che Trump sia il peggior candidato per Pechino potrebbe sbagliarsi. L'analisi di Enrico Fardella, professore di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Pechino

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha inaugurato con una visita a cinque Paesi europei – Italia, Olanda, Norvegia, Francia e Germania tutti membri della Nato e della Ue ad eccezione della Norvegia – la sua prima visita ufficiale dall’inizio della pandemia.

Il viaggio servirà a rilanciare gli interessi economici che legano questi Paesi alla Cina: il 14 settembre si terrà infatti il summit tra Xi Jinping e i leader della Ue per la conclusione entro fine anno del tanto agognato Comprehensive Agreement on Investment tra Cina e Ue, e nel caso norvegese si parla della finalizzazione del lungo negoziato per un accordo di libero scambio bilaterale.

Gli accordi economici bilaterali – così come i possibili spazi che le imprese europee potrebbero ottenere nel nuovo piano di investimenti infrastrutturali da 1.4 trilioni di dollari varato in primavera dal governo cinese – mirano a favorire l’ integrazione economica tra Europa e Cina e ad allontanare gli alleati europei della Nato dalla strategia di “non coesistenza” con la Cina comunista avanzata dall’amministrazione Trump. Non è forse un caso infatti che il segretario generale della Nato, il norvegese Jens Soltenberg, abbia di recente allertato gli alleati europei ad affrontare insieme la sfida creata dalla crescente presenza cinese alle soglie dell’Europa e che si parli sempre di più di un ruolo globale dell’alleanza in chiave di contenimento cinese.

L’Italia è l’unico tra questi cinque Paesi ad avere firmato nel marzo del 2019 il Memorandum sulla Via della Seta, una decisione che, se analizzata nel quadro nella già allora crescente contesa tra Washington e Pechino, ha certamente rappresentato un’importante successo per la diplomazia cinese.

La priorità data a Roma è dunque un chiaro segno di riconoscimento che la diplomazia cinese ha voluto dare al nostro Paese e in secondo luogo forse anche al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, promotore in qualità di ministro dello sviluppo economico del primo governo Conte della sigla del MoU sulla Via della Seta.

Le conseguenze della pandemia hanno peraltro impedito che le celebrazioni dei cinquant’anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina, il cui anniversario ricade quest’anno, potessero tradursi in un’opportunità per dare sostanza al MoU.

Gli accordi tra Snam e Pipechina per lo sviluppo di infrastrutture in Cina e quelli mirati a favorire l’export agroalimentare italiano in Cina vanno dunque letti insieme ai silenzi su temi delicati quali il 5G e gli interessi cinesi sulle infrastrutture portuali come Taranto.

Potrebbero essere da una parte un tentativo per riprendere un percorso interrotto dal Covid e dall’altra anche un segnale politicamente utile per l’attuale governo da giocare sia a livello interno – specie in vista delle prossime elezioni regionali – che nei confronti di quegli alleati che temono la presenza cinese in asset strategici dei paesi Nato.

Se i toni del governo italiano rivelano la speranza, in un momento particolarmente critico per l’economia del nostro Paese, di approfittare delle nuove aperture che sembrerebbe offrire il mercato cinese senza pestare i piedi a Washington, i toni della diplomazia cinese invece suggeriscono lo scopo ‘politico’ che la visita riveste per Pechino in questa delicata fase di confronto senza precedenti con gli Stati Uniti.

Non a caso Roma Wang Yi ha fatto appello all’Europa per collaborare con la Cina a difesa del multilateralismo per difendere l’ordine internazionale e il libero mercato dalla minaccia posta dall’unilateralismo e dal protezionismo di Trump.

In un articolo pubblicato dal Global Times nello stesso giorno della visita di Wang Yi a Roma, l’esperto di Europa dell’Accademia di Scienze Sociali di Pechino, He Zhigao, scrive che la visione cinese della “comunità per un futuro condiviso per l’umanità”, il progetto di governance globale proposto da Pechino, condivide gli stessi orizzonti dell’approccio multilaterale della Ue.

Il Professor Suisheng Zhao, esperto di politica cinese dell’Università di Denver, ha di recente scritto sul Journal of Contemporary China che i modelli di ordine internazionale e di globalizzazione che la Cina vuole difendere non sono sovrapponibili a quelli difesi dalla cultura liberale occidentale. Proprio nei giorni dello storico accordo del 2019 tra Italia e Cina sulla Via della Seta, la Commissione Europea per la prima volta identificava infatti la Cina come un “rivale sistemico” per la sua promozione di modelli di governance alternativi a quelli europei.

Quanto alle elezioni americane di novembre, è necessario un ulteriore chiarimento sulla posizione cinese. Sembra che la Cina tifi per Biden, ha di recente dichiarato la portavoce della camera dei rappresentanti, la democratica Nancy Pelosi.

Se, come vari osservatori sottolineano, Biden, come vicepresidente di Obama, fece poco per arginare l’influenza cinese nel Pacifico e soprattuto nel Mar della Cina Meridionale, qualcun altro ritiene che la sua elezione potrebbe giovare a ricompattare un fronte ‘unito’ in chiave anticinese con gli alleati delusi da Trump.

Kamala Harris, in corsa con Biden come vice presidente, ha peraltro assunto posizioni molto critiche nei confronti di Pechino sia su Hong Kong – sponsorizzando l’”Hong Kong Human Rights and Democracy Act” del 2019 – che sullo Xinjiang ed è stata oggetto di dure critiche da parte della stampa cinese.

Peraltro se è vero che l’amministrazione Trump ha avviato un confronto senza precedenti nei confronti del ruolo e dell’influenza cinese nel mondo, allo stesso tempo alcune delle sue scelte di politica interna e internazionale hanno eroso la credibilità e i rapporti internazionali degli Stati Uniti finendo per favorire paradossalmente i disegni strategici della Repubblica Popolare che lo stesso Trump intende contrastare. In questo senso un secondo mandato Trump potrebbe continuare a favorire questo processo e rivelarsi dunque strumentale agli obiettivi di lungo termine di Pechino.

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