"Per tanto tempo si è pensato erroneamente che la sostenibilità fosse una questione solo ambientale. Mentre l’insostenibilità sociale fa scoppiare i sistemi socio-economici. Allora la visione del futuro diventa fondamentale. L’Italia investe pochissimo nel suo futuro". Conversazione di Formiche.net con l'economista Enrico Giovannini, già ministro del lavoro e delle politiche sociali e promotore dell'Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS)

L’intervento al Meeting di Rimini dell’ex presidente della Bce Mario Draghi ha colto nel segno. La pandemia ci ha cambiati e ora nulla sarà più come prima, quindi ci vuole il coraggio di cambiare, ha spiegato Draghi nel suo intervento al Palacongressi di Rimini. Un discorso ricco di spunti, specialmente in uno dei passaggi più significativi, quello che riguarda il debito pubblico insostenibile se si pensa di usare gli aiuti europei per sussidi a pioggia, piuttosto che mettere in piedi un serio piano di investimenti economici strutturali. Un piano che metta al primo posto giovani, istruzione, ambiente. Formiche.net ne ha parlato con l’economista Enrico Giovannini, già ministro del lavoro e delle politiche sociali e promotore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS).

Professore, il panel del suo intervento al Meeting si intitola “Pandemia 2020, da dove si ricomincia?”. Le giro la domanda: da dove ripartire, per trasformare questa emergenza in opportunità?

Si riparte cambiando il modo di pensare che ci ha condotti fin qui. Non perché la pandemia ne sia colpa diretta. Ma perché questo modo di pensare ha costruito un’economia vulnerabile, e perché sappiamo che questa pandemia non sarà l’ultima. Gli scienziati ci hanno detto che poteva accadere e che potrà ancora accadere. Le fragilità economiche, sociali e istituzionali evidenziate dalla pandemia sono frutto di un modello di sviluppo tutto centrato sull’efficienza. Cioè sull’abbattimento dei costi, a tutti i costi. Mentre di fronte a shock gravi le “ridondanze”, come istituzioni sanitarie ben dimensionate, robuste e flessibili, o tutti i territori serviti dalla banda larga, sono molto importanti per il funzionamento del sistema socioeconomico. Ma se questi investimenti sono considerati solo dei costi inutili allora verranno rinviati, salvo poi lamentarsi della fragilità del sistema.

Nel suo intervento, molto atteso, il presidente Draghi ha lanciato alcuni allarmi riguardanti tematiche molto precise. Una su tutti, la necessità di mettere al centro della ripartenza i giovani e l’istruzione. Pensa che in Italia si sta facendo poco su questi due fronti?

Il fatto che in Italia continuiamo a chiamare Recovery fund qualcosa che si chiama Next generation Eu denota l’incapacità culturale di pensare alle nuove generazioni. Ancora una volta la disattenzione verso il futuro sembra stia emergendo: basta guardare al modo in cui non solo la politica, ma anche le organizzazioni economiche, si apprestano a fare i piani per utilizzare i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea. Da anni ASviS propone l’inserimento in Costituzione del principio della giustizia tra generazioni. Quando le Costituzioni sono state scritte si pensava che lo sviluppo economico continuo e senza limiti avrebbe fatto stare inevitabilmente meglio le giovani generazioni. Purtroppo, solo ora tanti riconoscono che non è così. Perciò bisogna rendersi conto che il modello che abbiamo usato finora non è in grado di gestire in modo corretto il tema della sostenibilità sociale, ambientale, economica.

Un altro tema caldo è quello dell’impiego dei sussidi europei per fare fronte a questa crisi storica e inaspettata del Coronavirus. Per Draghi “servono a ripartire”. È d’accordo? Pensa che l’Europa abbia fatto o non stia facendo abbastanza?

L’Europa ha preso una decisione storica in tempi relativamente brevi, mettendo in campo sia sussidi che investimenti: distinzione che all’opinione pubblica italiana sembra ignota. I sussidi SURE servono a finanziare la cassa integrazione, i fondi MES possono essere usati alla trasformazione in meglio del sistema sanitario, ma il Recovery and resilience facility non prevede sussidi, solo investimenti. Quindi, di che cosa si va parlando in Italia quando si favoleggiano possibili usi di questi fondi per sussidi? Basta leggere i documenti concordati a livello europeo per vedere che per usufruire dei fondi i progetti devono, come precondizione, essere orientati alla trasformazione ecologica, alla digitalizzazione e all’aumento della resilienza economica e sociale. Ovvero, la capacità di fronteggiare shock gravi e ripartire. Come possono i sussidi aiutare a ricostruire un Paese più resiliente?

Il rischio è quindi di non avere una visione d’insieme.

Per trasformare il Paese servono investimenti non solo fisici ma anche immateriali, in capitale umano e sociale. L’errore che si sta facendo in questi mesi nel nostro Paese è pensare che si possa aumentare la resilienza dell’Italia giustapponendo progetti che, non visti in ottica sistemica, rischiano di restare slegati. Serve un piano per la ripresa che non sia fatto di sussidi, ma di investimenti nelle diverse forme di capitale: fisico, naturale, umano e sociale. A questo servono i fondi europei. Il resto va fatto con i fondi nazionali.

Come verranno recepite, a suo giudizio, dalla politica italiana le parole di Draghi?

Non lo so, ma al di là della politica è un’intera classe dirigente che deve lavorare insieme per disegnare e realizzare un piano per l’Italia. a realizzare il cambiamento devono essere le imprese, i territori, la società civile. La politica è un pezzo importante ma non è l’intera classe dirigente del Paese. Noi dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile crediamo che l’Agenda 2030 rappresenti esattamente quel quadro di trasformazione del Paese di cui abbiamo bisogno. Le nostre proposte sono nero su bianco. Anche al Meeting, come ASviS cerchiamo di tenere alta l’attenzione su questi temi.

Il Meeting è uno spazio di dialogo e di incontro, ma che nasce da una spinta di connotazione cattolica. Qual è a suo giudizio lo spazio oggi per una forza cattolica, in seno alla politica o alla società civile, che possa farsi carico della ripartenza? Guardando ad esempio alla proposta di Papa Francesco contenuta nella Laudato Si’.

Nel 2015 non c’è stata solo la firma dell’Agenda 2030, ma c’è stata anche la pubblicazione dell’enciclica di Papa Francesco’, che non a caso è diventata un riferimento globale, in quanto propone l’idea dell’ecologia integrale, da realizzare nei diversi territori. Proprio questa consapevolezza mi ha motivato, a ottobre del 2015, a proporre la creazione dell’Alleanza, che oggi riunisce 270 soggetti della società civile. C’è perciò un’assoluta continuità tra le riflessioni del Meeting e quelle che stimoleremo nel corso del prossimo Festival dello sviluppo sostenibile, dal 22 maggio all’8 ottobre.

Pensa che i cattolici dovrebbero farsi promotori di questa spinta al cambiamento sociale e ambientale?

Qui i cattolici hanno un ruolo insostituibile, evitando però di creare recinti, ma, come dicono anche i padri della Chiesa, diventando motori del cambiamento nella società in tutte le sue manifestazioni. L’enciclica Laudato Si’ è una straordinaria e innovativa sintesi del pensiero cristiano e cattolico sui temi sociali, economici e ambientali. Per questo è un riferimento di tanti leader in giro per il mondo, e questa consapevolezza dovrebbe consentire all’Italia di essere tra i paesi più impegnati per realizzare questo cambiamento.

C’è fiducia secondo lei, oggi, nel futuro? Vede opportunità e spazi adeguati per la ripartenza, oppure avverte un certo timore e pessimismo, una difficoltà nell’affrontare le sfide del presente?

Purtroppo, di solito si ripara la casa quando c’è il sole, non mentre piove. A noi tocca farlo mentre diluvia. Qui i rischi di insostenibilità sociale diventano rilevanti. Per tanto tempo si è pensato, erroneamente, che la sostenibilità fosse una questione solo ambientale, ma è l’insostenibilità sociale che fa scoppiare i sistemi socioeconomici. In questo contesto, la visione del futuro diventa fondamentale. L’Italia investe pochissimo nel suo futuro, e non ha neanche un istituto pubblico di studi sul futuro, a differenza di altri paesi. Due anni fa lo proposi al Governo Conte, e mi fu risposto che non era un tema interessante. In altri Paesi questi istituti rappresentano il punto di sintesi per aiutare la politica e la cultura a sfruttare le occasioni del futuro, oltre che a prevenire i rischi. La mia speranza è che tra i progetti che verranno messi in campo con i finanziamenti europei ci sia quello per la creazione di una struttura permanente di questo tipo. Sarebbe un segnale importante.

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