Un bando delle aziende cinesi dalla rete 5G rischia di portare il governo di fronte a un tribunale. Palazzo Chigi procede con una manovra a tenaglia: da una parte il perimetro cyber, dall’altra il comitato Golden power. Basterà?

In Italia non ci sarà la messa al bando delle aziende cinesi dalla rete 5G. Non ora, perlomeno. Il rebus che incombe sulle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, da mesi in pressing per mettere alla porta le cinesi Huawei e Zte, è di difficile soluzione.

IL NODO LEGALE: TRUMP PUÒ, NOI NO

Il primo, vero motivo, confida a Formiche.net una fonte qualificata di Palazzo Chigi, è strettamente legale. Un atto che escluda per ragioni di sicurezza le aziende cinesi, in Italia, è giustiziabile. Cioè darebbe vita a un’infinita battaglia legale in tribunale, senza certezza alcuna di vittoria per l’avvocatura dello Stato. È questo uno dei nodi di fondo che fa restare sull’attenti i governi di mezza Europa. Non gli Stati Uniti, dove il sistema giudiziario permette di circumnavigare il problema. Un executive order come quello con cui il presidente Donald Trump, nel maggio del 2019, ha messo al bando Huawei (finora mai entrato in vigore e ciclicamente prorogato), infatti, non può essere impugnato.

E se negli ambienti di intelligence c’è chi, anche fra i vertici, preme per una “soluzione anglosassone” del dilemma 5G, sulla scia della tardiva conversione di Boris Johnson, che ha infine disposto l’esclusione dei fornitori cinesi, è pur vero che, nel frattempo, l’Italia deve trovare una soluzione alternativa.

IL PERIMETRO CYBER

Dal mercato è arrivato un primo, eloquente segnale. Il 9 luglio Tim, ha annunciato Reuters (senza ricevere smentite), ha dato il ben servito alla cinese Huawei, decidendo di non invitarla alla gara per costruire la rete 5G in Italia e Brasile. Una scelta strategica, da ascrivere ai vertici del primo operatore italiano, e in particolare al manager di ferro alla guida dell’azienda, Luigi Gubitosi. Per il momento, l’iniziativa è rimasta isolata. Ma ha anche portato il governo a spingere sull’acceleratore.

La manovra a tenaglia di Palazzo Chigi per alzare l’asticella della sicurezza si compone così. Da una parte il “Perimetro di sicurezza nazionale cibernetica”, ovvero il sistema di controlli basato sui Cvcn (Centri di valutazione e certificazione nazionale) introdotto lo scorso autunno dal “Decreto cyber”, uno dei primi atti del governo Conte-bis. La costruzione sconta qualche ritardo (il bando per la selezione di 70 ingegneri per i Cvcn è stato iscritto in Gazzetta solo una settimana fa), ma ha ricevuto l’applauso del Nis Cooperation Group dell’Ue e vede il Dis (Dipartimento per le informazioni e la sicurezza) in prima linea per chiudere al più presto.

Dei cinque regolamenti attuativi, il primo Dpcm ha terminato il suo iter in Parlamento, un Dpr è stato presentato allo scorso Cdm e il prossimo Dpcm sarà sottoposto entro metà settembre al Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica). Sono questi i tre atti regolamentari chiave, cui si aggiungeranno gli ultimi due Dpcm di contorno.

IL COMITATO GOLDEN POWER

Dall’altra parte c’è il lavoro in corso dei tecnici di Palazzo Chigi per rendere più “costoso” per gli operatori lavorare con i fornitori extra Ue (cioè: cinesi). Il cuore pulsante di questa operazione è il Comitato golden power, cioè il gruppo di tecnici che decide se applicare o meno i poteri speciali sui contratti che gli vengono sottoposti. Al suo interno si divide in tanti comitati di monitoraggio “per settore”, compreso quello per le telco, che deve decidere sui contratti di fornitura degli operatori.

Quel comitato, ha anticipato Formiche.net, ha stilato le nuove prescrizioni per gli operatori italiani sulla fornitura della rete 5G da parte di aziende extra-Ue. Un documento che rende assai più oneroso lavorare con aziende come Huawei, introducendo obblighi come la consegna del codice sorgente e nuovi controlli su base settimanale. Ha un’unica, piccola falla, anzi due.

La prima: quel documento, confida un avvocato esperto del dossier, “è molto border line per il rispetto del diritto alla concorrenza”. In poche parole: c’è chi potrebbe portarlo in tribunale. La seconda: per il momento, l’onere dei controlli è in capo agli stessi operatori (Tim, Windtre, Vodafone, etc). Solo una volta costituiti i Cvcn del Perimetro, quei controlli passeranno nelle mani degli ingegneri e dei tecnici dello Stato. Ecco perché accelerare sul perimetro è quantomai necessario.

IL DIBATTITO FRA POLITICA E INTELLIGENCE

Sulla rete di quinta generazione si è registrata negli ultimi tempi una crescente attenzione tanto dei vertici dell’intelligence quanto di una parte della politica. Il Dis segue passo passo la costruzione del perimetro, e in primavera ha dato il via a un riordino interno rafforzando il settore della sicurezza cibernetica. Al lavoro dell’intelligence fa da controcanto quello del Copasir, il comitato di controllo presieduto dal leghista Raffaele Volpi che, a partire dal report di dicembre con cui ha chiesto di valutare l’esclusione delle aziende cinesi dalla rete, ha tenuto alta nei mesi a seguire l’attenzione sulla vicenda 5G.

Quanto al governo, una parte della maggioranza ha recuperato e rilanciato il lavoro seguito da Giancarlo Giorgetti da sottosegretario alla presidenza del Consiglio un anno fa nell’ottica del rafforzamento del golden power sulla banda ultralarga e di un cambio di approccio strategico della burocrazia di Palazzo Chigi.

A premere per alzare l’asticella della sicurezza l’asse in casa dem composto dai ministri degli Affari europei e della Difesa Vincenzo Amendola e Lorenzo Guerini, particolarmente sensibili ai risvolti geopolitici della partita per la rete. Un passo nella stessa direzione, in effetti, si è registrato anche fra le fila del Movimento Cinque Stelle, con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio a sottolineare l’urgenza di una soluzione europea (e non sorda alle richieste americane) sul 5G e il sottosegretario Riccardo Fraccaro che più volte ha ricordato l’importanza degli alert dal Copasir.

LE TEMPISTICHE

Nell’impossibilità di procedere a una soluzione “americana” nel breve periodo, per ora il governo ha optato per una via mediana: alzare il prezzo relativo della fornitura delle aziende cinesi. Basterà?Di certo non è facile chiedere agli operatori italiani di smantellare da un giorno all’altro l’equipaggiamento di Huawei, che ha costruito buona parte della rete 4G.

D’altronde, anche il bando di BoJo è spalmato negli anni: agli operatori Downing Street ha dato tempo fino al 2027 prima di liberarsi dell’apparecchiatura cinese (e molti dei Tories più agguerriti con Pechino sono insorti). È normale, spiega un funzionario di Chigi sotto anonimato, “sei anni è la durata standard per un ciclo tecnologico”. È anche vero che, da qui a 6 anni, ci sarà chi parlerà di rete di sesta generazione. Tempo di dare il benservito ai cinesi, e il 5G potrebbe essere già obsoleto.

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