Il rapporto tra inflazione e disoccupazione è stato uno dei nodi centrali nei dibattiti teorici e di politica economica per molti decenni. Nel 1958 l’economista neozelandese Alban William Phillips scoprì una correlazione inversa tra le due variabili (inflazione e disoccupazione) nelle serie storiche dei dati riferiti all’Inghilterra dal 1861 al 1957; e ne tracciò il grafico: nasceva così la curva di Phillips.

La curva, da strumento di rappresentazione di una relazione empirica, è diventata per qualche anno uno strumento di politica economica. In una logica coerente con la visione keynesiana della macroeconomia, il sostegno alla domanda aggregata (requisito cruciale per ridurre la disoccupazione) implica iniezioni di liquidità (monetaria o fiscale) aggiuntiva, quindi inflazione. Simmetricamente, il costo di tenere bassa l’inflazione (tramite politiche di austerità) implica una diminuzione della produzione ed un aumento della disoccupazione.

Ai decisori politici restava da scegliere quale combinazione ottimale fra inflazione e disoccupazione far digerire ai propri elettori.

Questo meccanismo, messo in discussione (almeno per il lungo periodo) nel 1968-69 da Friedman e Phelps, venne radicalmente criticato negli anni Settanta, quando comparve un fenomeno non coerente con la relazione inversa implicita nella curva di Phillips: la stagflazione, la contemporanea presenza di tassi elevati di inflazione e disoccupazione.

Un fenomeno che decretò il temporaneo successo della nuova macroeconomia classica. Grazie all’ipotesi di aspettative razionali degli agenti economici (imparando dal passato, essi sarebbero consapevoli che un’espansione genera solo inflazione), fenomeni reali e monetari sono fra loro indipendenti; ogni impulso espansivo determina inflazione, senza minimamente intaccare l’occupazione.

Per cogliere meglio questa novità, Okun realizzò quello che è stato definito un indice del malessere, calcolato semplicemente come somma dei tassi d’inflazione e di disoccupazione di un‘economia; un tasso che evidentemente aumentò in gran parte del mondo occidentale negli anni Settanta.

Ebbene, quel dibattito si è ormai spento da molto tempo. Sono prevalse critiche metodologiche, tali da invalidare la capacità esplicativa (ed ancora più quella predittiva) dei modelli legati alla curva di Phillips; ed è stata sottolineata l’irrilevanza (oltre che problemi metodologici) dietro all’indice del malessere di Okun (IMO).

Eppure, sia (in parte) la crisi finanziaria del decennio passato, sia quella legata al Covid-19, sembrano riproporre con forza il tema del rapporto fra le due variabili: inflazione e disoccupazione.

Solo che da oltre un decennio quella relazione sembra essersi invertita. Le massicce espansioni fiscali e monetarie non sembrano determinare una crescita dell’inflazione, ma paiono incidere (laddove e se ci riescono) solo sulla disoccupazione, riducendola.

Un fenomeno nuovo, che sta costringendo le Banche centrali di tutto il mondo a rivedere l’inflation targeting quale obiettivo privilegiato nella guida della politica monetaria, a favore di obiettivi più legati all’economia reale, come la disoccupazione. La recente decisione della Fed va esattamente in questo senso. Ma temiamo che non sia sufficiente per far ripartire l’economia globale.

Quello che suggeriamo in questa nota è che inflazione e disoccupazione sono ancora oggi rilevanti, sia come variabili macroeconomiche sia come strumenti di distribuzione sociale del reddito, ma che per coglierne appieno il rapporto (e guidarlo verso obiettivi concreti) occorre andare oltre la tradizionale rappresentazione bidimensionale (inflazione/disoccupazione): serve inserire anche il debito pubblico.

Per una serie di ragioni molto semplici. La principale delle quali è che i canali di trasmissione delle politiche monetarie e fiscali si possono inceppare (è quello che è accaduto negli ultimi anni); in particolare, il canale che dalla creazione di base monetaria porta all’economia reale può bloccarsi nel mercato interbancario, per consentire alle banche di ripulire i loro bilanci e/o per acquistare il debito pubblico emesso dai governi. L’inflazione quindi non tende a concretizzarsi in un aumento dei prezzi, ma nell’ipertrofia dei bilanci pubblici, che cercano di rispondere alle esigenze di maggiore occupazione (o salvaguardia della stessa). Insomma, il debito pubblico media il rapporto, prima diretto, tra inflazione e disoccupazione.

Da qui la necessità, sulla scia di Okun, di immaginare un indice (per quanto rozzo) che indichi come ‘mali’ non solo inflazione e disoccupazione, ma anche il debito pubblico, almeno quello che oltrepassa la soglia considerata (per un certo tempo in Europa) sostenibile del 60%. In questa logica si può ipotizzare un indice, che chiameremo IMI (Indice di Malessere Intergenerazionale), costruito come somma del tasso d’inflazione (i), del tasso di disoccupazione (u) e del rapporto debito/Pil (d) oltre il 60% (MIM=i+u+d-60).

In questo modo, prendendo ad esempio l’Italia, è più facile cogliere la diminuzione del malessere nel paese (indipendentemente dai governi succedutisi) durante il primo periodo dell’euro, da quando la decisione d’entrarvi è diventata irrevocabile (nel 1996) a quando è arrivata la crisi finanziaria; e l’aumento del malessere in Italia nel periodo post-2008 (ancora una volta, indipendentemente dalla compagine al governo). I dati utilizzati per elaborare il grafico sono da fonte Ameco.

Al contrario dell’indice di Okun, che ci da invece l’illusione di aver avuto un tendenziale miglioramento negli ultimi 40 anni.

Questo ci dovrebbe spingere a fare un piccolo passo ulteriore, e domandarci perché l’indice di Okun fornisca una rappresentazione falsata di quella che è la percezione diffusa (un tendenziale peggioramento, colto dall’IMI, non certo un miglioramento costante espresso dall’IMO) del benessere nel paese.

Una delle spiegazioni può essere riferita al fatto che mentre inflazione e disoccupazione (sulla base delle quali è costruito l’indice di Okun) hanno alle spalle categorie sociali rappresentative, per quanto indebolite nel tempo, il debito pubblico ne è privo; e diventa quindi lo sbocco privilegiato delle rivendicazioni economiche e sociali di tutti i segmenti della collettività. Come è noto, le generazioni future, che ricevono in eredità il fardello del passato, non votano; e non incidono quindi sulle scelte politiche. Nessuno, se non i mercati finanziari internazionali (ma solo quando è asimmetrico, country-specific) si fa carico della sua sostenibilità.

La questione cruciale che rimane oggi aperta è se esista un meccanismo capace di invertire la rotta, endogeno o esogeno; capace cioè di spostare la retta del trend dell’IMI verso il basso, e non verso l’alto, evitando effetti catastrofici in un certo momento futuro. Rispondere a questa domanda ci pare una delle maggiori sfide teoriche e di politica economica dei prossimi anni.

 

 

Condividi tramite