Il 6 luglio scorso Israele ha lanciato in orbita un suo satellite spia, Ofek-16, una versione migliorata del satellite OpSat-3000 acquistato dal ministero della Difesa Italiano cinque anni fa. La missione spaziale israeliana è una lezione di realpolitik per l’Europa. Vediamo perché. L’opinione dell'ingegnere ed esperto aerospaziale

In un articolo su Formiche.net il professor Giancarlo Elia Valori ha illustrato molto bene le caratteristiche dell’ultimo satellite spia Ofek-16 lanciato a luglio dall’aviazione militare di Tel Aviv con un razzo Shavit, decollato in piena notte dalla base militare di Palmachim a 30 km a sud di Tel Aviv. L’articolo del prof. Valori descrive mirabilmente le caratteristiche tecniche e strategiche del satellite, ma ciò che ci interessa richiamare qui sono le modalità con cui è stato effettuato il lancio.

Lo Shavit è un missile a tre stadi a propellente solido operativo dal 1988, interamente realizzato dall’industria israeliana, grande circa un quarto del Vega, il lanciatore dell’Agenzia spaziale europea (Esa) di fabbricazione italiana, e quindi la sua capacità di carico è tra i 350 e i 500 Kg in orbita bassa. Lo Shavit è un derivato del missile balistico a due stadi Jericho che Tel Aviv usa per lanciare i propri ordigni nucleari e con l’aggiunta di un terzo stadio diventa un lanciatore spaziale.

Qual è la particolarità? Il fatto è che data la posizione geografica del sito di lancio qualsiasi traiettoria di decollo in direzione sud-est comporterebbe la ricaduta dei primi due stadi sui paesi arabi con ovvie conseguenze politiche. Pertanto i missili Shavit sono lanciati verso ovest con un corridoio di volo sul Mar Mediterraneo. Dal 1988 al 2020 ne sono stati lanciati undici, l’ultimo appunto a luglio. La traiettoria non è ottimale perché il volo avviene in senso opposto alla rotazione terrestre e ciò significa che rispetto a un lancio verso est bisogna usare più energia per raggiungere la velocità orbitale di 8 Km/s. Non si riesce infatti a beneficiare della rotazione della terra che già sulla rampa di lancio fornisce a un vettore una velocità inerziale di 450 m/s (all’equatore), una bella spinta gratis che consente di risparmiare un po’ di propellente. I dati di volo dello Shavit non sono noti ma dalle poche informazioni disponibili si può provare a descriverne la traiettoria.

Analizzando il possibile ground-track, cioè la proiezione su carta geografica del profilo di volo, forse molti si sorprenderanno nel sapere che il missile dopo aver lasciato la costa israeliana dovrebbe essere passato sullo specchio di mare a sud di Cipro per poi lambire la Sicilia meridionale e proseguire a Nord della Tunisia verso Alicante, da lì dovrebbe aver sorvolato tutta la Spagna meridionale (già a altezze superiori ai 100 km) fino a raggiungere la velocità orbitale sull’Oceano Atlantico a sud di Lisbona. Il primo stadio dovrebbe essere ricaduto nel Mediterraneo poco oltre le coste israeliane mentre il secondo dovrebbe essere rientrato tra la Sicilia e la Tunisia. Di sicuro gli aerei di linea a quell’ora erano pochissimi, e certamente sarà stata diramata una Notam (Notice To Air Men) con cui le compagnie aeree saranno state informate di evitare il sorvolo di determinate aree.

Gli aspetti di sicurezza sono importanti e certamente i militari israeliani hanno gestito tutto per il meglio (negli undici lanci effettuati si sono verificate solo due “failures” nel 1998 e nel 2004), però non il fatto è che anche il Mare Nostrum può essere il teatro di una missione spaziale in cui un razzo decollato dalle coste del Medioriente sorvola in pochi minuti i 3900 Km di mare che lo separano dall’Andalusia ed entra in orbita dopo aver superato il Portogallo. La geopolitica dello Spazio è anche questo.

E se pensiamo alla sicurezza, dovremmo magari essere consapevoli che in fondo siamo sempre a rischio se pensiamo che in Europa ogni giorno volano sulle nostre teste oltre 25mila aerei di linea che pesano in media sulle cento tonnellate e sono pieni di carburante. Eppure questo ci sembra del tutto normale e non ci suscita apprensione. Il fatto è che psicologicamente siamo portati a considerare il volo aereo come un evento ordinario, un po’ come prendere un comune mezzo di trasporto, e quindi ne sottovalutiamo inconsciamente i rischi invece sempre presenti. Di contro quando pensiamo al volo di un razzo spaziale il nostro pensiero ci rimanda a un’esperienza dal sapore fantascientifico e questo ci fa percepire il rischio come più grave perché meno conosciuto.

Naturalmente anche con questa consapevolezza non si può pensare di riempire il territorio europeo di basi di lancio, però la perfetta missione spaziale di Israele dovrebbe far riflettere gli europei, e gli italiani in particolare. A giugno dopo quasi un anno di fermo il lanciatore italiano Vega era finalmente tornato sulla sua rampa di lancio a Kourou nella Guyana francese, ma il lancio è stato però rinviato varie volte per meteo e speriamo decolli tra pochissimi giorni. Ci si potrebbe immaginare un problema legato a uragani tropicali o qualcosa di simile, invece si trattava di un calcolo matematico statistico che simula la ricaduta al suolo di frammenti del razzo in caso di esplosione in quota e in presenza di venti di particolare intensità e direzione. Nel caso del Vega il profilo di volo era fortemente orientato a Nord e secondo i calcoli del Cnes (l’agenzia spaziale francese) in presenza di tali venti esiste una possibilità che nel caso di un evento imprevisto dei frammenti possano ricadere nei pressi di un villaggio della Guyana. E giustamente tutto si ferma perché la vita delle persone vale ovunque più di ogni cosa. Anche di un lancio nello Spazio.

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