A due passi dalla Libia, sulle coste del Nord Africa, c’è un Paese che vive una grave crisi politico-istituzionale. La Tunisia, bastione democratico della regione, uno dei pochi attori regionali sopravvissuto (quasi) integro alle Primavere arabe, rischia di cedere sotto le spinte della sovversione, e dei fondamentalisti. Perché l’Italia dovrebbe occuparsene? Perché, spiega Dario Cristiani, fellow del German Marshall Fund e dello Iai (Istituto affari internazionali), esperto di Medio Oriente, se cede la Tunisia, cede un tassello cruciale della strategia italiana nel Mediterraneo. E non solo per i flussi migratori.

Cristiani, quanto pesa la crisi in Tunisia sulla stabilità del Mediterraneo?

La Tunisia non ha le stigmate della grande potenza, data la limitata taglia demografica, economica e geopolitica. Però, per posizione geografica, attivismo regionale storico (si pensi all’epoca bourguibista e al ruolo nel conflitto arabo-israeliano), orientamento occidentale e valore politico della sua transizione democratica – unico esempio virtuoso tra le cosiddette primavere arabe – è un attore che influenza le dinamiche regionali ben più di quanto il suo peso materiale suggerisca. In tal senso, una Tunisia in crisi con la Libia in una guerra civile infinita e un’Algeria in difficoltà dovrebbe essere vista come uno scenario da incubo a Roma, e suggerire un approccio più cauto. Ma anche la crisi tunisina va contestualizzata: c’è una crisi politica causata dalle dimissioni di Fakhfakh e una economico-sociale dovuta all’impatto, locale e globale, del Covid-19. Ma l’idea di una Tunisia al collasso è fuori dalla logica, semplicemente perché la Tunisia non è al collasso.

Perché la tenuta di Tunisi è strategica per gli interessi italiani nella regione?

In primis, per un’evidente ragione geostrategica: la Tunisia è di fronte alle coste italiane, il che significa che i problemi tunisini diventano automaticamente italiani. Poi, per questioni energetiche: dalla Tunisia passa il Transmed, che è fondamentale per l’Italia: basti pensare alle motivazioni che spinsero Craxi e Andreotti a coordinarsi con Algeri nel 1987 per favorire la transizione tra Bourguiba e Ben Ali, materializzatasi il 7 Novembre di quell’anno. Una Tunisia in crisi acuta, inoltre, avrebbe un impatto negativo su tutti gli attori economici italiani che vi lavorano, una presenza quantitativamente e qualitativamente importante. E, certamente, ci sarebbe una preoccupazione per un’impennata di arrivi, se ci fosse.

In Italia viene raccontata come tale.

I numeri di questi giorni, certamente in crescita, non giustificano minimamente l’isteria con cui alcuni attori politici e istituzionali italiani hanno approcciato la questione. Ribadisco ciò che ho scritto altrove: vi è in atto un tentativo abbastanza marchiano – immagino per questioni elettorali – di securitizzare ulteriormente un problema che, con un coordinamento migliore tra stato centrale ed enti locali potrebbe essere gestito con molto meno affanno. Dire che la Tunisia di oggi è come l’Albania degli anni ’90 ha veramente poco senso.

A Tunisi si è recata in missione il ministro degli Interni Luciana Lamorgese. Che bilancio fare della visita?

Mandare a Tunisi un ministro che non ha profilo politico, essendo principalmente un tecnico, e non accompagnato da altri membri dell’esecutivo, ha inviato un segnale sbagliato. Ovvero che per l’Italia questa non è una questione da trattare politicamente e nel complesso delle relazioni tra i due Paesi.

E come si può gestire politicamente il dossier?

Attraverso il premier o il ministro degli Esteri. Senza minacciare di bloccare i fondi alla cooperazione: 6.5 milioni di euro, in queste logiche, sono cifre relativamente basse, e il danno politico fatto da dichiarazioni del genere è incommensurabile, perché fa intendere che se la Tunisia non obbedisce velocemente ai diktat viene punita. Non aiuta, soprattutto in un Paese che ha eletto come presidente Kais Saied, che alcuni definiscono un sovranista. E che ha abbracciato questa linea: collaborare si, obbedire a diktat esterni no.

Intanto, ancora una volta, l’Europa non è pervenuta.

Questo è un problema. L’Europa resta partner essenziale per la Tunisia, ma nel corso degli ultimi 15 anni la quantità di Paesi disposti a offrire aiuti economici e a investire in Tunisia e più in generale nei paesi del Mediterraneo meridionale sono cresciuti: Cina, Russia, Turchia, Emirati, Qatar. Il Covid-19 probabilmente rallenterà il dinamismo di alcune potenze esterne, come quelle del Golfo, ma altre sono in piena espansione. La Cina, ad esempio, sta investendo in porti tunisini come Biserta, nell’indifferenza generale.  La Tunisia ha porte cui bussare. E, una volta che le trova aperte, potrebbe non aprirle più all’Italia.

Torniamo all’immigrazione. In Italia si parla spesso di sbarchi e molto meno di strategia. La crisi tunisina può essere una sveglia per un vero piano per l’immigrazione con i partner nordafriacni?

In Italia, oramai, qualsiasi questione mediterranea viene vista attraverso la lente migratoria. I tentativi di avere una visione complessiva, come ad esempio l’idea espressa dal ministro Amendola nel suo intervento alla Georgetown University a Washington di un’Italia perno mediterraneo di una grande integrazione verticale tra Europa e Africa nel solco tracciato dal Green Deal, esistono ancora ma sono in genere rari e mai sistemici o condivisi dal sistema politico. Il risultato è che molti degli attuali politici italiani preferiscono rincorrere il sentimento popolare e piegare queste dinamiche a logiche interne.

Lo stesso accade per la Libia.

Esatto. La lezione libica pare non essere stata recepita: insistere sul controllo dei migranti mentre il Gna lottava per la sopravvivenza – reale, non solo politica – mentre si tentava un improbabile, e deleterio, bilanciamento con Haftar, è uno dei fattori che spiega perché la Turchia abbia in sostanza sostituto l’Italia come riferimento a Tripoli. E la cosa è ancora più grave perché’ nel Gna non tutti sono cosi fanaticamente pro-Turchia, ma faticano a trovare altre sponde.

Si parla spesso dei buoni rapporti fra Roma e Tunisi. Ma l’Italia vanta davvero un soft power nel Paese?

In Tunisia, a livello di opinione pubblica, l’Italia è generalmente vista in termini positivi, e a differenza della Libia non vi è’ neanche il fardello dell’occupazione coloniale che complica le percezioni. Certo, minacciare di tagliare i fondi alla cooperazione, dimenticarsi che l’Italia negli ultimi anni non è stata propriamente puntuale nel tenere fede alle proprie promesse, limitarsi a considerare la Tunisia come attore che debba fermare i migranti – suoi e del continente – invia un messaggio sbagliato.

Che conseguenze può avere una crisi politico-istituzionale a Tunisi sulla guerra in Libia?

Conseguenza dirette, poche. Conseguenze più ampie, di geopolitica regionale, invece ve ne possono essere: la Tunisia, come tutti i Paesi del Maghreb, è al centro dello scontro di influenza tra il blocco turco-qatariota e quello degli Emirati. La Tunisia in Libia cerca di essere neutrale, come insistentemente fatto presente dal presidente Saied, ma qualora la situazione economica dovesse richiedere un aiuto più intenso di uno dei Paesi citati sarebbe difficile immaginare il mantenimento dello status quo.

La Tunisia è anche un hub fondamentale per la presenza americana nella regione. A Washington c’è attenzione sul dossier? L’Italia è considerata dagli americani un interlocutore decisivo per la stabilità regionale?

Gli americani sembran distratti rispetto al Mediterraneo e all’Africa in questo momento storico. Ma le relazioni con i tunisini restano buone, e negli anni sono divenute più solide, in particolare nel settore del contro-terrorismo e nella cooperazione sulla sicurezza. La recente telefonata tra Pompeo e Saied, con mutua  soddisfazione espressa a più riprese, conferma la tenuta. La Tunisia è attualmente membro non-permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, e in questa veste gli americani sono molto interessati ad avere il supporto tunisino sulla proposta di rinnovo di embargo all’Iran (questo venerdì la Tunisia non ha votato a favore del rinnovo, ndr).

C’è poi la partita per i caccia militari F-16.

La tentazione tunisina di dotarsi degli F-16 con un occhio alla situazione Libia  rafforza ulteriormente la considerazione americana. Una base statunitense permanente sul territorio tunisino, come suggerito da più parti, sarà difficile da vedere in futuro, ma la cooperazione resterà intensa.

Da Washington sono arrivati segnali di preoccupazione per le mire cinesi sul Paese.

Sì, specialmente dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono. L’attenzione è alta. Gli americani hanno dato quasi 500mila dollari per la riqualificazione del colosseo di el-Jam nell’ambito del programma “Ambassador Fund for Cultural Preservation” nel 2019, una cifra molto significativa per questo tipo di programma. Questo è uno dei tanti esempi che dimostra un interesse non banale, ad ampio raggio e non limitato solo alla sicurezza.

L’Italia è considerata un interlocutore decisivo per la stabilità nella regione?

Gli americani apprezzano molto il ruolo italiano nelle missioni internazionali, e non nascondono che vorrebbero un ruolo più deciso e decisivo di Roma come attore di politica estera, anche per delegare alcune responsabilità. Per sfruttare questo capitale politico, però, bisogna persuadere i Paesi della regione a muoversi in maniera coerente con la priorità italiane. In Libia sembra che le cose siano andate nel senso opposto, e ora sono turchi, russi, emiratini a dare le carte.

Lo spostamento del contingente stanziato in Germania ad Aviano può essere un segnale in questa direzione?

Al momento lo spostamento è sulla carta, e sembra più un dispetto alla Merkel. Se fosse dato seguito reale a questa decisione, l’Italia potrebbe offrire tanto per un’eventuale riorganizzazione americana nella regione, penso a Napoli in ottica Africom, ad esempio, o a Sigonella. Ma deve fare uno sforzo in più.

Ovvero?

Smettere di “subire” la sua posizione geografica. Marta Dassù ammoni a inizio anno che il solo fatto che l’Italia sia al centro del Mediterraneo non ne fa necessariamente una potenza mediterranea. A vedere le difficoltà nel gestire flussi tutto sommato fisiologici, e all’incapacità di influenzare le dinamiche regionali, mi pare che questa impotenza stia diventando abbastanza palese e, alla lunga, potrebbe portare anche a problemi con gli americani, che ci vedrebbero come “Mediterraneamente superflui”, o a un ulteriore ridimensionamento del ruolo italiano nel determinare le scelte europee sul Mediterraneo.

In che senso?

A Novembre fanno 25 anni dal lancio per partenariato Euro-Mediterraneo, e le dinamiche di quel periodo dovrebbe fungere da monito: l’Italia della morente Prima Repubblica, con De Michelis, fu estremamente attiva nel cercare la sponda spagnola per promuovere un’attenzione più’ forte della communità verso il Mediterraneo, riducendo la centralità francese in questo ambito. La Spagna poi riusci ad andare avanti, ed in effetti il Partenariato fu lanciato a Barcellona. L’Italia, invece, si eclissò, tra crisi economica, manovre lacrime e sangue e crollo della Prima Repubblica, e nel periodo 1992-1995 ebbe una politica estera alquanto limitata e le radici di una certa debolezza italiana nel Mediterraneo vanno probabilmente ricercate in quel periodo. I decisori politici di oggi devono evitare che ciò accada di nuovo, perché significherebbe perdere ulteriore centralità anche in posti come la Tunisia dove, nonostante tutto, l’Italia ha giocato un ruolo molto importante negli ultimi anni.

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