La crescente insoddisfazione politica, economica e militare in Mali che ci riguarda più da vicino di quanto non sembri: non possiamo sottostimare i rischi dell’invio di militari. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Brigata paracadutisti Folgore

Il recente colpo di Stato che in Mali ha deposto il presidente Ibrahim Boubacar Keita e il primo ministro Boubou Cisse pare mosso da sentimenti diffusi nel Paese da parte di larghi strati di popolazione. Lo proverebbero le crescenti contestazioni popolari che l’hanno preceduto, delle quali sembra ispiratore il carismatico Imam Mahmoud Dicko, contrapposto a Keita per un insieme di ragioni, sia politiche che personali.

Sotto il profilo più spiccatamente operativo, invece, ha certamente giocato un ruolo importante anche la palese stanchezza dell’esercito per una lunga guerra nell’Azawad, la parte settentrionale della “clessidra” maliana nella quale vengono continuamente sacrificate le vite di molti soldati, e la scelta di cooperare con alcune milizie Touareg contro lo Stato Islamico del Grande Sahara (Isgs), recependo in ritardo quella che era una proposta dello stesso Dicko ma amplificandone gli effetti negativi nei confronti di altre realtà da sempre più vicine al governo e trascurate.

Un altro indizio della natura “popolare” del sollevamento potrebbe essere indicata dal grado dei capi del putsch militare, guidati dal colonnello Assimi Goita, insediatosi a capo di un autoproclamato Comitato nazionale per la salvezza del popolo (Cnsp) e già comandante delle Forze speciali maliane. Si tratta, infatti, per lo più di colonnelli quindi ufficiali di livello medio alto, ma abbastanza lontani dalle logiche politiche del governo del Paese e, al contrario, più coinvolti con la materiale condotta delle operazioni a Nord Est di Timbouktu fino all’area desertica di Kidal. Si tratta di operazioni difficili, in un territorio aspro e ampio, con pochi risultati anche se condotte fianco a fianco delle forze francesi dell’operazione Barkhané che non lesinano risorse e uomini per la difesa di un Paese “cliente” importante. A esse, rese necessarie dalle conseguenze dell’improvvida eliminazione di Muammar Gheddafi che ha lasciato mano libera a molti movimenti jihadisti che ora trovano nel Sahel un brodo di coltura ideale, contribuisce anche una piccola componente dell’esercito italiano per l’addestramento delle unità maliane. A dire la verità, nel 2013 l’Italia aveva manifestato – unitamente ad altri Paesi europei – la volontà di impegnarsi maggiormente, salvo poi rivedere decisamente al ribasso il suo impegno in linea con una visione minimalista del proprio ruolo che le fa ora pagare pegno, in Libia, alle ambizioni altrui a nostro detrimento.

Resta il fatto che la nuova situazione non lascia prevedere particolari rischi per il nostro piccolo contingente, che nel tempo si è costruito un ruolo comunque significativo nel supporto alle forze maliane. Non si tratta, infatti, di un ribaltamento di fronte con il quale ci si trova ad avere a che fare ora; non è un 8 settembre, per dirla con un esempio della nostra storia nazionale, che fa diventare improvvisamente amici i nemici e viceversa, ma di un cambiamento al vertice di uno Stato che continua a sentirsi minacciato dai nemici di sempre: i separatisti Touareg, nonché i jihadisti di Isgs e di Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin’ (Jnim).

Piuttosto, sarebbe necessaria una maggiore attenzione da parte della nostra distratta politica estera nei confronti di quello che sta succedendo in tutto il Sahel, attraversato da un clima di crescente insoddisfazione per la situazione politica, economica e militare che ci riguarda più da vicino di quanto non sembri. È quindi, infatti, che si origina una pericolosa commistione tra il traffico dei migranti e quello degli armati e delle armi, che vede le organizzazioni criminali dedite al primo utilizzare le stesse lines of Communication impiegate dalle formazioni jihadiste per il secondo, con un continuo “scambio di favori” tra le due realtà i cui effetti si scaricano sulle nostre coste, duemila chilometri più a nord.

Non dovranno, quindi, essere sottostimati i rischi per le forze che ci proponiamo di impiegare nell’operazione Takouba a guida francese, probabilmente schierate in Niger, fornendole dei mezzi e soprattutto dell’addestramento necessari per far fronte ad operazioni complesse. E quello dell’addestramento è un problema tutt’altro che marginale visto l’impegno prolungato di molte delle nostre unità più operative in attività militarmente irrisorie e time-consuming come Strade sicure in patria.

Di fronte a questo cambiamento di passo in Mali, la Comunità internazionale nelle sue espressioni atlantica ed europea ha preso posizione, affiancandosi all’Ecowas (la comunità dei paesi dell’Africa Occidentale) che ha chiesto un rapido ritorno allo status quo ante, temendo probabilmente il contagio di un’insoddisfazione popolare che non è limitata al Mali. Proprio sotto questo aspetto, non può essere trascurata l’iniziativa diplomatica russa che ha già promosso ed effettuato un incontro con il Cnsp a Bamako, cercando forse di sfruttare quella che pare essere una finestra di opportunità per controbilanciare l’offensiva occidentale che proprio in questi giorni cavalca le difficoltà del governo filo-russo in Bielorussia e l’enfasi mediatica occidentale per il supposto avvelenamento del blogger ed oppositore russo Alexey Navalny, a opera di un Vladimir Putin che si confermerebbe spregiudicato e ingenuo al tempo stesso.

Sarebbe la prova, soprattutto, che nel nostro mondo globalizzato un battito d’ala di farfalla a Bamako può trasformarsi in una tempesta a Minsk. E viceversa.

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