Macron in Libano e quel filo sottile per salvare il Paese

Macron in Libano e quel filo sottile per salvare il Paese
C’è un filo sottile al quale aggrapparsi per salvare il Libano e la sua capitale? Sì, ma sarà la Comunità internazionale a decidere, scegliendo o no di costituire una commissione internazionale d'inchiesta. La visita odierna di Macron sarà cruciale

Nelle ore in cui Macron si appresta a raggiungere Beirut, capitale del Libano sovrano e indipendente, si impone un interrogativo: c’è un filo sottile al quale aggrapparsi per salvare il Libano e la sua capitale? Sì, neanche questa devastazione ha chiuso i conti, la mafia non ha ancora vinto contro lo Stato, ma ora non è il Libano a decidere del suo futuro o della sua morte. Sta alla Comunità Internazionale decidere. E questa decisione potrebbe essere presa proprio durante questa visita, costituendo o non costituendo una commissione internazionale d’inchiesta su quanto è accaduto il 4 agosto al porto di Beirut. Se non ci sarà la commissione è molto difficile pensare che esista un futuro per il Paese che ha incarnato, con tanti difetti e problematicità, l’idea di uno stato dei cittadini, sovrano e indipendente.

Le forze che si oppongono a questa scelta, cioè quelle che si sono manifestamente opposte a questa richiesta avanzata dagli ex primi ministri, sanno benissimo quel che fanno. La loro prospettiva infatti da tempo non è più quella libanese, cioè quella di uno stato culturalmente plurale e indipendente dai grandi attori regionali. Loro immaginano un dissolvimento di fatto del Libano in uno spazio connesso con altri e governato nel nome di una ostilità agli altri. Era l’obiettivo perseguito quando si decise di uccidere Rafiq Hariri: imporre con la forza l’alleanza delle minoranze della regione: sciiti e cristiani contro sunniti, quindi sciiti e cristiani uniti nelle fedeltà a una riscrittura dei confini e delle lealtà, quella che Hariri non aveva accettato nel nome di una prospettiva diversa, che non legava mani e piedi il Libano a un carro regionale.

Oscurato da tanti, proprio questo dato di fondo è diventato evidente pochi giorni fa, quando, prima dell’esplosione, è stata respinta dal governo e dalla presidenza libanese l’idea del patriarca maronita di salvare il Libano dal suo collasso proclamandone la neutralità rispetto ai conflitti regionali. Cosa vuol dire essere neutrali? Vuol dire non prendere parte a uno scontro fratricida che usa le comunità confessionali per modificare i confini e creare nuovi entità politicamente collegate da una adesione politica a una prospettiva di tipo imperiale, nuove egemonie che di fatto eliminano gli stati per sostituirli con satrapie che legano i vari signorotti locali in un progetto unico. È chiaro che accettare questa impostazione relega i cristiani al ruolo di vassalli. Ecco perché in Medio Oriente si parla tanto di nuove mafie: realtà di potere lecito ed illecito che legano un territorio a una comunità e una comunità ad altre all’interno di una visione conflittuale con altre comunità da allontanare da quel territorio verso altre zone. È questo il motivo per cui la guerra siriana si è basata sul transfer di massa di popolazioni confessionalmente o culturalmente non piegate alla fedeltà a questo progetto. L’individuo non esiste, esiste la sua lealtà alla sua comunità di appartenenza che è fedele a un satrapo che la protegge per conto della superpotenza regionale che lo consente. Le comunità devono essere militarizzate, unite in un blocco politico confessionale che le rappresenta e militarizza a partire dal territorio che conquistano.

Se questo è il disegno, il sistema premoderno al quale si vuole ricondurre tutto il vasto spazio che va da Baghdad al Mediterraneo, è evidente che il Libano sarebbe un’anomalia, quindi il suo smantellamento è una priorità. Il Libano è diventato nel corso di un secolo di storia, l’esatto contrario di quel che i colonialisti, che seguivano un progetto non dissimile da quello odierno, avevano pensato: lo spazio offerto ai cristiani per averne la fedeltà in quel territorio ma in urto con i musulmani. Il progetto libanese nacque dal rifiuto di questa visione e dalla scelta di una libanesità di tutti, cristiani e musulmani del Libano, uniti in una comune appartenenza alla loro sovranità.

È chiaro che se non ci fosse la commissione internazionale di indagine si porrebbe fine alla storia del Libano sovrano. Il mondo accetterebbe che una verità non verificata e probabilmente scarsamente attendibile venga imposta affidando a chi la ha imposta la proprietà del territorio.

Il problema per tanto tempo è apparso quello dell’impossibilità di far esistere il Libano con al suo interno lo stato parallelo di Hezbollah. Oggi il problema è far coesistere Hezbollah con al suo interno il Libano. Hezbollah si è esteso nei territori che dovrebbero far parte del nuovo conglomerato di diverse satrapie diffuse dalla Mesopotamia al Mediterraneo, rappresentando una milizia di occupazione, pulizia del territorio e controllo delle comunità in questa porzione di territorio. Può accadere per gli errori commessi contro le comunità sciite nei secoli. Ma oggi, all’interno di questo spazio, non può sopravvivere uno stato sovrano, basato non sulla fedeltà ma sulla cittadinanza per tutti.

La commissione d’inchiesta significa scegliere, al di là della verità che appurerà: quale legge vige all’interno dello spazio di cui stiamo parlando? Ecco che, a mio avviso, diviene chiaro che il 4 agosto 2020 e la sua tragedia è il secondo capitolo della tragedia del 14 febbraio 2005, quando si assassinò Rafiq Hariri. Quale legge vige in Libano? Dopo la strage del 4 febbraio 2005 il mondo scelse di dire che vigeva la legalità internazionale. Oggi il bivio è lo stesso. Quando Macron lascerà Beirut, tra poche ore, probabilmente sapremo.

ultima modifica: 2020-08-06T13:50:21+00:00 da Riccardo Cristiano

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