Nel Paese che scivola nel colpo di Stato si muovono interessi esterni, organizzazioni jihdaiste, e insoddisfazione tra la popolazione. Speculazioni dietro alla deposizione del presidente Keïta

I golpisti maliani hanno annunciato la creazione del Comitato nazionale per la salvezza del popolo, organo che dovrebbe dar seguito politico al colpo di stato con cui hanno forzato alle dimissioni il presidente Ibrahim Boubacar Keïta, alla guida del paese dal 2013. Keïta nella serata di martedì 19 agosto ha annunciato lo scioglimento del governo e dell’Assemblea nazionale dopo che è stato arrestato insieme al suo primo ministro Boubou Cissé, entrambi trasferiti nel campo militare di Kati, vicino alla capitale Bamako.

Per gli autori del golpe l’azione era necessaria per permettere un futuro al paese: il malgoverno, il deterioramento delle condizioni di sicurezza, le elezioni legislative di marzo contestate e le violazioni dei diritti fondamentali contro i cittadini, sono le ragioni che hanno portato alcuni militari maliani a muovere contro le istituzioni. Ora promettono elezioni democratiche “credibili”, scelgono di cavalcare l’indignazione innescata tra l’opinione pubblica dalla sentenza della Corte costituzionale che a fine aprile ha modificato il voto in una trentina di circoscrizioni per garantire a Keïta una maggioranza parlamentare.

Già a luglio c’erano stati episodi di grosse tensioni, con le forze di sicurezza che avevano sparato contro i manifestanti mentre cercavano di entrare nell’edificio dell’Assemblea nazionale a Bamako. Tensioni che arrivano in un paese che già nel 2012 ha vissuto una crisi golpista – contro l’allora presidente Amadou Touré – e una stagione deleteria per l’incunearsi di gruppi armati jihadisti. Organizzazioni terroristiche contro cui sia la Francia che altri paesi (anche l’Italia e gli Stati Uniti) hanno creato missioni di sicurezza per permettere alle istituzioni locali di ristrutturarsi senza il virus terroristico.

Fu dal vuoto di potere tra le iniziative dei militari e gli attacchi dei gruppi terroristici che emerse la figura politica dell’ex primo ministro Keïta, apprezzato dalle nuove generazioni. Le elezioni sono state in effetti la goccia che ha fatto traboccare il vaso: nel paese il malcontento è diffuso da anni. Le frustrazioni dei cittadini riguardano prima di tutto la corruzione endemica che blocca lo sviluppo del paese, e poi l’incapacità del governo di costituirsi come risposta efficace – sia sul piano militare che politico – alle istanze terroristiche. Nonostante gli aiuti ricevuti.

Respinti nel 2013, i jihadisti (appartenenti ai gruppi fluidi del Sahel, generalmente legati ad al Qaida, ma disponibili al dialogo anche con i baghdadisti e molto interessati a traffici clandestini d’ogni genere) sono tornati forti negli anni successivi. Dispersi nelle aree rurali, hanno intrapreso una guerriglia sanguinaria che si è allargata al Burkina Faso e al Niger. Se si unisce la precarietà delle condizioni di sicurezza a quelle economico-lavorative legate anche alla corruzione, è evidente il motivo per cui nel corso di questi sette anni l’astio contro Keïta sia cresciuto.

In questo quadro, l’imam carismatico Mahmoud Dicko è riuscito a raccogliere attorno sé i gruppi dell’opposizione e parte della società civile, creando il Movimento del 5 Giugno – data in cui, quest’anno, c’è stata una delle più grandi manifestazioni pubbliche della storia del paese. Le forze antigovernative chiedevano riforme, che Keïta aveva promesso, ma il primo passo – la nomina il 10 agosto di una nuova Corte Costituzionale per avviare i processi riformatori – era sembrato uno smacco. I giudici, tutti fidati del presidente, erano stati visti come un bluff e alzato l’asticella dell’indignazione.

Da qui si è arrivati al golpe. I fatti di cui non si conoscono ragioni precise (su cosa abbia fatto scattare l’azione adesso). E allora le speculazioni trovano spazio. Il colonnello Malick Diaw, il secondo più alto in carica tra gli uomini di Kati dopo il generale Sadio Camara, è il volto del colpo di stato. Venticinque anni, è il simbolo delle proteste perché appartiene alla classe demografica che sosteneva Keïta. La sua immagine sorridente in uniforme viene ripresa dai social network come quella di un giovane che ha compiuto un atto storico per il bene dei suoi concittadini. Sarebbe lui la mente del piano; sarebbe stato lui a invitare con le armi il presidente a seguirlo all’Accademia militare di Kati (che fece da base già al golpe del 2012).

Con un’ombra: secondo informazioni non verificabili, sia lui che Camara sarebbero recentemente tornati da una sessione di addestramento particolare in Russia.

Pare che anche un altro leader golpista Ismael Wagué – colui che ha letto la dichiarazione sulla rimozione del presidente in Tv – abbia ricevuto in passato formazione militarmente in Russia (altre informazioni che per ora non sono verificabili). E dunque, quella russa diventa una pista da seguire per comprendere le ragioni dello scatto? Ipotesi, ma restiamo su alcuni fatti. La Russia da mesi conduce operazioni di info-war in Mali per screditare la presenza francese; azioni di disturbo non nuove. Inoltre da tempo Mosca ha interesse al Mali, come testimoniato dall’accordo militare di gennaio, che si è portata dietro una stretta sulle relazioni economiche. Dal 2018 Bamako ha formalmente chiesto aiuto ai russi per combattere le organizzazioni terroristiche; richiesta arrivata dopo che l’anno prima il presidente Vladimir Putin si era offerto direttamente, dando la disponibilità russa alla causa.

Il Mali è uno di quei paesi africani in cui si evidenzia la volontà del Cremlino di costruire una migliore penetrazione regionale sfruttando la contrazione statunitense. A dicembre dello scorso anno, il ministro maliano della Difesa aveva annunciato “l’arrivo di militari russi nel Paese, per supportare tecnicamente le forze armate locali”: sarebbero arrivati una ventina di consiglieri militari, ma non militari regolari, ma molto probabilmente uomini della società privata Wagner che il Cremlino usa per operazioni ibride. In quei giorni si era svolta un manifestazione antigovernativa in cui erano apparsi cartelli con l’immagine di Putin: erano stati i russi a darli ai maliani (molti ignari del significato intrinseco).

Si tratta di situazioni che non ricostruiscono collegamenti con quanto successo – il golpe – ma confermano l’interessamento russo nell’allargare influenza nel Paese. Analizzando i fatti con una speculazione strategica, si può considerare che se il Mali dovesse piombare nel caos, la presenza russa nel paese potrebbe anche saldarsi a quella francese. Il ruolo di Mosca diventerebbe comodo per Parigi in quella regione africana, e da lì aprire a ulteriori collaborazioni (più o meno formali) secondo un allineamento che per altro non sarebbe troppo singolare. Ma val la pena sottolineare ancora che siamo in un campo speculativo…

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