Da febbraio, con la pandemia si sono persi seicentomila posti di lavoro, solo in parte recuperati. A soffrirne di più, le fasce più deboli del mercato del lavoro. Ma lo smart-working, ormai realtà, segna un cambiamento che lascerà un'impronta positiva per il lavoro e per i lavoratori? L'incontro organizzato al Meeting di Rimini da Randstad, Unioncamere e Nier con interventi di Blangiardo (Istat), Profumo (Leonardo), Ceresa (Randstad)

Sono bastati pochi giorni, con lo scoppio della pandemia, per fare in modo che lo smart working diventasse estremamente familiare, alla portata di tutti, in una maniera impensabile. Il ciclone che si è duramente abbattuto sul mondo del lavoro, generando una crisi i cui effetti dovremo ancora tristemente vederli in campo, ha anche implementato processi positivi, come quello dello smart working. Quali sono i segni che tutto questo lascerà maggiormente? Se n’è provato a discutere al Meeting di Rimini, nell’ambito dell’incontro organizzato in collaborazione con Randstad, Unioncamere e Nier, “Un nuovo mondo del lavoro, nuovi modi di lavorare”.

LO SMART-WORKING È REALTÀ. LAVORO E QUALITÀ DELLA VITA MIGLIORERANNO?

Di fatto, ad oggi, sono ancora molte le incognite, soprattutto riguardanti i danni collaterali che emergono dalla crisi del coronavirus, e soprattutto i processi che si stanno presentando all’orizzonte e che vanno necessariamente gestiti. Lo smart-working migliorerà il lavoro, l’economia, l’ambiente, la qualità di vita individuale, oppure peggiorerà alcuni aspetti importanti come la socialità e il bisogno di vivere con la propria persone fisica le relazioni che si presentano nell’ambito del proprio lavoro?

Di certo c’è che, dal punto di vista numerico occupazionale, al momento il Coronavirus ha lasciato un pesante segno negativo. Il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo ha infatti spiegato, durante il convegno, che da febbraio la pesante caduta di occupazione ha fatto registrare una perdita di 600 mila unità, solo in parte recuperata nei mesi seguenti. Tra questi, a soffrire più di tutti sono stati i lavoratori a tempo determinato, con contratti in scadenza che non hanno visto rinnovarsi, e le nuove assunzioni.

LA PANDEMIA HA BRUCIATO SEICENTOMILA POSTI DI LAVORO, RECUPERATI SOLO IN PARTE

È perciò il segmento che era già più debole del mercato del lavoro ad avere subito maggiormente gli effetti della pandemia. Se però già preoccupa abbastanza la netta caduta degli occupati, a fare ancora più paura è lo scoraggiamento di chi ha perso il lavoro e non ha la possibilità di recuperarlo, o che ha smesso di proporsi sul mercato del lavoro perché convinto della mancanza di opportunità. Il rischio è cioè che il tasso di disoccupazione diminuisca perché molti soggetti smettano di cercare attivamente.

Anche il numero delle ore lavorate è diminuito, recuperato anche qui in parte nei mesi successivi al lockdown. Se si guarda i numeri nel dettaglio, a marzo l’incremento del lavoro da casa è stato dell’8,1 per cento, e in aprile del 14,1 per cento. Un aumento più frequente nelle donne che negli uomini. “Le dimensioni del lavoro da casa erano presenti ma relativamente piccole e modeste, e riguardavano un mondo certamente di nicchia. Su questo punto, ovviamente, le novità sono significative: in questi mesi ci sono state milioni di persone che hanno operato dal proprio ambiente”, ha spiegato Blangiardo.

LE CONDIZIONI PER IL LAVORO “SMART”: SPAZI, MA ANCHE TECNOLOGIE E INFRASTRUTTURE

“La vera sfida è creare le condizioni affinché tutto questo non determini una caduta in termini di prodotto e produttività. Siamo pronti a fare ciascuno  la propria parte affinché la situazione che abbiamo vissuto diventi un elemento su cui contare per fare crescita?”, ha chiesto il presidente dell’Istat. Un altro tema delicato che emerge dalle indagini compiute dall’Istat in questi mesi è quello degli spazi di lavoro. Non è infatti sempre semplice riadattare le proprie case per renderle degli uffici. Ma servono anche tecnologie e infrastrutture digitali.

Insomma, bisogna possedere un computer e una rete che funziona, e le imprese che offrono lavoro devono avere risorse per consentire tutto ciò ai propri dipendenti. Considerando, inoltre, che ci sono settori in cui il rapporto del lavoratore con l’azienda e con la clientela è ineludibile. Mentre per quanto riguarda le competenze tecnologiche, Blangiardo ha spiegato che in Italia le abbiamo, anche rispetto agli altri paesi europei siamo ancora indietro. Internet infatti in Italia è usato dal 74 per cento della popolazione, contro l’oltre 80 per cento nel resto dell’Unione europea.

PROFUMO (LEONARDO): “PRIMA DI DIVENTARE SMART BISOGNA CAMBIARE I PROCESSI DEL LAVORO”

Come ultima problematica da affrontare, c’è quella del fattore umano. “Il lavoro a distanza può aiutare ma ci sono anche controindicazioni, come le minori occasioni di socialità e di cambio di ambiente”, ha affermato Blangiardo. Al dibattito, moderato dal Direttore del Quotidiano Nazionale Michele Brambilla, hanno partecipato anche l’Ad di Leonardo Alessandro Profumo, quello di Randstad Italia Marco Ceresa, il presidente e Ad di Nestlè Italia Marco Travaglia e quello di Philip Morris Italia Marco Hannappel.

“In Leonardo nessuno ha perso il posto di lavoro, abbiamo tutelato tutti i nostri lavoratori nonostante le difficoltà nell’export, dove noi lavoriamo principalmente”, ha affermato Profumo. Che ha spiegato che non si dovrebbe parlare di smart working ma di home working per il fatto che “prima di diventare smart bisogna cambiare molti processi di lavoro”. Lavorare a distanza “può essere relativamente semplice per lavori amministrativi, ma il rischio è di non avere programmi adeguati per il lavoro a distanza”, ha spiegato Profumo. E lavorare con la rete mobile “aumenta considerevolmente i rischi di cyber security”, in quanto “la superficie attaccabile è aumentata in maniera spaventosa”.

CERESA (RANDSTAD): “LO SMART-WORKING È UNA CERTEZZA CHE AUMENTA LA PRODUTTIVITÀ”. 

Per Ceresa lo smart-working è ormai una certezza che continuerà in futuro, con ricadute positive sul fronte della produttività. “Nel 2016 in Ranstad siamo partiti con lo smartworking per diminuire l’inquinamento per gli spostamenti e per migliorare la vita dei lavoratori. All’arrivo del Covid eravamo tecnologicamente pronti, anzi la nostra produttività è aumentata”, ha spiegato. “Questo fa capire che lo smartworking continuerà in futuro. Occorrerà investire in baby sitter e disinvestire negli spazi per gli uffici. Bisogna avere molta fiducia nei propri lavoratori anche per aumentare la produttività”.

Il tema della fiducia ai lavoratori è stato toccato anche da Travaglia, spiegando che “il senso di maggiore autonomia e maggiore fiducia dato alle persone che lavorano da casa è stato uno degli aspetti maggiormente apprezzati”. “È chiaro che ci sono degli aspetti da controbilanciare”, ha poi proseguito. “Credo che non si possa andare verso un sistema rigido ma ricanalizzare le attività dell’azienda per processi e capire cosa è importante fare fisicamente in presenza e cosa si può fare non in presenza. Creatività, relazioni personali e avviamento del lavoro ai giovani sono tuttavia ambiti in cui la presenza fisica rimane estremamente importante”.

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