In Italia il Parlamento ha clamorosamente perso di ruolo per ragioni varie che non possono trovare ulteriore linfa dal taglio degli eletti. Esso quindi fa male il suo mestiere per altri fattori che, semmai, potrebbero trovare un freno proprio dalla riduzione dei suoi componenti. Il commento di Roberto Arditti

Mi sforzo da giorni nel cercare di comprendere gli argomenti dei contrari alla riduzione del numero dei parlamentari, ma debbo confessare che più li leggo (o li ascolto) e più mi convinco del contrario.
O meglio: colgo l’onestà intellettuale di molti ragionamenti ma ritengo che essi appartengano a un’idea “figurata” della democrazia, ormai lontana in modo irrimediabile dalla realtà al punto da imporre a tutti noi (ed al sottoscritto in primo luogo) di ragionare con idee nuove, schemi rinnovati, obiettivi rivisti.

In sostanza i punti essenziali di chi si appresta a votare No al referendum del 20 settembre sono due e possono essere così riassunti: non è vero che un Parlamento meno numeroso funziona meglio (anzi sarà ancor meno in grado di fare bene il suo mestiere) e, comunque, un Parlamento ridotto a due terzi dei membri attuali sarà meno meno in grado di rappresentare territori, minoranze e “diversità” di opinioni politiche.

Sono idee rispettabili e poste in campo da donne e uomini di studi profondi e grande esperienza, quindi non debbono essere liquidate con superficialità. A mio avviso però le cose stanno assai diversamente, nel senso che in Italia il Parlamento ha clamorosamente perso di ruolo per ragioni varie che non possono trovare ulteriore linfa dal taglio degli eletti. Esso quindi fa male il suo mestiere per altri fattori che, semmai, potrebbero trovare un freno proprio dalla riduzione dei suoi componenti.

Io penso questo essenzialmente per tre motivi, a mio avviso facilmente riscontrabili nella storia politica recente del nostro Paese. Punto primo: la rappresentanza politica territoriale è quasi totalmente sfuggita a deputati e senatori per il semplice fatto che nella Seconda Repubblica ci siamo messi (per fortuna) ad eleggere direttamente sindaci e governatori, creando così una solida genia di “eletti dal popolo” con precisa e riconoscibile base geografica.

Anno dopo anno i cittadini hanno progressivamente imparato a spostare su di loro quasi tutto il peso delle aspettative, tanto è vero che ne sono nate figure assai carismatiche (si pensi a Zaia, Bonaccini o De Luca al tempo presente, ma anche Chiamparino, Renzi, Bassolino, Albertini, Guazzaloca andando indietro nel tempo). In questo contesto, complice anche la girandola di leggi elettorali, i parlamentari hanno perso ogni reale rappresentanza territoriale (soprattutto se eletti nelle città), finendo per essere poco più che i rappresentanti di se stessi.

Punto secondo: i parlamentari senza partiti veri sono “vuoti a perdere” e nella Seconda Repubblica quasi nessuno ha lavorato alla nascita di partiti veri. Si guardi a destra (dove esistono soltanto movimenti politici privi di leadership realmente contendibile) o al M5S, cioè una forza politica che preferisce non avere un leader e degli organi nazionali eletti. Ma si guardi anche alla sinistra, dove c’è l’unico partito in Italia ancora operante in modo classico e strutturato, condizione che però riguarda il Pd solo nell’area tosco-emiliana, poiché nel resto d’Italia non c’è quasi più nulla degno di nota.

Questa condizione di eletti “senza partito” fa dei parlamentari persone esposte ai venti devastanti dell’irrilevanza, dell’opportunismo e del continuo cambio di casacca, come dimostra la crescita a dismisura nelle ultime legislature del numero di deputati e senatori che finiscono al gruppo misto. Ebbene io non mi piegherò mai alla logica del gruppo misto come riserva di democrazia, poiché lo considero semmai un sottoprodotto “tossico” di una democrazia parlamentare malamente funzionante.

Al terzo posto c’è poi l’elemento che io considero più importante di tutti, vale a dire l’evoluzione tecnologica. Nessuno può sostenere seriamente che fare oggi il parlamentare significa agire come al tempo di Camillo e Peppone. Oggi si può lavorare a contatto con i propri elettori senza dover rispondere a mano alle richieste di raccomandazione (peraltro assai spesso configurabili come reato nell’ordinamento attuale) ed è quindi del tutto ragionevole pensare che un numero ridotto di eletti al Parlamento possa rappresentare addirittura un modo di accrescere il “prestigio” degli eletti medesimi.

Insomma io dico che ridurre il numero dei deputati e senatori è idea buona e moderna, mentre trovo l’argomentazione grillina secondo cui è bene farlo per risparmiare una fesseria epocale, capace da sola di compromettere gran parte della dignità di un ragionamento assai più complesso e profondo. Questo dunque il mio punto di vista, che offro volentieri al dibattito. E ringrazio quei cinque parlamentari (per ora senza nome) che hanno chiesto il bonus da 600 euro “on top” al loro emolumento, se è vero quanto trapela dall’Inps.

Ragionando sul loro gesto verrebbe da dire che ridurre “solo” di un terzo gli eletti di Camera e Senato è troppo poco.

Condividi tramite