La questione dei diritti e delle responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani ha trovato una formulazione giuridica nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare Unclos (United Nations Convention on the Law of the Sea), finalizzata a Montego Bay (Giamaica) nel dicembre 1982. Purtroppo, nonostante sia stata sottoscritta da 167 paesi, qualcuno manca all’appello e non riconosce i principi e le regole che la convenzione stabilisce. La Turchia è fra questi, anche perché evidentemente ritiene che l’applicazione di queste regole sia in palese contrasto con i propri irrinunciabili interessi nazionali, in particolare per l’esercizio della sovranità sul mare Egeo, questione che da un secolo la contrappone alla Grecia, ed ora anche per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo Orientale; non aiuta certo la questione di Cipro, divisa tra le due comunità greca e turca, con quest’ultima che non viene riconosciuta come soggetto politico autonomo, se non, appunto, da Ankara.

Se le questioni fossero di natura puramente economica, tuttavia, non sarebbe impossibile pensare che al termine di un negoziato, per quanto faticoso, sia possibile trovare una accordo, anche perché le aspettative sulla disponibilità di giacimenti di gas nell’area sono particolarmente elevate e potrebbero soddisfare le esigenze di tutti i Paesi rivieraschi. Purtroppo, però, le cose non stanno così e le richieste turche hanno una valenza geostrategica di vastissima portata, al punto da rimettere in discussione i contenuti del trattato di Losanna del luglio 1923, che pose fine alle ostilità nell’area, riconoscendo i successi conseguiti da Kemal Pascià Ataturk e definendo gli attuali confini della Turchia. Si trattò di un accordo che in molti ambienti turchi non è mai stato considerato soddisfacente e che oggi sembra essere apertamente contestato.

Al riguardo è illuminante la lunga intervista che l’ammiraglio in congedo Cem Gürdeniz ha rilasciato a Mariano Giustino per Huffington Post, in cui viene delineata una dottrina che Gürdeniz dichiara essere sostanzialmente difensiva, ma che appare piuttosto essere “di riconquista” di quanto sottratto ad Ankara nella fase post primo conflitto mondiale.

È in questo quadro che devono essere considerate le vicende di queste settimane e di queste ultime ore, con gli atti e le dichiarazioni poco rassicuranti di Recep Erdogan, cui sono attribuite dichiarazioni del tenore “ci prenderemo quello che è nostro; non fate errori; sarà la vostra rovina”, e con la reazione che oltre ad Atene coinvolge anche la Francia, la quale vuole riaffermare il suo ruolo di arbitro nel quadrante mediterraneo. Ecco quindi che la Turchia avvia un’esercitazione navale in acque contestate, cui viene simmetricamente risposto con un’analoga esercitazione nella stessa zona condotta dalle marine di Grecia, Francia e Cipro, cui partecipa anche quella italiana con un DDG classe De la Penne (lo stesso che qualche ora prima era impegnato in un’altra esercitazione, di breve respiro, una cosiddetta Passex, con unità navali turche).

Alle azioni di carattere operativo si affiancano ovviamente quelle di natura diplomatica, con un determinato impegno tedesco, anche nella veste istituzionale connessa con la presidenza per il semestre dell’Unione europea. Vediamo quindi il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas fare la spola tra Atene ed Ankara e il coinvolgimento in prima persona di Angela Merkel, con pressanti inviti a Grecia e Turchia per abbassare la tensione, che tuttavia rimane su livelli di grande pericolosità, al punto da indurre Maas ad affermare che “ogni scintilla può portare alla catastrofe”.

Indubbiamente ci troviamo di fronte ad un’escalation che già ci ha coinvolto nel passato, quando unità militari turche hanno impedito con l’intimidazione attività esplorative di Eni nelle acque che la Turchia unilateralmente rivendica, con l’accordo tra Ankara e Tripoli sulla delimitazione delle reciproche Zee (Zona economica esclusiva), senza tenere conto degli altri paesi rivieraschi.

A questo ha fatto seguito l’accordo in materia tra Italia e Grecia del giugno scorso e l’acuirsi della tensione tra Grecia e Turchia con la mediazione tedesca bruscamente interrotta a seguito dell’inattesa intesa tra Grecia ed Egitto e la conseguente accusa di Ankara ad Atene di cercare lo scontro. Nubi all’orizzonte ce ne sono e le diplomazie sono in azione per disinnescare la situazione: incontro informale dei ministri della Difesa Ue a Berlino, cui segue un Consiglio europeo formato Esteri, sempre a Berlino.

Contemporaneamente si sta mobilitando la Nato, probabilmente l’organismo più idoneo per la trattativa, atteso che ne fanno parte sia la Turchia che la Grecia. I prossimi giorni saranno sicuramente frenetici per cercare di abbassare la tensione, ma viste le dichiarazioni di Gürdeniz e di Erdogan precedentemente citate, gli spazi di manovra appaiono assai ristretti.

Un’ultima annotazione sulle posizioni tenute dal nostro Paese, atteso che alcuni nostri interessi strategici sono in discussione, sia per quanto attiene alla stabilità dell’area in generale, sia per gli aspetti relativi alle questioni energetiche (attività di Saipem ed Eni che potrebbero essere pesantemente condizionate, ridotte capacità di diversificazione delle fonti). Ciononostante, stiamo in buona sostanza accettando un ruolo di comprimari, lasciando l’iniziativa nelle mani di Francia e Germania, nonostante alcune ferme prese di posizioni del ministro Lorenzo Guerini (ricordiamo il suo intervento della fine dello scorso mese di Novembre alle Commissioni Difesa di Camera e Senato riunite), che peraltro non sembrano trovare eco nel resto della compagine governativa. Anche su questo dossier bisogna constatare che le questioni di politica interna sembrano assorbire tutte le energie di Palazzo Chigi e del vertice della Farnesina, e non è buona cosa.

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