In soli tre mesi, l'opinione dei Paesi Ue verso la Cina si è ribaltata. Ora anche l'Italia è fra gli scettici, svela un nuovo report dell'European council on foreign relations (Ecfr). Investimenti, diritti umani, 5G, perché Bruxelles non si fida più di Pechino

Quasi amici. Pochi mesi fa, nel pieno della pandemia, Ue e Cina andavano a braccetto. Oggi si guardano in cagnesco. Leggere per credere. Un report dell’Ecfr (European council on foreign relations), prestigioso think tank di Bruxelles, fotografa una brusca inversione di marcia nei rapporti col Dragone.

LA CINA (ERA) VICINA

Sembrano lontani i tempi delle mascherine, del via vai di aerei, equipe mediche, bandierine della Repubblica popolare al vento. Acqua passata, o quasi. “Dallo scoppio della crisi del Covid-19, c’è stata una nuova convergenza del giudizio degli Stati membri Ue sulle sfide che la Cina pone all’Europa”.

“La relazione economica sino-europea manca di reciprocità – scrive nella premessa la direttrice del programma Asia Janka Oertel – e ci sono crescenti preoccupazioni all’interno dell’Ue sull’approccio assertivo della Cina all’estero, così come sulle sue violazioni degli impegni legali internazionali e le violazioni di massa dei diritti umani a Hong Kong e in Xinjiang”.

PARTNER O RIVALE?

Una mappa mostrata dal think tank spiega la posta in gioco. Di tutti i Paesi dell’Unione, solo uno, la Bulgaria, considera la Cina “un partner strategico”. Nessuno, oggi, la considera invece un “rivale strategico”. In tutti gli altri Stati membri prevale una posizione intermedia, di attendismo: la Cina è vista, “pragmaticamente, sia rivale che partner”. Qui si colloca anche l’Italia ai tempi del Conte-bis, con una precisazione.

In un sondaggio dello stesso think tank di maggio scorso, Italia e Bulgaria erano indicati come i due Paesi europei più filocinesi. Oggi invece lo Stivale è inserito nella lista dei Paesi la cui opinione pubblica ha rapporti “abbastanza controversi” con la Cina. Solo in un caso l’immagine pubblica della Città Proibita è definita “molto controversa”. Si tratta della Repubblica Ceca, Paese fino a poco fa considerato un presidio cinese in Europa e oggi in piena inversione di marcia (non a caso oggetto di particolari attenzioni del Dipartimento di Stato americano, dal 5G ai rapporti con Pechino sui diritti umani).

GLI INVESTIMENTI

Il capitolo investimenti non si presenta più roseo per Xi Jinping. Solo cinque Paesi in Europa, Ungheria, Olanda, Danimarca, Estonia e Finlandia, si oppongono ufficialmente a qualsiasi restrizione di accesso al mercato da parte dei cinesi. Tutto il resto del blocco comunitario chiede invece di limitare gli investimenti cinesi solamente nei settori strategici Ue. La Polonia fa da capofila: in tutti i settori Ue non ci devono essere partecipazioni di Pechino.

Insomma, per il think tank è innegabile “un crescente scetticismo sulla futura traiettoria dei rapporti bilaterali, che offre un’opportunità per una più robusta e coerente politica europea sulla Cina”. E qui sorgono i problemi. Perché se la grande maggioranza degli Stati membri crede che l’Ue “non sia adeguatamente equipaggiata per far fronte alle sfide poste dal modello autoritario e di capitalismo di Stato” cinese, è pur vero che persistono “forti differenze fra di loro sull’opportunità di dare priorità ad aree come diritti umani, cambiamento climatico o la finanza internazionale”.

GLI OSTACOLI SUL PERCORSO

Il momento è propizio, ma resta più di un ostacolo sul cammino verso una coerente politica europea verso la Cina. Il primo: la “dominanza percepita di Francia e Germania sulla politica cinese è sempre più sensibile negli altri Stati membri”. L’Ecfr propone una soluzione: la creazione di una “Taskforce Cina” dell’Ue con un mandato e tempistiche chiare sotto l’egida de Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio europeo. Un modo per tener conto di preoccupazioni e priorità di tutti gli Stati Ue.

ITALIA-CINA, ODI ET AMO

Il secondo ostacolo per una posizione comune è dato dalle singole resistenze nazionali. Italia in testa. Il Paese mediterraneo “ha una delle più complicate relazioni bilaterali con la Cina”. La pandemia ha avuto un costo altissimo, e nei mesi d’emergenza l’immagine pubblica della Cina ne ha risentito. Il think tank cita l’inchiesta di Formiche.net sui bot cinesi usati per diffondere propaganda su Twitter (rilanciata in un rapporto del Copasir). E conclude: “il crescente scrutinio dell’impegno italiano con la Cina è riflesso nel dibattito pubblico”. Da Hong Kong a Taiwan, dal 5G agli investimenti nei porti, l’infatuazione cinese è agli sgoccioli.

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