Un tweet di Santelli (Repubblica) e il commento di Gorman (Secure Democracy) riaccendono i riflettori sulle criticità della collaborazione tra Ansa e Xinhua

Qualche giorno fa, il corrispondente da Pechino di Repubblica, Filippo Santelli, ha twittato uno screenshot dei risultati che l’Ansa restituisce sotto la query “Cina”. Nel momento fotografato da Santelli, alle 4 e 32 del pomeriggio del 24 settembre, dieci degli undici contenuti usciti erano una produzione Ansa/Xinhua se non solo Xinhua.

Xinhua, “Nuova Cina”, è un’agenzia stampa molto grosso controllata dal Partito/Stato cinese — esattamente è gestita dal Consiglio di Stato di Pechino. Nata nel 1931, definita da Reporters Sans Frontières “la più grande agenzia di propaganda del mondo”, ha firmato un primo accordo di collaborazione con Ansa nel 2017 rinnovato poi nel marzo del 2019. In quell’occasione il presidente dell’agenzia italiana, Giulio Anselmi, accolse nella sede di via della Dataria l’omologo cinese, Cai Ming Zhao, che era a Roma come parte delle delegazioni che accompagnava il segretario del Partito Comunista cinese, Xi Jinping. Era il 22 marzo 2019, fu firmata quella che l’amministratore delegato dell’AnsaStefano De Alessandro, definì una “collaborazione strategica fondamentale” mentre in quegli stessi giorni nei palazzi romani un’altra collaborazione strategica veniva siglata: il capo dello Stato cinese otteneva la firma del governo italiano Conte-1 sul controverso memorandum d’intesa sulla Via della Seta (l’infrastruttura geopolitica con cui Pechino si proietta strategicamente in Europa).

Sebbene la collaborazione tra Ansa e Xinhua sia un’ottima opportunità di business assolutamente legittima e con potenziali effetti positivi, ci sono alcuni aspetti critici che — alla luce del tweet di Santelli — Formiche.net ha affrontato con Lindsay Gorman, esperta dell’Alliance for Securing Democracy, iniziativa transatlantica del German Marshall Fund.

“La partnership Ansa/Xinhua regala al Partito Comunista Cinese un megafono per influenzare la copertura sulla Cina in Italia”, spiega Gorman. Per esempio? “Le aggressive campagne di disinformazione di Pechino sul coronavirus in tutta Europa, inclusa l’Italia, che dovrebbero far alzare le sopracciglia sulla saggezza di incoraggiare i media statali della Repubblica popolare cinese a fornire contenuti ai media italiani”, aggiunge. Gorman sottolinea che “le democrazie si basano su informazioni accurate e indipendenti e su un discorso sano per funzionare. Autocrazie come Cina e Russia stanno sfruttando questa dipendenza per minare l’ambiente dell’informazione all’interno dei paesi democratici, rafforzare le proprie narrative e deviare le critiche sulle violazioni dei diritti universali”. Qualcosa anche va oltre, in modo più pervasivo e sofisticato, al tema della disinformazione organizzata e della sua diffusione attraverso bot e account fake sui social network.

Cosa dovrebbero fare le democrazie per proteggersi? “Come minimo — risponde l’esperta statunitense —  le democrazie come l’Italia dovrebbero istituire solidi requisiti di trasparenza sulla presenza di mezzi di comunicazione controllati dall’estero nella copertura nazionale. Oltre a ciò, dovrebbero rivedere le loro leggi e politiche sulla proprietà straniera e l’influenza dei media, di concerto con le democrazie che la pensano allo stesso modo attraverso l‘Ue, per garantire che la copertura su argomenti chiave del giorno sia guidata da voci indipendenti delle democrazie”. Infine, Gorman suggerisce che “tutte le democrazie guardino all’interno degli ecosistemi dei media digitali e della carta stampata per aumentare il sostegno al giornalismo indipendente nei propri paesi, in modo da non fare affidamento sui finanziamenti da fonti con un’agenda in contrasto con i valori democratici”.

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