Dopo il caso dei reporter australiani costretti a tornare in patria, l’agenzia Xinhua accusa l’intelligence di Canberra di aver condotto incursioni nelle case di giornalisti cinesi. È solo l’ultimo caso di un’escalation tra i due Paesi

Nelle ultime ore i giornali sono finiti nella contesa tra Australia e Cina, riaccesasi allo scoppio della pandemia di coronavirus quando Canberra puntò il dito contro Pechino chiedendo un’indagine internazionale sulle origini del Covid-19.

L’agenzia ufficiale di stampa cinese Xinhua ha riferito che a giugno l’intelligence australiana ha perquisito case di giornalisti cinesi, interrogandoli per diverse ore e rimuovendo i loro computer e telefoni cellulari. Il rapporto arriva dopo che ieri due giornalisti australiani corrispondenti dalla Cina — Bill Birtles di Abc e Michael Smith dell’Australian Financial Review — sono rientrati in patria dopo essere stati prelevati nelle loro case a Pechino e Shanghai e successivamente interrogati dal ministero della Sicurezza cinese sul caso di Cheng Lei, cittadina australiana e conduttrice televisiva dell’emittente cinese Cgtn detenuta dal mese scorso a Pechino. Xinhua descrive le ricerche australiane come “incursioni” effettuate da personale dell’intelligence australiana su un numero imprecisato di case di giornalisti cinesi il 26 giugno. Ai giornalisti sarebbe stato detto di “tacere” sull’accaduto.

Inoltre, Xinhua ha parlato di una perquisizione della casa e dell’ufficio del politico laburista Shaoquett Moselmane lo stesso giorno, sostenendo che fosse stato preso di mira per le sue lodi per i risultati della Cina nella lotta all’epidemia e per aver criticato la politica cinese dell’Australia. In un Paese con il cosiddetto “stato di diritto”, non ci sono giustificazioni per perquisire case e sequestrare effetti personali, il che sta a significare che si sta commettendo terrore contro il personale delle istituzioni cinesi e gli amici della Cina, scrive Xinhua. L’agenzia di sicurezza interna Australian Security Intelligence Organization (Asio) ha dichiarato che “come pratica di lunga data, non commenta le questioni di intelligence”. La Polizia federale australiana (Afp), che ha condotto una perquisizione negli uffici di Moselmane e del suo impiegato, John Zhang, il 26 giugno, ha detto invece che “è in corso un’indagine relativa al mandato di perquisizione di Moselmane”. Secondo la stampa, alla domanda sui raid riportati nelle case dei giornalisti, l’Afp ha detto di non avere ulteriori commenti, sottolineando che non è un’agenzia di intelligence. Secondo i documenti depositati presso l’Alta Corte australiana citati da Rthk, Zhang è sotto esame nell’ambito di un’indagine sull’interferenza straniera da parte dell’Afp per stabilire se stesse lavorando per promuovere gli “interessi dello Stato cinese”.

Condividi tramite