Un anno dopo, il governo Pd-Cinque Stelle è vivo e vegeto, e può diventare qualcosa di più: un'alleanza progressista contro i sovranisti. Tra fiction e crisi dietro l'angolo, un bilancio insieme al direttore de La Notizia Gaetano Pedullà

Doveva essere un altro contratto, è diventata un’alleanza. Un anno dopo, il governo rossogiallo è ancora in piedi, contro tanti pronostici. E, se arriva a fine legislatura, può dar vita a qualcosa di più di una semplice maggioranza. Ne è convinto Gaetano Pedullà, direttore de La Notizia, che insieme a Formiche.net ripercorre i dodici mesi di burrasca fra Pd e Cinque Stelle. I patti, i litigi. Una pandemia da 35 mila morti. Un avvocato del popolo, Giuseppe Conte, trasformatosi in leader (forse) inamovibile.

Anno 2019, 5 settembre. Nel Salone delle Feste del Quirinale nasce un governo che forse, allora, nessuno voleva davvero.

Non proprio nessuno. Torniamo a quell’estate. Una legislatura che rischiava di finire in tempi record. Una crisi al buio. E un uomo che chiedeva i pieni poteri. Col senno di poi, il governo Pd-Cinque Stelle è stata una via d’uscita da un tunnel, l’unica possibile.

Al governo finirono due forze che nel Paese erano minoranza.

Non è andata così male. Bisogna chiedersi che fine avrebbero fatto i negoziati Ue se i “sovranisti”, che con Bruxelles notoriamente non sono in buoni rapporti, fossero stati al governo. Dubito che sarebbero arrivati 207 miliardi di euro del Recovery Fund. Probabilmente non ci saremmo neanche seduti al tavolo.

Poco prima di celebrare le nozze al Colle, i Cinque Stelle chiamavano il Pd “partito di Bibbiano”.

È anche questa politica, purtroppo. Da sempre durante i momenti di crisi si scaldano i toni. Ma dietro i toni battaglieri, c’è chi già metteva da parte tante remore. Come Luigi Di Maio.

Oggi non tutti sono felici di quell’accordo. Anche fra gli elettori dei due partiti di coalizione.

Le basi di Pd e Cinque Stelle non si tollerano, lo sappiamo. Ci sono battaglie, dal referendum ai decreti sicurezza di Salvini, che li trovano ancora su fronti opposti.

Quindi l’alleanza rossogialla esiste a palazzo e non nel Paese reale?

Ogni cosa a suo tempo. Hanno avviato un percorso che, se non faranno errori, troverà il suo compimento a fine legislatura, alla vigilia delle elezioni. A quel punto potremmo trovarci due fronti chiari. Da una parte i sovranisti, dall’altra un campo progressista. Resta da capire se sarà un contenitore unico o una nuova alleanza tattica fra due partiti distinti. Gli esperimenti delle regionali, specie in Liguria, non fanno ben sperare per la prima ipotesi.

Un anno fa una parte dei dem era convinta di poter “romanizzare” i “barbari” pentastellati. È andata così?

Semmai è successo il contrario. Il Movimento ha messo il Pd di fronte a tante battaglie che un tempo erano appannaggio della sinistra. Si era dimenticato della questione morale, del voto per il No, del taglio ai costi della politica. Perfino Nilde Iotti raccomandava di snellire la rappresentanza parlamentare.

Veniamo a Conte. Era un avvocato, è diventato giudice di ultima istanza.

Senza di lui, questo governo sarebbe un castello di carta. Divenne presidente perché semplicemente non c’erano alternative. Fui tra i primi a parlare di governo rossogiallo ad agosto, a dire che i Cinque Stelle non potevano tenere da parte il loro vero “cavallo di razza”, e tutti mi derisero. In quest’anno ha confermato i pronostici, tenendosi a debita distanza tanto dalle basi quanto dai leader.

Sarà, ma dicono che inizi a stare stretto a qualcuno di quei leader. A Di Maio, per esempio.

Dicono tante cose, anche che ci sarà un rimpasto. Fantapolitica. Di Maio gioca già un ruolo da protagonista, e vuole rafforzarsi altrove, nel Movimento. Ha un’occasione, gli Stati generali previsti per ottobre. Non può rimandarli: il blitz dei deputati contro il decreto Agosto dimostra che serve una leadership forte.

C’è aria di resa dei conti. Può esistere un Movimento senza la Casaleggio Associati?

La Casaleggio Associati è tutt’oggi responsabile e garante del sistema Rousseau, la piattaforma che ha permesso il primo vero esperimento di democrazia diretta in Italia. Se ne è parlato poco, ma tanti dei provvedimenti presi sono stati sottoposti prima alla base, a volte con numeri da record.

Non è un paradosso? Un Movimento che cresce, si fa partito, impara l’arte della mediazione, del compromesso, che ancora affida la sua vita a una piattaforma online?

Sono due piani diversi. La piattaforma è uno strumento. Il lavoro dei portavoce si gioca nella dialettica politica, tiene conto delle linee guida base ma deve anche confrontarsi con la realtà del compromesso quotidiano. Non vedo incompatibilità.

Chiudiamo ancora su Conte. Che, si vocifera, teme l’ombra di Mario Draghi, il super-banchiere che in tanti vogliono a Palazzo Chigi.

In tanti ne parlano, nessuno si è preso la briga di chiedere a lui se davvero sia intenzionato a bussare a quel portone. A sentire chi gli è vicino, non ci pensa nemmeno. Draghi è un riferimento internazionale, su questo nessun dubbio, e può dare una mano durante una crisi finanziaria. Ma non ce lo vedo a tenere in piedi una maggioranza con Salvini, che minaccia di staccargli la spina un giorno sì e l’altro pure.

E Conte? Se lo immagina leader di un nuovo partito?

Eccola, l’ennesima fake news. Conte ha detto in tutte le salse di non voler fare un suo partito. Ha intrapreso un altro percorso. A fine legislatura, quando si preparerà lo scontro con i sovranisti, può decidere di diventare il leader del campo progressista.

Insomma, un uomo cucito per Palazzo Chigi.

Oggi sicuro. Domani chissà.

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