La Francia si attrezza (meglio di noi) per il Recovery Fund. Pennisi spiega come

La Francia si attrezza (meglio di noi) per il Recovery Fund. Pennisi spiega come
A quel che si apprende sulla stampa d’Oltralpe, la Francia si sta attrezzando molto meglio dell'Italia tanto sotto gli aspetti contenutistici quanto sotto gli aspetti istituzionali per gestire i fondi Ue. Ecco perché il piano "France relance" dovrebbe far riflettere il governo italiano. Il commento di Giuseppe Pennisi

La Francia dovrebbe ricevere molto meno dell’Italia dal Resilience and Recovery Fund: circa 50 miliardi (un quarto di quelli su cui conta il Bel paese) ma, a quel che si legge sulla stampa d’Oltralpe, si sta attrezzando molto meglio di noi tanto sotto gli aspetti contenutistici quanto sotto gli aspetti istituzionali. Andiamo velocemente ai primi (necessariamente specifici alle esigenze e priorità del Paese) per soffermarsi, poi, sui secondi, dai quali si possono prendere alcune lezioni utili (anche in quanto sino ad ora il governo non ha presentato proposte in materia di parametri di valutazione per gli interventi e criteri di selezione per individuare i prioritari tra quelli individualmente ammissibili).

L’obiettivo di fondo dell’Eliseo (sede della Presidenza della Repubblica) e di Matignon (sede della presidenza del Consiglio) è il sostegno all’industria e transizione sostenibile. Si intende finanziare un piano nazionale per la ripresa da 100 miliardi di euro in totale, coperto in parte dai 50 miliardi. Accanto al sostegno alle imprese e agli stimoli per l’innovazione trovano un ampio spazio le misure per l’occupazione. Parigi intende investire circa 20 miliardi in politiche per la creazione di lavoro giovanile, e in riqualifica professionale di quanti sono rimasti disoccupati a causa della pandemia di Covid-19. Da ultimo il piano francese prevede aiuti alle famiglie a basso reddito. Nell’agenda sostenibile francese, trovano spazio l’isolamento termico degli edifici e degli ospedali, oltre a investimenti nell’idrogeno.

Molti dettagli di “France Relance” sono già stati anticipati nelle ultime ore. In un momento in cui tutti gli sguardi sono puntati sugli indicatori a breve termine, il governo francese sceglie di guardare lontano e punta su una rivoluzione verde: 30 miliardi saranno dedicati all’efficientamento energetico ma anche alla ricerca e all’innovazione, a cominciare dalla produzione di batterie elettriche o dell’idrogeno. La Francia, spiegano nell’esecutivo, vuole usare la risposta alla crisi per rafforzare la sua competitività nei settori più innovativi, dall’intelligenza artificiale al computer quantistico alle biotecnologie.

Altra priorità del governo è favorire la “rilocalizzazione” della produzione in alcuni settori strategici, a cominciare dal settore farmaceutico. Come si è scoperto durante l’emergenza sanitaria, l’ottanta per cento dei principi attivi oggi viene importato dall’Asia. Per favorire il ritorno in patria di alcune imprese il governo si è impegnato ad abbassare le tasse di produzione di 20 miliardi nei prossimi due anni. Ci sarà un bando per finanziare alcuni progetti specifici di rilocalizzazione con 1 miliardo di sovvenzioni statali

Il programma sarà inserito nella legge di stabilità del 2021 e approvato dal Parlamento entro la fine dell’anno. L’impegno del governo è riuscire a “spendere velocemente” i fondi nei vari progetti: almeno un terzo entro metà dell’anno prossimo. Le voci legate al Recovery Fund saranno finanziate già in primavera con un anticipo contabile in attesa che arrivino le somme da Bruxelles. E la parte del nuovo debito – che sfonderà quota 120% del Pil – sarà accantonato come “debito Covid” con condizioni di rimborso dilatate nel tempo.

Le idee, quindi, paiono molto chiare. Ancora più interessante l’aspetto istituzionale. Con un decreto presidenziale del 3 settembre è stata data nuova vita al Commissariato al Piano con la nomina a Alto Commissario di François Bayrou, non un tecnico ma un rispettato politico centrista (di ispirazione cattolica) che in passato è stato ministro dell’Istruzione e della Giustizia, nonché sindaco di Pau. Bayrou non farà parte del Consiglio dei ministri, ma riferirà direttamente al governo.

Il Commissariato al Piano ha avuto una lunga vita; dal 1946 al 2006. È stato prima incorporato nel ministero dell’Economia e delle Finanze e poi soppresso. Nel quarantennio in cui ha operato era spesso guidato da tecnici di alto livello (ricordiamo, ad esempio, Jean Monnet ed Edmund Malinveaud) ed ha avuto un ruolo importante nella programmazione indicativa francese: definizione di scenari (anche alternativi), parametri di valutazione di progetti e politiche, criteri di scelta. I lavori del commissariato andavano a governo e indi al Parlamento. Venivano pubblicati su La Documentation Française ed erano oggetto di dibattito pubblico, non solo nella comunità scientifica e professionale. Analoghi saranno i compiti di Bayrou e dei tecnici che lo affiancheranno. Non per scopi dirigisti (Macron e i suoi collaboratori sono liberisti) ma nell’interesse della trasparenza e della qualità delle scelte.

A Bruxelles verremo confrontati con questo approccio dei nostri vicini di casa.

ultima modifica: 2020-09-09T12:00:54+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

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