Cosa complica la vicenda dei 18 pescatori tenuti in ostaggio dalle forze del signore della guerra libico, Haftar? Il contesto internazionale, le ambizioni del capo miliziano eterno ribelle, il momento sensibile e il ruolo dell'Italia. Conversazione con Saini Fasanotti (Brookings)

Un comandante delle forze ribelli dell’Est libico guidate da Khalifa Haftar, parlando dei componenti dell’equipaggio dei due pescherecci italiani bloccati in Cirenaica, ha dichiarato che nei loro confronti finora è stata mossa solo l’accusa di sconfinamento in acque libiche e “qualsiasi altra” ipotesi sarà confermata dalla procura di Bengasi – città quartier generale del capo miliziano, in cui i diciotto pescatori siciliani sono tenuti in ostaggio– non senza ricatti – da 15 giorni.

Palazzo Chigi e Farnesina sono attivi nel cercare ponti e contatti per liberarli, in una partita che si complica per via del contesto momentaneo che sta vivendo la Libia. “Va fatta una notazione tecnica innanzitutto, da cui parte il ragionamento più ampio – spiega a Formiche.net Federica Saini Fasanotti, senior fellow della Brookings Institutions per lo scacchiere libico – che riguarda le acque in cui sono stati catturati. A quanto pare, si trovavano a 35 miglia dalla costa libica, ma la Zona economica esclusiva per volontà di Gheddafi si estende per 74, e questo significa che ne erano all’interno sebbene quell’estensione sia una decisione unilaterale del rais non ratificata da nessun trattato internazionale”. E quindi? “Ai tempi non ci si oppose, e adesso questa dimensione è un fattore da tenere presente, perché i pescatori che sconfinano sono un anello debole della catena delle relazioni su cui Haftar può far valere le sue ritorsioni. Perché sia chiaro, se Haftar può fare un dispetto all’Italia lo fa”.

Per lungo tempo Roma ha considerato il signore della guerra dell’Est libico come “un interlocutore”, ma lui più volte ha dimostrato che verso l’Italia prova ostilità. “Haftar – continua Fasanotti – è la manifestazione chiara ed evidente del fallimento delle Nazioni Unite, come organo non tanto ideale ma soprattutto fattuale, e della volontà di stabilizzazione globale della Comunità internazionale. A livello ideale sembra tutto funzionante, ma quando andiamo nel fattuale ognuno si fa i fatti suoi e la Libia ne é un caso paradigmatico, proprio perché si è finiti per dare spazio a uno come Haftar. Uno che, mentre ad aprile 2019 il (vecchio, ndr) percorso di stabilizzazione stava entrando nella fase fondamentale del processo di pacificazione, lancia una campagna militare contro la capitale Tripoli e inizia a bombardare la città e i civili. Tutto con la Comunità internazionale, Italia in primis, in grado solo di formulare condanne retoriche”.

Il 4 aprile del 2019, Haftar lanciò una missione per conquistare Tripoli, rovesciare il governo onusiano e soggiogare l’intero Paese senza la minima consultazione democratica. In quello stesso giorno il segretario generale delle Nazioni Unite era nella capitale libica per incontri riguardanti il processo di pace. Emirati Arabi, Egitto e Russia (e meno dichiaratamente la Francia, Arabia Saudita e Giordania) hanno sostenuto queste sue ambizioni. La Turchia a novembre di quello stesso anno è entrata nel conflitto firmando degli accordi di cooperazione militare con Tripoli in cambio del riconoscimento da parte del GNA di una zona economica esclusiva. A giugno 2020 le forze del wannabe-uomo-forte libico sono state costrette a ritirarsi dalla Tripolitania. Adesso, alla fine (momentanea?) fallimentare della campagna tripolina, a distanza di qualche mese si abbina un nuovo tentativo di dialogo intra-libico – condotto anche attraverso attori ex haftariani, come Aguila Saleh, e su cui la Comunità internazionale concentra i propri sforzi.

E l’Italia ci finisce in mezzo, subendo un’angheria da parte di Haftar. Come uscirne? “L’Italia in Cirenaica conta poco, perché Haftar non è mai stato nostro interlocutore. Tant’è che la Farnesina ha cercato Russia ed Emirati, i suoi sponsor, per cercare di risolvere la situazione. Ma attenzione, perché quello che sta succedendo a quei poveri pescatori rientra in una dinamica conflittuale: significa cioè che il capo miliziano dell’Est non è intenzionato a far parte del processo di pace attuale, ma ha ancora intenzione di giocare in Libia con le armi”, spiega l’esperta della Brookings.

Una soluzione, secondo Fasanotti, sarebbe l’azione di forza per liberare gli ostaggi: “Qualcosa che spiazzerebbe tutti, ma d’altronde ci troviamo a vivere in un nuovo Medioevo. È qualcosa con cui fare i conti: altrimenti è chiaro che vincono certe logiche, per esempio vince la Russia di Navalny e del Wagner Group (l società dei mercenari russi che aiutano Haftar per conto del Cremlino, ndr). Va preso atto che siamo in un momento in cui servono anche prove di forza contro comportamenti canaglia e criminali”. La situazione in Libia oscilla tra riavvio dell’estrazione del petrolio (di cui Haftar, dopo che per mesi ha tenuto sotto ostaggio i pozzi, ora è parte grazie a un accordo raggiunto con il vicepremier del Gna) e crisi politica a Tripoli. “Un momento complessivamente molto delicato che potrebbe lasciare in sospeso la pratica dei pescatori per evitare sensibilizzazioni su dinamiche internazionali ben più articolate. Un’idea? L’Egitto potrebbe dimostrarsi volonteroso con l’Italia, e ne avrebbe di ragioni, e pressare Haftar per il rilascio dei nostri pescatori”.

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