Quarta visita in Iraq per Lorenzo Guerini nel giro di dieci mesi. Incontri con le autorità e con i militari italiani impegnati a contribuire alla Coalizione internazionale anti-Isis. Dal Paese passano tante dinamiche che impattano sulla stabilità mediorientale, compresa la richiesta Usa per un maggior impegno degli alleati. "La presenza italiana in Iraq, fin quando benvenuta dal popolo iracheno, non è in discussione"

La stabilità del Medio Oriente passa dall’Iraq. È per questo che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è recato per la quarta volta nel Paese nel giro di dieci mesi, incontrando le autorità locali e i militari italiani che lì contribuiscono a debellare le ultime forze dello Stato islamico, e portando la “rinnovata determinazione nella lotta all’Isis e nel rafforzamento delle istituzioni irachene”. Agli interessi di sicurezza (che si intrecciano a dinamiche che arrivano fino al Libano) si aggiungono quelli economici. L’Iraq è un partner importante per la Penisola.

LA VISITA TRA KUWAIT E IRAQ

Prima tappa in Kuwait, dove ha incontrato il primo ministro Sabah Al-Khalid al Sabah e il ministro degli Esteri, esprimendo “soddisfazione” per l’amicizia tra i due Paesi e “l’impegno” italiano nel contratto all’Isis e in favore della stabilità regionale. Prima però l’arrivo nella base aerea di al Salem, lì dove ha sede la Task Force Air Kuwait, componente italiana impegnata in operazioni di ricognizione e sorveglianza a favore della Coalizione internazionale contro lo Stato islamico. “Uomini e donne delle nostre Forze armate – ha detto Guerini – che rendono l’Italia protagonista nella lotta al terrorismo internazionale. Poi la visita in Iraq, tra la capitale Baghdad (colloquio con il premier Mustafa Al-Kadhimi, insediatosi a maggio) ed Erbil, nel Kurdistan iracheno. È in queste zone che si concentra l’impegno dei militari italiani. L’ultima delibera missioni approvata dal Parlamento (relativa al 2020) ha previsto un incremento nel dispiegamento massimo da 900 a 1.100 unità per la missione Prima Parthica, contributo alla Coalizione anti-Isis, con l’aggiunta di una batteria missilistica Samp-T in Kuwait proprio per proteggere gli assetti nazionali.

IL RUOLO ITALIANO

Complessivamente, sono oltre 45mila i Peshmerga addestrati in cinque anni, di cui oltre 450 come istruttori. “Attraverso il lavoro dei nostri militare fuori area si trasmette il messaggio di affidabilità dell’Italia”, ha detto Guerini ai militari nella base di Camp Singara, a Erbil. E ai rappresentanti del governo ha promesso “rinnovata determinazione nella lotta all’Isis e nel rafforzamento delle istituzioni irachene”. L’Italia, ha spiegato il ministro, “considera la lotta al terrorismo una priorità e ritiene imprescindibile la presenza della Coalizione e dei suoi assetti pregiati anche per il futuro, ma auspico il rafforzamento della Nato Mission Iraq, in piena sintonia con quelle che sono le esigenze delle istituzioni irachene”. La presenza italiana in Iraq, “fin quando benvenuta dal popolo iracheno, non è in discussione”, ha rimarcato Guerini.

IL RITIRO USA

L’impegno italiano resta difatti legato al coordinamento con alleati e partner, in primis gli Stati Uniti, che a inizio settembre hanno ufficializzato l’intenzione di ritiro parziale delle truppe presenti in Iraq, da 5.200 a 3 mila (qui i dettagli). Un ritiro già comunicato alla autorità irachene, tra l’altro in linea con quanto concordato in ambito Nato. L’obiettivo (oltre quello elettorale di Donald Trump, legato ad altri annunci di ritiri) è abbassare il profilo Usa nel Paese, divenuto complesso dopo l’uccisione a gennaio del leader iraniano Qassem Soleimaini. A stretto giro dal raid sul leader iraniano, infatti, il Parlamento iracheno aveva approvato una risoluzione non vincolante (con un forte ascendente di Teheran) chiedendo al governo di far uscire i soldati americani dal territorio nazionale.

L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO

Tra l’altro, poche settimane dopo l’uccisione di Soleimani, Guerini erano tornato in Iraq (c’era stato a dicembre) a ribadire l’impegno italiano nel Paese, accolto dall’apprezzamento delle autorità nazionali per il ruolo dei nostri militari nella lotta all’Isis, prevalentemente consistente in attività di addestramento e mentoring per le forze di sicurezza e difesa peshmerga e irachene. “Ritengo sia fondamentale ribadire la centralità della lotta a Daesh per scongiurare la recrudescenza di azioni terroristiche”, ha ribadito con la visita recente Guerini. “Crediamo nell’elevata valenza strategica della regione e nel ruolo che l’Italia svolge per la stabilità dell’area – ha aggiunto – ruolo che il nostro Paese svolge in più scenari di crisi promuovendo stabilità e sviluppo delle popolazioni locali”. Già qualche giorno dopo la morte di Soleimani, nel primo contatto ufficiale tra i governi italiano e statunitense, il ministro italiano spiegava al capo del Pentagono Mark Esper l’intenzione di confermare l’impegno per “consolidare i risultati raggiunti” nella lotta contro l’Isis. Un impegno che è piaciuto a Washington, come confermato a fine gennaio dalla visita di Guerini allo stesso Esper.

TRA WASHINGTON E BAGHDAD

Negli stessi (turbolenti) giorni, il presidente iracheno Barham Salih era giunto a Roma (all’indomani dell’incontro a Davos con Donald Trump) per parlare con Giuseppe Conte, che a sua volta aveva ricevuto il segretario di Stato Mike Pompeo. Quest’ultimo sarà domani a Roma, ed è possibile che nell’agenda ci sia anche la situazione mediorientale su cui gli Stati Uniti chiedono da tempo maggiore coinvolgimento degli alleati. Anche perché nel frattempo, già dalla fine del 2019, le varie riunioni dell’Alleanza Atlantica certificavano l’idea di un progressivo trasferimento di competenze dalla Coalizione anti-Isis alla parallela Nato Training Mission (per cui l’Italia impegna 46 unità). Roma è ben posizionata sul dossier. Lo scorso giugno si è riunito il gruppo ristretto della Coalizione globale anti-Isis per una riunione co-presieduta dal ministro Luigi Di Maio e dal segretario Pompeo.

GLI INTERESSI ITALIANI

D’altra parte gli interessi non mancano. Quelli di sicurezza si legano all’intero scenario mediorientale, in rapida evoluzione dal Libano (dove l’Italia ha un ruolo centrale) fino al Mediterraneo. Agli interessi strategici si sommano poi quelli economici e commerciali. “Riguardo la nostra cooperazione nel settore industriale – ha detto Guerini – l’Italia conferma la propria volontà di costruire un rapporto bilaterale privilegiato in tale settore”. Secondo gli ultimi dati dell’Unione petrolifera italiana, nei primi sei mesi dell’anno l’Iraq ha rappresentato il primo fornitore di petrolio greggio, con il 18% dell’import coperto dalle forniture irachene. Nel 2019 tale percentuale si è attestata al 20%, davanti alle importazioni da Azerbaijan, Russia e Libia. Secondo l’Ice, da gennaio a giugno 2020 l’Italia ha esportato all’Iraq prodotti per circa 241 milioni di euro, in crescita rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

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