La presenza americana in Iraq scenderà da 5.200 unità a 3.000. Annunciata, prevista e coordinata con partner e alleati, la mossa offre un'arma in più alla campagna elettorale di Donald Trump. Ecco da dove nasce il ritiro e cosa cambia per l'Italia, presente nel Paese con 1.100 militari

Gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro parziale delle truppe presenti in Iraq e impegnate nella lotta all’Isis. Scenderanno da 5.200 a 3.000, cioè quante ne avevano nel 2015 quando iniziarono la lotta contro lo Stato islamico. Rispetto agli annunci degli ultimi anni sui ripiegamenti parziali da Siria, Afghanistan e Germania, la notizia non coglie di sorpresa. Già comunicata direttamente dal presidente Donald Trump al premier Mustafa Al-Kadhimi ad agosto, si inserisce nella linea Nato che ha come obiettivo l’abbassamento del profilo Usa nel Paese, divenuto complesso dopo l’uccisione del leader iraniano Qassem Soleimaini. In ogni caso, offre al tycoon un’ulteriore freccia nell’arco della campagna elettorale, dopo le recenti uscite sui vertici militari che “vogliono solo guerre” (qui spiegate dal generale Mario Arpino).

LA LINEA MILITARE

“La presenza ridotta ci consente di continuare a consigliare e assistere i nostri partner iracheni nello sradicare gli ultimi resti dell’Isis in Iraq e assicurarne la sconfitta duratura”, ha detto il generale Kenneth F. McKenzie Jr., comandante Central Command che ha responsabilità su tutto il Medio Oriente. È stato lui a dare l’ufficialità alla notizia, direttamente dall’Iraq durante una cerimonia con il ministro della Difesa irachena. “La decisione è dovuta alla nostra fiducia nella maggiore capacità delle forze di sicurezza irachene di operare in modo indipendente”, ha aggiunto, certificando dunque l’intesa con le autorità di Baghdad. Nella capitale irachena resteranno dunque forze specializzate nell’anti-terrorismo, con finalità di mentoring e addestramento. In tutto, la presenza sarà di tremila militari, quanti quelli presenti nel 2015, quando gli Usa hanno iniziato a incrementare le truppe per fronteggiare lo Stato islamico.

IL DIALOGO TRA WASHINGTON E BAGHDAD

Le parole del generale McKenzie seguono d’altra parte la scia dello “strategic dialogue” tra i governi dei due Paesi avviato lo scorso giugno. Proposto dagli Usa è servito a ricucire i rapporti dopo le difficoltà che sono seguite all’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani in territorio iracheno, per altro in una situazione politica complicata nel Paese. All’avvio del dialogo strategico, il governo di Al-Kadhimi si era insediato da poco più di un mese (nonostante le dimissioni dell’esecutivo di Adel Abdul Mahdi risalissero al novembre precedente, sulla scia delle violente proteste che attraversavano il Paese), con le forze filo-iraniane a pressate per la rottura con Washington e la perdurante minaccia dell’Isis. Lanciando l’iniziativa, il segretario di Stato Mike Pompeo spiegava: “Con nuove minacce all’orizzonte, compresa la pandemia globale da coronavirus, il crollo dei prezzi del petrolio e un ampio deficit di bilancio, è imperativo per gli Usa e l’Iraq incontrarsi come partner strategici per definire un modo per procedere con mutuo beneficio”.

L’INCONTRO ALLA CASA BIANCA

Il dialogo è stato coronato il 20 agosto dall’incontro alla Casa Bianca tra Trump e Al-Kadhimi. Il presidente americano non ha nascosto il desiderio di ritirare le truppe, già nel pieno di una campagna elettorale in cui ha rispolverato il cavallo di battaglia del rientro a casa dei militari impegnati “in guerre senza fine”. In realtà, oltre gli obiettivi elettorali, ci sono serie ragioni strategiche. La presenza militare in Iraq (5.200 unità), è divenuta sovraesposta dopo l’uccisione di Soleimani. A stretto giro dal raid sul leader iraniano, infatti, il Parlamento iracheno ha approvato una risoluzione non vincolante (con un forte ascendente di Teheran) con cui ha chiesto al governo di far uscire i soldati americani dal territorio nazionale. Richiesta a cui il governo non ha risposto, nonostante la pressione di partiti e movimenti filo-iraniani. Il dibattito, seppur congelato dal Covid-19, è rimasto invariato.

L’ATTENZIONE DELLA PENISOLA

Considerato il contesto elettorale, l’ufficializzazione del parziale ritiro sembrava dunque inevitabile, o quanto meno possibile, e sicuramente meno sorprendente dei simili annunci tra Siria, Afghanistan e Germania. A guardare con particolare interesse le dinamiche irachene c’è l’Italia. Secondo l’Ice, tra gennaio e settembre dello scorso anno, la Penisola ha importato dall’Iraq petrolio per 3,8 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 2,6 dello stesso periodo del 2018. Per l’Unione petrolifera, nel 2019 è arrivato dall’Iraq il 20% dell’import nazionale di greggio. Significa che il Paese è il primo fornitore dell’Italia di petrolio, davanti a Russia e Libia, anche a fronte del brusco calo delle forniture iraniane.

L’IMPEGNO ITALIANO

Non è un caso che nell’ultima delibera missioni approvata dal Parlamento si sia previsto un incremento nel dispiegamento massimo per il contributo alla Coalizione internazionale anti-Isis, da 900 a 1.100 unità, con l’aggiunta di una batteria missilistica Samp-T in Kuwait per proteggere gli assetti nazionali “a seguito dell’evoluzione dello scenario geo-politico nell’area d’operazioni”. Un impegno che resta legato al coordinamento con alleati e partner, in primis gli Stati Uniti, con una linea estesa al contesto Nato. Certificata nelle ultime riunioni dell’Alleanza Atlantica, essa prevede un progressivo trasferimento di competenze dalla Coalizione anti-Isis alla parallela Nato Training Mission (per cui l’Italia impegna 46 unità) con lo stesso obiettivo di abbassare il profilo della presenza degli Stati Uniti.

IL DOSSIER TRA ROMA E WASHINGTON

Difficile dunque che la notizia del parziale ritiro Usa abbia colto di sorpresa gli alleati. Negli ultimi, tra Farnesina e ministero della Difesa, gli incontri di vertice Italia-Stati Uniti hanno sempre avuto in agenda l’Iraq. A fine gennaio, nelle settimane turbolente del post-uccisione di Soleimani, il presidente iracheno Barham Salih era giunto a Roma (all’indomani dell’incontro a Davos con Donald Trump) per parlare con Giuseppe Conte, che a sua volta aveva ricevuto nella stessa giornata il segretario di Stato Mike Pompeo. Il tutto accadeva a pochi giorni dalla visita in Iraq del ministro Lorenzo Guerini, durante la quale il titolare di palazzo Baracchini aveva incontrato anche l’ambasciatore Usa nel Paese Matthew Tueller. Sempre a gennaio, dalla visita al Pentagono di Guerini con Mark Esper emergeva un confronto “molto positivo” sul tema. A giugno si è riunito il gruppo ristretto della Coalizione globale anti Daesh per una riunione co-presieduta dal ministro Luigi Di Maio e dal segretario Pompeo.

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