Cosa si muove tra Medio Oriente e Mediterraneo. Lo spiega Giampiero Massolo

Cosa si muove tra Medio Oriente e Mediterraneo. Lo spiega Giampiero Massolo
Dalle recenti normalizzazioni tra Israele e Paesi arabi al Mediterraneo. Un’analisi dell’area Mena con l’ambasciatore Giampiero Massolo (presidente Fincantieri, ex direttore del Dis, presidente dell’Ispi)

Se in Italia c’è una figura in grado di leggere con lucidità le dinamiche del mondo, quella è certamente Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri, già direttore del Dis, funzionario che ha toccato i massimi livelli del mondo diplomatico italiano, attualmente anche presidente dell’Ispi. Formiche.net l’ha raggiunto per un intervista ampia su uno dei quadranti che attualmente è più dinamico e più attrattivo per dinamiche globali che possono coinvolgere in modo diretto il nostro Paese: l’area Mena, acronimo inglese per Middle East and North Africa, con il conseguente prolungamento al Mediterraneo.

In queste settimane, il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, è stato in tour per il Golfo a sponsorizzare la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi. Un successo diplomatico rivendicato dall’amministrazione Trump (è così?), che Washington intende ampliare come visto nel caso recentissimo del Bahrein. Al di là dello spin politico interno in vista di Usa2020 (una sorta di legacy da offrire agli elettori), quanto conta questa normalizzazione e a cosa può portare?

Si tratta certamente di un risultato positivo per l’amministrazione Usa. Accordi come quello tra Israele e Emirati e tra Israele e Bahrein non si materializzano dal nulla. Sono frutto di preparazione attenta e nascono per cogliere un obiettivo strategico. Donald Trump lo perseguiva sin dai suoi esordi sulla scena internazionale, come dimostrato dalla scelta di effettuare in Arabia Saudita la sua prima visita all’estero. Quella missione fu una cesura, per porre fine al progetto obamiano di recupero di Teheran alla comunità internazionale attraverso il JCPOA e per marcare il ritorno di Washington alle tradizionali alleanze con Israele e le monarchie sunnite del Golfo. L’uscita di Washington dall’intesa sul nucleare iraniano nel 2018 e il piano di pace israelo-palestinese lanciato da Trump agli inizi del 2020 si inquadrano nella medesima cornice entro la quale vanno collocati gli accordi con Emirati e Bahrein.

Che dimensione può avere?

Quanto alla dimensione strutturale di questo nuovo sviluppo, è plausibile ritenere che altri paesi (l’Oman ad esempio) seguano la stessa via. Innegabilmente Donald Trump ha gettato le basi per un riassetto strutturale del quadrante mediorientale, rendendo difficile anche ad un’eventuale presidenza democratica invertire drasticamente la rotta. Tuttavia, l’imprevedibilità iraniana e turca a medio termine, l’esigenza di chiudere prima o poi la partita israelo-palestinese, la necessità di prestare orecchio alle istanze che si levano dalle diverse piazze mediorientali impongono cautela.

Da questo, non si può dunque non considerare la situazione all’interno del Golfo e del mondo sunnita: la faglia tra Turchia e Qatar da un lato e Arabia Saudita ed Emirati dall’altro. Recentemente abbiamo visto il Qatar impegnato attivamente per una mediazione tra Israele e Hamas: un obiettivo raggiunto con cui Doha ha cercato spazio per recuperare il terreno perso dall’isolamento in cui è stata posta. Il quadro è ampio, perché come visto sulla Libia, ormai il confronto è uscito dalla regione in senso stretto e si è allargato al Mediterraneo. Cosa ci troveremo davanti nel prossimo futuro?

Quello all’interno del mondo sunnita non è un conflitto destinato a risolversi a breve. È un conflitto estremamente articolato e di natura eterogenea: geopolitica, confessionale ed energetica. Esso riguarda essenzialmente il futuro dell’Islam Politico di cui la Turchia, sostenuta dal Qatar, si vuole rendere protagonista (e protettrice) e a cui invece si oppongono con determinazione Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Questo tipo di dialettica porta a strumentalizzare le situazioni di crisi nei diversi scenari, trasformando questi ultimi in campi di battaglia per il conflitto primario, promuovendo la ricerca di proxies sul terreno e di aree nella quali esercitare la propria influenza. Il conflitto libico ne offre un esempio drammaticamente concreto e ne dà ulteriore prova anche quanto sta accadendo nel Mediterraneo orientale. La diversa valenza, geopolitica, di potenza e anche energetica del conflitto in ambito sunnita si esplicita almeno a tre livelli diversi.

Mi pare di capire che ci troviamo davanti a una questione multidimensionale. Quali sono i tre livelli?

Al primo livello abbiamo la Turchia, interessata a confermarsi snodo principale di passaggio del gas russo dalla Russia al Mediterraneo (verso l’Europa, l’Italia), e – sul versante opposto – i Paesi che si oppongono a questo disegno: in primis, l’Egitto che vede nello sviluppo delle proprie risorse recentemente scoperte una forma di sussistenza, ma anche i paesi di transito che avvertono forte la necessità di controbilanciare la potenza turca. Al secondo livello si colloca il conflitto all’interno del Golfo dove il Qatar, che da tempo ha puntato sulla differenziazione energetica (gas e LNG), è in posizione sensibilmente migliore degli altri attori regionali. Per questi il prolungato attaccamento al petrolio (emblematico il caso saudita) rende oggi la riconversione più difficile e lunga. Su un piano ulteriore, al terzo livello, nel quadro di questo conflitto energetico, si colloca la Russia interessata a confermarsi come primo produttore e fornitore energetico dell’Europa, palesando in questo una cointeressenza con la Turchia ad “allontanare” l’occidente da quel tavolo di gioco. Nessuno vuole cedere le posizioni acquisite in questo power game.

Parlando di Mediterraneo e Medio Oriente è forse giusto ampliare il discorso al Libano, che (insieme all’Egitto) è un punto di cerniera per i due quadranti di cui è composta la regione geopolitica che la dottrina statunitense definisce Mena. Sul Libano, dopo l’esplosione del porto di Beirut, abbiamo visto snodarsi alcune dinamiche importanti: dall’attivismo del presidente francese Macron (che forse è più un tema che riguarda la politica interna europea?) alle aperture offerte da Hezbollah, che coinvolge l’Iran. Teheran in queste dinamiche innescate che ruolo ha?

Quello attuale non è un momento felice per l’Iran. Il Covid e la sua maldestra gestione ha lasciato il segno, il forte impatto poi del regime sanzionatorio in atto e il basso prezzo del petrolio hanno indotto un marcato indebolimento della sua economia e una conseguente limitazione delle sue possibilità di influenza. Il ridimensionamento del canale finanziario ha di fatto reso sempre più difficile per Teheran continuare a finanziare e foraggiare i suoi tradizionali alleati sul campo, Hezbollah incluso. Quest’ultimo d’altra parte, e anche in conseguenza del prosciugamento dei flussi finanziari, non è oggi più disponibile a obbedire ciecamente agli ordini di Teheran. E non ne va sottovalutata la rigida struttura organizzativa. 

Israele, dal canto suo, è alle prese con una impegnativa gestione del Covid e con una non brillante situazione economica. Nessuna delle parti, dunque, ha interesse ad esasperare il conflitto in Libano. È un momento di opportunità che bisogna cercare di cogliere.

Opportunità anche per l’Europa?

Bene per l’Europa – soprattutto la Francia, ma anche l’Italia, con la visita del Presidente Conte, e la Germania – cercare di svolgere un ruolo. Bisogna evitare che si approfondisca la pluriennale partizione di influenza tra Hezbollah, forze sunnite e filo saudite. E soprattutto le forze politiche libanesi vanno incoraggiate a trovare un nuovo “patto sociale” con i cittadini, il cui malcontento per come il Paese viene gestito è molto forte. La drammatica esplosione nel porto di Beirut, quali che ne siano state le cause, ha aggravato ulteriormente le criticità delle dinamiche libanesi.

Infine, domanda classica: e l’Italia? Interessi e ruoli, nonché indirizzi per Roma, proiettata nell’articolato dossier Mena, più interessata al Mediterraneo certamente, ma coinvolta (anche di conseguenza) nelle dinamiche mediorientali…

Roma e Bruxelles hanno margini tutto sommato limitati in un contesto quale l’attuale. La Ue è rallentata nella propria politica estera e di sicurezza da una mancanza di identità politica (contrariamente a quella economica che si è andata rafforzando) e dalla difficoltà di usare strumenti cui altri Paesi ricorrono in maniera assai disinvolta. Le divisioni tra gli Stati membri non aiutano.

L’Italia, se chiamata ad agire da sola, ha anch’essa margini di manovra relativi; tuttavia, a livello europeo come a livello nazionale vi sono direttrici cui è utile ispirarsi. Sotto il profilo UE, dovremmo fare massa critica con i maggiori partner europei (Francia, Germania) per cercare di formulare delle soluzioni politiche, nell’auspicio che gli altri vogliano poi condividerle e agire di conseguenza. A livello nazionale, si tratta di fare diplomazia a tutto campo, non puntando le proprie carte su un solo tavolo ma inquadrando il proprio ruolo nel contesto più generale della dimensione mediterranea, lavorando con tutti. Con la Turchia per non rimanere assenti dal Mediterraneo centrale e soprattutto in Tripolitania, con l’Egitto e con la Russia con un occhio a quello che succede a est del bacino per non regalare quell’area a Russia, Egitto e Francia.

Cosa fare?

Appare opportuno cercare di promuovere un asse europeo più forte così da stimolare autorevolmente Washington perché torni a rivolgere la propria attenzione al Mediterraneo in modo più coordinato e conseguente. Evidentemente nel far ciò l’Italia può far leva sulla propria diplomazia, sulla propria intelligence, sul ruolo delle sue grandi aziende, sulla propria cooperazione allo sviluppo e, ove presenti, sui propri contingenti militari di interposizione dei quali Unifil fornisce esempio paradigmatico.

 

ultima modifica: 2020-09-13T13:10:28+00:00 da Emanuele Rossi

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