Il rapporto tra potere statale e potere ecclesiale cattolico pone, specie nell’ordinarietà delle scelte di entrambi, diversi problemi. Quello della nomina a presidente di un vescovo, in una commissione statale, è uno dei tanti. La riflessione di Rocco D'Ambrosio

Desta molta sorpresa la notizia che il ministro della Salute Roberto Speranza ha istituito, con apposito decreto, una commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, ponendo a presiederla il vescovo Vincenzo Paglia. Il fatto non può che sollevare dubbi e perplessità, visto che viviamo in uno Stato laico. Richiamo, a titolo strettamente personale, alcuni principi politici ed etici inderogabili per un sano rapporto tra sfera politica e sfera cattolica.

In materia un lungo cammino storico ha portato le democrazie moderne a sancire laicità e autonomia nelle loro carte costituzionali. Nel caso italiano troviamo nella Costituzione: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” (art. 7). I padri conciliari, del Vaticano II affermano dall’altra parte: “La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo” (GS, 76). Il Concilio continua spiegando che Chiesa e Stato non vanno confusi, ma distinti nella loro autonomia ed indipendenza e che ambedue, a titolo diverso, sono a servizio della “vocazione personale e sociale” di tutti.

Per quanto chiaro dal punto di vista dottrinale, il rapporto tra potere statale e potere ecclesiale cattolico pone, specie nell’ordinarietà delle scelte di entrambi, diversi problemi. Quello della nomina a presidente di un vescovo, in una commissione statale, è uno dei tanti. Non è facile fare sintesi dei tanti problemi, in Italia e nel mondo, tuttavia ci sembra di poter individuare alcuni atteggiamenti che si ripetono, anche in contesti e tempi diversi tra loro, e minano la laicità del potere statale e la dignità di quello ecclesiale cattolico, nonché la loro reciproca autonomia e indipendenza. In particolare mi riferisco a ingerenze, strumentalizzazioni, collaborazioni non chiare, cose da ascriversi, in diversi casi più che a lacune teoriche, a problemi di prassi di coloro che detengono ogni forma di potere.

Il potere statale è, per definizione, laico. Consegue che la laicità del potere consiste, almeno etimologicamente, nel non accettare ordini e direttive se non da se stesso. È evidente che, nel caso di un’istituzione, si può parlare di laicità nella misura in cui, nel suo pensare, agire e decidere, si è fedeli a ciò che è stabilito nel patto fondante, che per lo Stato è la Carta Costituzionale e le leggi che da essa ne derivano. Quindi lo Stato ha il dovere di evitare ingerenze e strumentalizzazioni delle religioni o di altri poteri ad essi equiparati, come le ideologie totalizzanti, e creare sempre uno spazio comune per il dialogo e il confronto. Dal punto di vista teologico qui è sottesa la lezione evangelica della distinzione dei poteri: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Mt 22, 21). La risposta di Gesù è virtuosamente tra due estremi: la teocrazia, con la sua tendenza a concepire e assorbire qualsiasi forma di potere nella sfera religiosa e, all’altro estremo, l’invadenza del potere politico nella sfera della libertà personale, specie religiosa. Esistono poteri e poteri, ciascuno con il proprio ordine e prerogative, a cui rispondere; tutti tra di loro autonomi.

“Favorevole alla pacifica convivenza tra religioni diverse – ha detto papa Francesco il 13 luglio 2013 – è la laicità dello Stato, che, senza assumere come propria nessuna posizione confessionale, rispetta e valorizza la presenza della dimensione religiosa nella società, favorendone le sue espressioni più concrete”. Il nominare un vescovo a presidente di una commissione statale può prestare il fianco alla critica di volere, da parte di un ministro dello Stato, porre in rilievo una posizione confessionale piuttosto che un’altra. Forse sarebbe più opportuno nominare nella stessa commissione, come semplici consulenti, i rappresentanti delle comunità di fede religiosa presenti in Italia, affinché possano portare il loro contributo in un clima di dialogo sereno e collaborazione costruttiva.

Scriveva Paolo VI: “Discorrere di queste cose è delicato e senza fine; ma oggi tanto se ne parla, che nessuno è del tutto ignaro di questa conclamata distinzione del sacro e del profano; mentre molti non sanno quale equilibrio, quale rapporto, quale mutuo ausilio possano risultare da un loro reciproco e riguardoso riconoscimento; e quale temperanza, quale discrezione, quale rispetto all’altrui libertà, e insieme quale ardore di bene, quale provvido aiuto possa apportare il cristiano, che varcando il confine ecclesiale esce nel mondo con intenzione di dilatarvi la luce del regno di Dio” (22 maggio 1968).

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