Come navigare nella burrasca del Covid (e non solo). Il libro di De Lucia Lumeno

Come navigare nella burrasca del Covid (e non solo). Il libro di De Lucia Lumeno
Pubblichiamo l'introduzione del libro "Sono le onde che fanno il mare - Dal popolo di Seattle al coronavirus, considerazioni per non abbattersi davanti alla burrasca degli anni '20" di Alfonso De Lucia Lumeno edito da Edicred con le conclusioni di Giulio Sapelli

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità. Il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi”. Si potranno, un giorno, usare le parole che Charles Dickens usa per raccontare gli anni della Rivoluzione francese e quelli immediatamente successivi del Regime del Terrore, per descrivere la nostra epoca? Il tempo che viviamo è schiacciato tra la rivoluzione tecnologica e il terrore prodotto della prima pandemia dell’era globale. Abbiamo chiavi interpretative, occhiali adeguati per poter leggere questo passaggio di secolo ormai archiviato?

Mervy King, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, nel 2017 con il suo libro “La fine dell’alchimia: il futuro dell’economia globale”, riferendosi alla crisi economica aveva affermato che “questa non è una crisi delle banche o delle politiche – nonostante il sistema bancario abbia la sua parte di responsabilità e di certo la politica (economica e non) abbia fatto molti e gravi errori – bensì una crisi delle idee”. La crisi delle idee e, dunque, crisi della cultura nel senso più ampio, aveva contagiato l’umanità, ancor prima del Covid 19 aprendo così un problema di portata enorme sulle cui origini e sulle possibili vie d’uscita risolta, per alcuni, troppo facilmente dalla facile vulgata che tutto riconduce alla contrapposizione tra popolo e populismo – dando di esso una valutazione poco importante se positiva o negativa – da una parte ed élite dall’altra.

Nel passaggio di secolo precedente a questo, il premio Nobel, T. S. Eliot aveva definito la cultura “religione incarnata” e strutturata su una gerarchia di classe indispensabile per la creazione e la conservazione, appunto, della “vera cultura”. La “classe” di Eliot non prende in considerazione la funzione economica o politica ma è declinato in termini culturali quale condivisione di un modo di vivere acquisito attraverso la famiglia di appartenenza, la propria terra, la propria comunità, attraverso l’educazione, le attività del tempo libero, la partecipazione a forme associative su scala ridotta e di carattere personale.

La classe offre alla persona il terreno più adatto affinché anche la sua creatività letteraria e artistica possano esprimersi al meglio. Una cultura sana, era, dunque, secondo Eliot, sostenuta da una gerarchia di classe che realizza sé stessa su due piani, uno relativamente incosciente – la cultura “popolare” e l’altro relativamente cosciente e riflessivo – “l’alta” cultura. Nel momento in cui una società diventa puramente secolare, si trasforma in società “livellatrice” – dal termine inglese “levelers” – dominata dall’élite producendo qualcosa di assai diverso dall’alta cultura e molto simile al mondo nel quale viviamo. I livellatori, mossi dalla più diverse e anche nobili motivazioni – uguaglianza o meritocrazia – si pongono l’obiettivo di distruggere la stratificazione delle classi ma, così facendo, inevitabilmente, distruggono anche l’intera vita dei nuclei familiari e delle comunità locali, dei valori e delle tradizioni. In poche parole la distruzione delle classi produce la distruzione della cultura della quale la società, così facendo, si priva necessariamente.

Dunque, per Eliot, una società puramente secolare e non religiosa che abbia “privatizzato” la religione relegandola al livello delle vite individuali è priva di cultura, è anti-culturale, allo stesso modo di una società che respinge le istituzioni sociali esistenti e invoca la loro sostituzione diventando così anch’essa parimenti anti-culturale. Si impone un’anti-cultura dell’élite che ignora totalmente la cultura popolare, si compiace nella profanazione del sacro, proponendosi trasgressiva contro la vita ordinaria e, anziché costruire sul passato, lo distrugge deliberatamente, proponendosi senza radici, senza alcuna coesione e continuità sociale, con l’unico collante dato dalla tecnica e dalla managerialità e dal supremo interesse dei “mercati”.

Il populismo è una reazione ragionevole – seppur inconsapevole – al dominio delle élite e, dunque, alleato naturale del conservatorismo nella ricostruzione dell’alta cultura quale riarticolazione della cultura popolare su un piano più cosciente e riflessivo. Così inteso il populismo può svolgere un ruolo di eccezionale protagonismo nel tempo della crisi delle idee e nel deserto culturale prodotto dal dominio incontrastato – almeno fino ad oggi – delle élite. Avrebbe potuto farlo proprio ridando centralità a ciò che le comunità virtuali, le multinazionali, la grande finanza, Wall Street hanno tentato di distruggere: la famiglia, le comunità locali, le piccole imprese, le banche locali e del territorio. In questo cambio di passo, intellettuali, studiosi, critici, artisti, educatori, genitori potrebbero e dovrebbero tornate ad assumersi la responsabilità di trasmettere ai giovani la tradizione dell’alta cultura, riconoscendo che i prodotti dell’anti-cultura non sono utili per una società sana e intelligente.

L’evento emergenziale che stiamo vivendo potrebbe essere inserito in una dimensione al tempo stesso storica e critica. L’esperienza in corso in Occidente e in Europa in particolare, è stata affidata a tre “corpi” sociali che ne stanno gestendo l’emergenza: il corpo politico, il corpo medico e il corpo mediatico delle nostre società.

Sarebbe di grande utilità coglierne la dimensione reale, al di là delle pur necessarie misure prese per arginare il pericolo epidemico. A cominciare dalla sua presunta “novità”: appare tale per la sola ragione che il flagello sta colpendo l’Occidente, fino ad oggi al riparo, seppur illusorio, da questi fenomeni. Sono decenni oramai, che a partire dal virus Ebola, passando per numerosi altri agenti patogeni, influenzali e virali, diversi organismi viventi ostili, generati dall’azione (politico-economica) umana, han fatto strage fuori dell’Europa, e non nel solo Terzo Mondo. Ora si stanno diffondendo nel pianeta intero. Agenti patogeni originati dal mondo animale non-umano, passati e trasmessi all’uomo. La ragione di fondo del fenomeno è – non si può più ignorarlo, né nasconderlo – ecologica.

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Si sta vivendo per la prima volta nella storia e sulla propria pelle, in Europa, una realtà nuova che investe la comunità mondiale intera, dopo che il genere di agente patogeno in questione ha iniziato da gran tempo la sua avanzata per le rotte della mondializzazione. Eravamo, o almeno credevamo di essere, al sicuro. La reazione autoimmunitaria sembrava infrangibile e ora testiamo manifestamente che le cose non stanno così. L’origine del fenomeno di fragilizzazione del mondo (cui vanno aggiunte le altre “emergenze”, climatica ed energetica) è legata al concorso di determinazioni naturali e determinazioni storico-economiche.

Al di là delle diverse facce risorgenti di una caccia all’untore di medievale memoria, camuffata sotto apparenze diverse (il dilagare dell’irrazionale si fa inquietante), è il modello di sviluppo capitalista iperliberista dell’ultimo trentennio (almeno) ad aver prodotto un tale squilibrio nel rapporto tra le due determinazioni. L’effetto risultante rende, è evidente, tale “modello” del tutto insostenibile. Al di là dell’emergenza contingente, dunque, occorre riattivare un’azione – non una semplice riflessione– critica nei riguardi del “modello”, non più rinviabile.

È possibile farlo in modi diversi e seguendo strade molteplici tenendo sempre presente che un’epidemia è un complesso punto di articolazione tra le sue determinazioni naturali e le determinazioni sociali. Per questo la sua analisi completa è trasversale: bisogna afferrare i punti in cui le due determinazioni s’incrociano, e trarne le conseguenze.

A partire dalla maggiore delle contraddizioni del mondo contemporaneo: l’economia, ivi compreso il processo di produzione di massa degli oggetti, dipende dal mercato globale. La semplice fabbricazione di un telefono cellulare mette in moto del lavoro e delle risorse, comprese anche quelle minerarie, in almeno sette Stati diversi. Ma d’altro canto, i poteri politici restano essenzialmente nazionali con la rivalità degli imperialismi vecchi (Europa, Usa) e nuovi (Cina, Giappone…) che impediscono ogni processo di formazione di uno Stato capitalista mondiale.

Così, anche l’epidemia fa emergere in maniera potente anche questa contraddizione tra economia e politica. Gli Stati nazionali tentano di far fronte alla situazione epidemica benché la natura del rischio li obblighi a modificare, seppur minimamente lo stile e gli atti del potere con un grande sforzo che inevitabilmente mostra tutte le sue carenze.

Chi desidera un cambiamento reale ha potuto approfittare dell’interludio epidemico e persino del lockdown per riflettere ma difficilmente per lavorare a nuove figure della politica o a un nuovo e diverso progetto di sviluppo e di progresso. Sarà necessario passare per una critica serrata di ogni idea secondo la quale dei fenomeni come un’epidemia aprono, per sé stessi, a qualsiasi cosa di politicamente innovativo che come tale, per forza di cose, è erroneamente positiva.

E allora, per non lasciarci “travolgere dalla burrasca degli anni ’20”, possiamo leggere alcuni eventi che hanno fatto da sfondo, diventandone inconsapevolmente protagonisti, al passaggio di millennio. Momenti scelti senza alcuna pretesa di storicità né di organicità esattamente come le “onde” che sono infinite e che prese singolarmente non esistono ma insieme formano niente meno che il mare.

ultima modifica: 2020-09-16T16:55:05+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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