“Il governo di Francesco. È ancora attiva la spinta propulsiva del pontificato?” è il titolo dell'articolo del direttore della rivista La Civiltà Cattolica. Riccardo Cristiano commenta per Formiche.net la lunga riflessione di padre Antonio Spadaro

Esistono testi con i quali il confronto è difficile. Basta elidere una parola per temere di tradirli. È certamente questo il caso dell’ultimo articolo firmato da padre Antonio Spadaro per la rivista che dirige, La Civiltà Cattolica, e intitolato “Il governo di Francesco. È ancora attiva la spinta propulsiva del pontificato?”. Per fortuna on line oggi è facile collegarsi al testo che si commenta, ponendosi al riparo da eccessive semplificazioni.

Ma per chi non avesse il tempo o la voglia di leggere tutto, solo il desiderio di farsi un’idea di cosa vi si sostenga, si può dire che due sono i vocaboli decisivi: programma e discernimento. Il termine “programma” fa venire la pelle d’oca ai bergogliani, è “discernimento” invece il loro vocabolo. Per orientarsi nel confronto bisogna capire quale sia il rapporto tra i due.

In questa visione profondamente cattolica non esistono i figli del bene e i figli del male, ma il buono e il cattivo, che crescono insieme. A differenza di quanto sostengono i manichei, che inevitabilmente arrivano a dividere tra buoni e cattivi, qui la distinzione è più complessa, perché il diavolo sa insinuare il male in ciò che ci appare bene, confondendoci. Ma discernere non può vuol dire strappare la gramigna, ma lasciarla crescere insieme al grano per non danneggiarlo, e poi gettare la prima per scegliere il secondo. Il discernimento dunque avviene dentro di noi, il programma invece, seguendo una visione mondana (o forse manichea) impone la nostra agenda, la nostra idea, la nostra “ideologia”, che ovviamente è quella giusta, a scapito delle altre, che ovviamente sono quelle sbagliate, o cattive. Nella visione “programmatica” il bene è da una parte, il male dall’altra. E la realtà? La promiscuità della vita?

Scrive padre Antonio Spadaro: “Le decisioni di governo del Papa ‘sono legate a un discernimento spirituale’, che riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte”. Ascolta dunque consolazioni e desolazioni, cerca di capire dove lo conducono e prende le sue decisioni in accordo con questo processo spirituale.

Si legge ancora nel testo: “Tutto questo Francesco l’ha appreso dalla lezione di san Pietro Favre, che nel suo Memoriale distingue ‘tutto il bene che potrò compiere’ e ‘la mediazione dello Spirito buono e santo’ con il quale lo può fare o meno. Quindi, anche nel processo di riforma della Chiesa c’è un bene che potrebbe essere compiuto senza la mediazione dello Spirito. O ci sono ‘cose vere’ che possono essere dette non con lo ‘spirito di verità’ (Memoriale, n. 51). Questa sapienza spirituale di Favre era ben presente nella lezione di p. Miguel Ángel Fiorito, che fu padre spirituale del papa.

Come abbiamo già detto, per Francesco san Pietro Favre è il ‘prete riformato’. Compito del riformatore è iniziare o accompagnare i processi storici. Questo è uno dei princìpi fondamentali della visione bergogliana: il tempo è superiore allo spazio. Riformare significa avviare processi aperti e non ‘tagliare teste’ o ‘conquistare spazi’ di potere. È proprio con questo spirito di discernimento che Ignazio e i primi compagni hanno affrontato la sfida della Riforma protestante”.

Avviare processi, non occupare spazi, è questa la prima regola che l’autore ci indica per connetterci a questo pontificato. La seconda è quella di rifiutare conseguentemente di immaginare programmi, conquiste, piani, più o meno quinquennali. E qui diviene importantissimo il passaggio in cui l’autore, padre sinodale anche all’ultimo sinodo, quello sull’Amazzonia, cita una carta privata condivisa dal papa con La Civiltà Cattolica. È un passaggio decisivo per entrare nella visione di Chiesa sinodale e uscire da quella dei piani, più o meno programmatici, più o meno quinquennali. Facendo riferimento al Sinodo per l’Amazzonia, riguardo all’ordinazione sacerdotale di viri probati (cioè uomini sposati e di comprovata probità), Francesco scrive: “C’è stata una discussione… una discussione ricca… una discussione ben fondata, ma nessun discernimento, che è qualcosa di diverso dall’arrivare a un buono e giustificato consenso o a maggioranze relative”. E prosegue: “Dobbiamo capire che il Sinodo è più di un Parlamento; e in questo caso specifico non poteva sfuggire a questa dinamica. Su questo argomento è stato un Parlamento ricco, produttivo e persino necessario; ma non più di questo. Per me questo è stato decisivo nel discernimento finale, quando ho pensato a come fare l’Esortazione”.

Prosegue Spadaro: “Non si tratta qui di risolvere la questione tra chi ha ragione e chi ha torto, né tantomeno di dire se il papa è d’accordo o meno con il tema dell’ordinazione sacerdotale di viri probati. Qui si pone la questione del come si prende una decisione, della forma mentis e della necessità di un discernimento che sia veramente libero”. E cita nuovamente il papa: “Una delle ricchezze e l’originalità della pedagogia sinodale sta proprio nell’uscire dalla logica parlamentare per imparare ad ascoltare, in comunità, ciò che lo Spirito dice alla Chiesa; per questo propongo sempre di tacere dopo un certo numero di interventi. Camminare insieme significa dedicare tempo ad un ascolto onesto, capace di farci rivelare e smascherare (o almeno di essere sinceri) l’apparente purezza delle nostre posizioni e di aiutarci a discernere il grano che – fino alla Parusia – cresce sempre in mezzo alle erbacce. Chi non ha realizzato questa visione evangelica della realtà si espone a un’inutile amarezza. L’ascolto sincero e orante ci mostra le ‘agende nascoste’ chiamate alla conversione. Che senso avrebbe l’assemblea sinodale se non fosse per ascoltare insieme ciò che lo Spirito dice alla Chiesa?”.

L’appunto trae questa conclusione: “Mi piace pensare che, in un certo senso, il Sinodo non sia finito. Questo tempo di accoglienza di tutto il processo che abbiamo vissuto ci sfida a continuare a camminare insieme e a mettere in pratica questa esperienza”. Dunque non si tratta di ascoltare se stessi, le proprie ragioni, ma di cercare nel confronto il modo per ascoltare insieme ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

È per questo, sembra di capire, che la spinta propulsiva non si è certo esaurita. Infatti l’articolo si conclude così: “La logica mondana resta l’ultima e più profonda tentazione – anche di carattere strutturale – contro cui lottare senza respiro nella Chiesa. Nella sua omelia nella Messa di Pentecoste del 2020 Francesco lo ha dichiarato apertamente: ‘Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordi’. È proprio questo lo sguardo che sa vedere nella Chiesa un ‘ospedale da campo’, immagine efficace della sua vera struttura. “Io vedo con chiarezza – disse il papa a La Civiltà Cattolica nella sua prima intervista del 2013 – che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…”. In fin dei conti è questo, se ce n’è uno, il solo programma possibile.

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