Afghanistan e Talebani si parlano. Washington è il mediatore del potenziale accordo storico (altra eredità trumpiana?), che ha come cornice geopolitica il Qatar

“I talebani devono cogliere questa opportunità per plasmare un accordo politico e raggiungere un cessate il fuoco complessivo e permanente che metta fine a 40 anni di guerra”, ha detto oggi il segretario di Stato americano, Mike Pompeo. Il capo della diplomazia dell’amministrazione Trump guarda in Qatar e manda un messaggio di valore politico ai negoziati di Doha, a cui gli Stati Uniti partecipano in forma attiva. L’attuale round di contatti tra governo afgano e i ribelli jihadisti che da anni stanno combattendo all’interno del paese è molto importante: “‘Il popolo afghano anela la pace e non è mai stato così vicino a mettere fine a 40 anni di guerra”, twitta il segretario.

L’Unione europea dà il benvenuto ai negoziati diretti, ha detto il capo della politica estera della Ue, Josep Borrell, parlando di “momento rivoluzionario”; “inizia un processo di pace genuino che deve portare la pace che il popolo dell’Afghanistan desidera e che chiede da tempo”. L’Alto Commissario della politica estera della Ue ha quindi detto che ”come Unione europea chiediamo alle parti di accompagnare l’avvio dei colloqui di pace con un cessate il fuoco immediato, comprensivo, nazionale e incondizionato”. Anche il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha salutato l’inizio dei colloqui inter-afgani come una “opportunità storica”: “La Nato è al fianco dell’Afghanistan per preservare i risultati e garantire che il Paese non diventi mai più un rifugio per i terroristi”, ha scritto sul suo account Twitter.

Da ricordare la data, circostanza simbolica: la Nato il 12 settembre di diciannove anni fa aveva attivato per la prima volta l’Articolo 5, quello riguardante la difesa collegiale contro un membro aggredito, proprio per lanciare una campagna militare contro l’Afghanistan, all’epoca governato dal regime jihadista talebano, colpevole di aver dato rifugio alla leadership di al Qaeda che aveva organizzato il 9/11. “Gli afghani seduti attorno a un tavolo, che si parlano, che parlano di pace, parlano delle loro aspirazioni. Quello che è successo oggi è l’aspetto più importante”, ha aggiunto Zalmay Khalilzad, il delegato speciale del dipartimento di Stato per l’Afghanistan, che sta conducendo questo sforzo negoziale iniziato proprio grazie al brokeraggio americano a febbraio – e rispetto a febbraio, ora il governo afgano è parte coinvolta direttamente nei colloqui, finora tenuti soltanto tra Talebani e Usa. Una circostanza storica dunque, con cui il presidente Donald Trump è intenzionato a lasciare un altro segno profondo nelle dinamiche politiche internazionali.

Da sottolineare infatti il quadro geopolitico dietro all’incontro, che si svolge a Doha – dove i Talebani da anni hanno un ufficio di rappresentanza – mentre gli Usa hanno costruito un ponte storico tra Israele e mondo arabo facilitando la riapertura dei rapporti tra lo stato ebraico ed Emirati Arabi e Bahrein (da ieri). Abu Dhabi e Manama sono due dei paesi che (su impulso emiratino e peso politico investito da Riad) hanno messo sotto isolamento il Qatar tre anni fa. Con i negoziati intra-afgani a Doha e il ruolo di sherpa diplomatici, gli americani dimostrano che nella partita intra-Golfo intendono mantenere una certa equidistanza – legata anche a contingenze tecniche: Washington per ora non può permettersi di perdere Doha, in cui si trova l’hub regionale del Pentagono e che rappresenta un link verso varie realtà (come con i Talebani, appunto). Per il Qatar è fattore di prima importanza, come il coinvolgimento diretto nei contatti tra Hamas e Israele di questi giorni.

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