Lo scontro frontale non conviene, né con la Francia né con la Turchia. Il fondatore e direttore di Limes Lucio Caracciolo traccia una road map per l'Italia in un Mediterraneo pronto ad esplodere. Ecco a che condizioni Roma può aderire ai piani di Parigi

Si fa presto a dire pace. Cosa si cela dietro quelle due parole twittate da Emmanuel Macron, “Pax Mediterranea”? Quanto è concreto il rischio di uno scontro armato nel Mare Nostrum con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan? E l’Italia da che parte deve stare? Lo abbiamo chiesto a Lucio Caracciolo, direttore di Limes e uno dei padri della geopolitica italiana.

Caracciolo, cos’è questa Pax mediterranea di cui parla Macron?

Un’operazione culturale, prima ancora che politica. Macron ha capito che la furiosa reazione antiturca ad Ajaccio non ha prodotto risultati. Nessun Paese Ue ha accettato la linea delle sanzioni. Merkel ha un accordo per i migranti con Ankara che fa troppo comodo. Gli inglesi seguono gli americani, che con Erdogan oggi non vogliono uno scontro frontale. Noi italiani non scegliamo mai. Di qui il tentativo di presentare l’operazione come una missione di civiltà.

Cioè?

Macron fa leva sul discorso del separatismo culturale e del comunitarismo. La società europea sta assistendo alla nascita di tante società parallele che ne frammentano l’unità mettendone a rischio i valori fondanti. La Turchia, accusano i francesi, è uno dei principali elementi disgregatori, colpevole di diffondere propaganda islamista nella società francese.

Dietro la retorica, c’è il tentativo di rilanciare il Club Med. Può riuscirci?

Il Club Med è un’iniziativa che ha una sua nobiltà e una storia consolidata nella tradizione geopolitica francese. In questo caso, risponde a un’esigenza francese di ristabilire gli equilibri europei. Ogni volta che la Germania mette il muso fuori dalla tana, la Francia reagisce costruendo un contrappeso sud-europeo, l’“Impero latino” di Alexandre Kojève. Di qui l’asse con i Paesi del Sud. Spagna, Grecia, Italia, Cipro, gli stessi che Parigi ha aiutato con il Recovery Fund.

Lo scontro Francia-Turchia è ormai inarrestabile?

Temo di sì. Tutto nasce dalla Libia. Erdogan ha scombinato i piani francesi, che erano riusciti surrettiziamente a portare Haftar alle porte di Tripoli. Sarraj ha capito che dall’Italia non avrebbe avuto aiuti e ha optato per il miglior offerente. Parigi è stata colta di sorpresa. Ha tolto Haftar da Tripoli dieci anni fa, oggi si ritrova Ankara. Non erano questi i piani.

Veniamo all’Italia. Deve aderire all’iniziativa francese?

Credo che un Club Med, al di là delle sue modeste dimensioni, sia importante per l’interesse nazionale italiano che si decide tutto fra le sponde dell’Europa meridionale e del Nord Africa. Però oggi una rottura totale con la Turchia non possiamo permettercela.

Perché?

Perché la Turchia ha in mano Tripoli, cioè i flussi migratori dal Nord Africa alle coste siciliane. E perché, piaccia o no, è l’unico interlocutore esistente oggi in Libia. È davvero il caso di dire che Sarraj è una “testa di turco”. C’è un bicchiere mezzo pieno: ora se abbiamo un problema almeno abbiamo un numero di telefono da chiamare.

Tripoli è e resterà una base turca?

Ormai è tardi per tornare indietro. L’Italia avrebbe dovuto schierarsi militarmente con Serraj e inviare forze armate a difesa di Tripoli. Curiosamente a Roma sono convinti che si possa morire per l’Afghanistan ma non per la Libia.

Ci sono almeno le condizioni per una pax con la Francia? Dal Nord Africa al Mediterraneo orientale, non si contano gli scontri sfiorati in questi anni.

Se non ci sono, bisogna crearle. In questi anni ce ne siamo fatte di tutti i colori. Abbiamo contribuito all’indipendenza algerina, al golpe a Tunisi per mettere Ben Ali, Gheddafi era un nostro protetto. La verità è che i francesi hanno una proiezione che vanno ben al di là della costa africana, in aree che toccano il nostro interesse nazionale, come l’Africa occidentale e il Sahel.

E i turchi?

Stesso discorso. La Turchia non a caso è penetrata in tante delle ex colonie francesi ed è presente lungo una fascia che va dal Sudan a Gibuti, dal Niger al Senegal e al Corno d’Africa. E i turchi vanno in questi posti per restare. Costruiscono proprie strutture, soprattutto in Stati-fantasma come Libia e Somalia, portano i militari e i mercenari, mettono in piedi uno Stato parallelo, e i cervelli migliori se li portano in patria.

A giorni si riunirà il Consiglio europeo per discutere delle tensioni nel Mediterraneo. Cosa aspettarsi?

Poco. Difficile se non impossibile che le sanzioni chieste dai francesi passino. Quanto alle tensioni intorno a Cipro, uno scontro non è da escludere. I comandanti turchi delle unità in loco possono decidere se sparare o meno senza telefonare ad Ankara. I francesi hanno mostrato i muscoli con la Charles De Gaulle, vedremo se basterà.

Un dubbio finale. Gli Stati Uniti da che parte stanno?

Gli americani sono rimasti nelle retrovie in questa partita. Non hanno interesse né a un eccesso di potere turco nella regione né di un forte ritorno francese. Preferiscono un equilibrio instabile.

Condividi tramite