Il segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo, sarebbe stato molto chiaro con il governo iracheno: secondo quanto raccontato da tre funzionari Usa al New York Times, avrebbe minacciato esplicitamente di chiudere l’ambasciata a Baghdad se l’esecutivo locale non avesse garantito protezione sufficiente. Non è questione di proteggere il fortino diplomatico: o almeno non soltanto. Il messaggio dietro alla minaccia di Pompeo è legato all’Iran: l’Iraq deve dimostrare agli americani di non essere totalmente dipendente dalle influenze di Teheran. Soprattutto deve dimostrare l’autorità per fermare gli attacchi che i funzionari statunitensi subiscono nella capitale irachena per colpa delle milizie sciite (le organizzazioni costruite dai Pasdaran, che hanno voce politica in Iraq come altrove, e che costituiscono la sfera di influenza con cui la Repubblica islamica intende diffondersi all’interno dell’internazionale sciita regionale).

L’ultimo di questi attacchi a non-troppo-bassa intensità c’è stato lunedì, quando un Katyusha è caduto in una casa nei pressi dell’ambasciata americana uccidendo cinque iracheni, due donne e tre bambini. Ma la minaccia di Pompeo va oltre le contingenze temporali. Sebbene gli iracheni sia siano dichiarati “sorpresi”, visto che il primo ministro Mustafa al-Kadhimi (un ex uomo dell’intelligence) aveva incassato il sostegno dell’amministrazione Trump non più tardi di agosto, durante un viaggio a Washington, la questione però è ampia. Si ricorderà che l’attacco con cui è stato eliminato l’eminenza grigia del tentativo egemonico iraniano nella regione, il generale Qassem Soleimani, fu proprio legato alla sua presenza a Baghdad per organizzare un’operazione clandestina contro l’ambasciata. Almeno questo è quello che il governo statunitense ha sempre detto: era lì per coordinare le milizie (che in quei giorni avevano organizzato manifestazioni di protesta nell’area della postazione diplomatica americana).

E insomma, come già successo un anno e mezzo fa quando Pompeo fece saltare all’ultimo momento un incontro con la cancelliera tedesca per riapparire a Baghdad a informare il governo di un nuovo rafforzamento – con missili balistici – delle milizie, anche stavolta l’Iraq diventa terreno di scontro tra Usa e Iran. La minaccia di chiudere l’ambasciata, ossia di mollare il governo locale, è spinta, ma rientra nel tema della massima pressione – la tattica con cui Washington vuole martellare Teheran a tutto tondo, dall’accordo sul nucleare alla questione delle milizie. Gli Stati Uniti chiedono all’Iraq un cambio netto, e per farlo usano la carta forte delle minacce. Ne hanno possibilità. E non è la prima volta: anche a gennaio, quando il governo iracheno sosteneva che avrebbe espulso i soldati americani sul proprio territorio perché Baghdad si riteneva offesa del mancato preavviso dell’attacco contro Soleimani, Washington reagì di forza.

Dimostrando che l’Iraq non è un partner alleato ma un subalterno dell’impero statunitense, l’amministrazione Trump nove mesi fa minacciò il taglio di 350 milioni di dollari di assistenza militare (quella usata per combattere l’Is, per dire) e il dipartimento di Pompeo ricordò a Baghdad di avere la facoltà di escludere la Banca centrale irachena dalle relazioni con la Federal Reserve di New York. Ora minaccia di chiudere l’ambasciata – e nel mezzo il presidente Donald Trump ha deciso di ritirare 2 dei 5mila soldati di stanza nel Paese. Messaggio ancora più forte quello attuale, perché chiuso l’edificio, chiusi i ponti: e Baghdad difficilmente sarà in grado di sopravvivere senza l’assistenza americana. Per questo Washington sa di poter calcare la mano: inaccettabile per gli Usa che il territorio mesopotamico diventi un ambiente molle e pericoloso in cui i proxy iracheni mettano nel bersaglio i propri funzionari; ghiotta l’occasione di sganciare l’Iran da uno dei suoi satelliti.

Ma l’Iran sembra percepire le delicatezze del quadro, e per non perdere contatto pare abbia ordinato alle sue milizie irachene di allentare la pressione contro gli americani – lo rivelano fonti dell’intelligence statunitense al Wall Street Journal. Teheran sa che un conto è tenere il livello di disturbo a una soglia accettabile, un altro è scatenare la rabbia degli Usa. Sa che per Baghdad il supporto americano è fondamentale, e allora s’avvia verso la soluzione underground, attraverso la quale il governo iracheno potrà continuare a mantenere la doppia linea di collegamento e l’amministrazione americana uscire rafforzata da un successo tattico. C’è un tempo d’altronde: aspettare meno di due mesi e poi rimodulare tutto dopo il 3 novembre, sulla base di chi sarà il futuro inquilino della Casa Bianca. Ammesso, chiaramente, che i proxy sciiti rispondano perfettamente alla richiesta dei Pasdaran. L’attacco di lunedì sembra fuori controllo.

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