Corsa al vaccino, ecco come accorciare i tempi. L’analisi di Pani

Corsa al vaccino, ecco come accorciare i tempi. L’analisi di Pani
Sebbene la durata dello sviluppo farmaceutico rimanga incerta e costosa, la collaborazione tra aziende e agenzie regolatorie può fare da guida e impattare positivamente sui tempi di sviluppo. L'analisi di Luca Pani, professore di Farmacologia e farmacologia clinica all’Università di Modena e Reggio Emilia, già direttore generale Aifa e membro Ema

Chiunque voglia ottenere informazioni controllate e certe su una sperimentazione clinica può consultare il sito www.ClinicalTrials.gov. Il sito riporta infatti i risultati degli studi clinici condotti negli Stati Uniti e in tutto il mondo con il supporto di enti federali e privati (nel momento in cui scrivo, un totale di 345.428 sperimentazioni in 216 Paesi, oltre gli Usa).

ClinicalTrials.gov altro non è che un immenso registro alimentato da database dinamici che forniscono informazioni sullo scopo di uno studio clinico, su come partecipare, sulle località e i numeri di telefono da chiamare se si è interessati ed eleggibili. Queste informazioni sono pubbliche e sono disponibili in piena trasparenza a tutti, ma la homepage raccomanda di usarle in associazione con le prescrizioni dei propri sanitari e ricorda che la presenza di una sperimentazione nell’elenco non implichi necessariamente che sia stata valutata dalla Food and drug administration (Fda) americana.

Questa premessa era necessaria perché in data 13 luglio 2020, clinicaltrials.gov elencava 2.553 sperimentazioni con parola-chiave Covid-19; 778 delle quali non avevano ancora reclutato un solo paziente, 15 erano state interrotte prematuramente (prevalentemente perché impiegavano idrossiclorochina) e 199 sono state completate avendo fornito, in soli tre-quattro mesi, una serie di risultati, anche negativi, molto informativi. A conferma dello sforzo globale e dell’approccio sistematico che è stato proposto dagli investigatori di tutto il mondo, ben 448 di questi studi si occupavano di bambini e adolescenti (ovvero più giovani di 17 anni d’età), 2.498 includevano tutti gli adulti dai 18 ai 64 anni e 2.375 sperimentazioni pazienti anche oltre i 65 anni.

Un ultimo dato è interessante: in questo momento 58 studi sul Covid-19 sono finanziati negli Stati Uniti dal National institutes of health (Nih) o altre agenzie federali, mentre 2.089 sono di università, aziende ospedaliere o altre organizzazioni sanitarie, prevalentemente nel resto del mondo, che utilizzano per lo più farmaci o combinazioni di farmaci già in commercio nel tentativo di ottimizzare la risposta in questa condizione clinica finora sconosciuta. Ben 415 studi hanno come sponsor industrie farmaceutiche e che utilizzano sia farmaci conosciuti sia moltissimi che possiedono delle nuove entità chimiche o biologiche. In questo momento, 156 sperimentazioni prevedono l’uso o lo sviluppo di nuovi vaccini anti-Covid.

L’industria farmaceutica, che storicamente è sempre stata lenta nel rispondere ai tempi che cambiavano, durante la pandemia si è mostrata al contrario molto reattiva e altrettanto produttiva. Questa capacità non ha sorpreso chi da tempo segue le evoluzioni di questo settore.

Il primo passaggio è avvenuto nell’acquisizione della consapevolezza che la fornitura di medicinali-chiave doveva superare le costrizioni delle frontiere e, grazie all’autorizzazione di alcune agenzie regolatorie illuminate, la pandemia – che ha creato enormi difficoltà nel reperimento di dispositivi di protezione individuali, camici usa e getta, mascherine e ventilatori, di cui tutti hanno parlato – non ha mandato in una vera crisi gli stock di farmaci, che pure venivano consumati ancora più velocemente.

Un risultato del genere non era scontato – e non è banale – ed è potuto avvenire grazie al coordinamento in sicurezza di enormi sforzi produttivi (con anche quattro turni giornalieri in settori ad alta intensità e rischio), di cui nessuno invece ha parlato. Ma questo risultato significa anche che l’industria del farmaco su scala mondiale era già largamente adeguata al cosiddetto modello 4.0 e che quindi è, verosimilmente, pronta per produzioni vaccinali e nuove terapie su larga scala.

Tutto ciò non è casuale se si pensa che meno di vent’anni fa, il settore farmaceutico si trovava a sperimentare una crisi di produttività nella ricerca e sviluppo senza precedenti, con crescita nei tempi di durata dei test clinici e fallimenti frequenti nello sviluppo di nuovi farmaci. Oggi, invece, uno studio pubblicato di recente coordinato da Fabio Pammolli mostra che quella che sembrava una strada tortuosa e arida ha la potenzialità di essere una frontiera senza fine, che attraverso l’introduzione di inedite soluzioni e inattese capacità – che la pandemia ha messo in chiara evidenza – fa prevedere un futuro più favorevole per tutti coloro che hanno bisogno di usare farmaci.

La nostra analisi ha dimostrato come, secondo i dati aggiornati fino al 2017, nell’ultimo decennio lo stato della ricerca e sviluppo (R&S) di farmaceutica abbia iniziato a modificarsi in meglio. Ci siamo concentrati su una serie completa di informazioni riferite a più di 50mila progetti di ricerca e sviluppo, usando come parametro di calcolo i risultati del processo produttivo della R&S (ovvero tassi di abbandono dei prodotti in sviluppo e durata delle fasi cliniche), scartando il fattore spesa.

A questo punto abbiamo ottenuto una nuova e ampia classificazione delle indicazioni associate a ogni progetto secondo il tipo di malattia (“cronica”, “fatale”, “multifattoriale”, “rara”) e quindi abbiamo identificato la tipologia di ogni istituto coinvolto nel processo di R&S (aziende farmaceutiche, ovvero biotecnologiche, o non-industriali) con particolare riferimento al loro ruolo di originatori (solitamente l’accademia) o di sviluppatori (quasi sempre l’industria).

Infine, abbiamo introdotto altri due parametri innovativi: uno per le aree terapeutiche e l’altro per i meccanismi di azione. Grazie a questo nuovo approccio è stato possibile identificare le aree terapeutiche soggette a maggior sforzo e ascrivere i cambiamenti osservati nei tassi di abbandono dei nuovi farmaci al tipo di istituto e alla differente configurazione di collaborazione, ovvero al fatto di essere un originatore o uno sviluppatore.

I risultati confermano significativi miglioramenti in diversi settori della produttività nella R&S farmaceutica, una vera e propria rivoluzione per un’industria che fino a qualche anno fa analisti superficiali e ideologi di retroguardia davano per spacciata. Con un decremento generale nei tempi di tutte le fasi di sviluppo di un farmaco, si dimostra come si sia soprattutto ridotto il tempo in cui la ricerca preclinica riesca a predire e convalidare gli obiettivi farmacologici. E, nonostante il tasso di fallimento rimanga ancora troppo elevato nelle fasi 2b e 3, il numero di prodotti approvati dalla Fda e dall’Ema (European medicines agency) negli ultimi anni è aumentato costantemente.

Questo esito potrebbe essere ricondotto anche al fatto che la ricerca farmaceutica si sta concentrando maggiormente su nuove indicazioni e nuovi meccanismi d’azione, che evidentemente sono valutati come clinicamente significativi dai regolatori. Una frazione sempre più crescente dei farmaci commercializzati si basa, infatti, su queste due misure di novità. Tuttavia, la nostra analisi ha anche dimostrato come la R&S farmaceutica continui a concentrarsi su quelle indicazioni terapeutiche laddove il bisogno medico è alto, specialmente in oncologia e in malattie degenerative del sistema centrale nervoso (dove tuttavia i tassi di fallimento anche di fasi 3 continuano a essere troppo alti) e il guadagno maggiore.

In conclusione, sebbene la durata dello sviluppo farmaceutico rimanga incerta e costosa, la collaborazione tra aziende e agenzie regolatorie può fare da guida e impattare positivamente sui tempi di sviluppo, accorciando quelle lungaggini amministrative e burocratiche che la pandemia ha dimostrato essere inutili. Se la sicurezza dei pazienti verrà sempre garantita in modo prioritario e questo trend di crescita della produttività continuerà, diverse famiglie di nuovi composti terapeutici – diretti su specifiche indicazioni e gruppi di pazienti – raggiungeranno il mercato nei prossimi anni.

Un nuovo panorama sta emergendo, che andrà consolidato su alcuni esempi virtuosi di collaborazione pubblico-privato che le sperimentazioni anti-Covid hanno dimostrato essere possibili. Questi modelli dovranno basarsi sulla coevoluzione tra il progresso della frontiera della ricerca avanzata e le strategie che i regolatoripagatori dovranno mettere in atto per affrontare possibili e difficili trade-off tra innovazione, accesso e sostenibilità.

ultima modifica: 2020-09-02T17:06:50+00:00 da Redazione

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