Vivere in remoto, morire in diretta. La riflessione di Chiara Buoncristiani

Vivere in remoto, morire in diretta. La riflessione di Chiara Buoncristiani
Il desiderio (o bisogno) di esporsi va in direzione ostinata e contraria rispetto a un’altra spinta, contemporanea e direttamente proporzionale: la paura di incontrarsi fisicamente (o l’impossibilità di lasciarsi andare alla presenza dell’altro). La riflessione di Chiara Buoncristiani, psicoterapeuta e giornalista

Che fine ha fatto il nostro buon vecchio corpo, quel fastidioso, imbarazzante, imprescindibile, corpo? Quello nel quale abitiamo e che, sì, a volte ci imbarazza: vuoi per le sue imperfezioni, vuoi per il suo manifestarsi fuori dal nostro controllo.

Ormai anche in nostro corpo ha una vita digitale. Un corpo mostrato, ma soltanto in maniera virtuale. E spesso “ritoccato”. Il modo di usare il corpo è uno dei più grandi paradossi di questi anni.

Lo esibiamo nelle foto, ma evitiamo in tutti i modi le sue “conseguenze”, quelle che comportano tensioni, vergogna o ansia. Come fanno i ragazzi della iGeneration, che privilegiano le relazioni, talvolta anche quelle sessuali, in remoto, finendo così per costruirsi un cybercorpo in remoto.

Ha fatto scalpore la volontà di “morire in diretta” del francese Alain Cocq.

Facebook non glielo ha permesso anche se la sua motivazione era politica: voleva denunciare il divieto di eutanasia vigente nel suo Paese, e documentare la lenta agonia (la “cattiva morte”) cui è costretto chi non può, per sua libera scelta, darsi una “buona morte”. Forse in un capovolgimento catartico della morte con dignità di socratica memoria.

Si può comprendere anche la motivazione di Facebook, sempre più chiamata a prendersi la responsabilità editoriale dei contenuti pubblicati. Contenuti che riguardano quanto di più traumatico si può incontrare “in remoto” (ma anche dal “vivo”): la morte. Si direbbe che stiamo andando verso un innalzamento sempre crescente della soglia del pubblicabile.

Eppure se ho parlato di paradosso è perché il desiderio (o bisogno) di esporsi va in direzione ostinata e contraria rispetto a un’altra spinta, contemporanea e direttamente proporzionale: la paura di incontrarsi fisicamente (o l’impossibilità di lasciarsi andare alla presenza dell’altro).

Non c’è bisogno di lavorare nel campo del disagio psichico per aver sentito parlare di una nuova sindrome, sempre più diffusa tra adolescenti. Sempre più rappresentativa dei nostri tempi, al punto dall’essere ritenuta un simbolo di un cambiamento non solo nello stile di vita, ma anche nelle sensibilità di quest’epoca. Si tratta della dimensione Hikikomori. Termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte”.

Nella sua forma più estrema siamo di fronte a un ritiro sociale dal contatto fisico, nella sua forma generazionale vediamo la progressiva sostituzione di sempre più forme di interazione umana con il mondo virtuale. Non solo in ragione della pandemia di Covid-19, che l’epidemia ha reso ancora più pervasiva.

Certo, la iGeneration è nativa digitale e come prima lingua (sui social) parla per immagini. Immagini che rendono il corpo sempre più pubblico, ma a distanza. Rappresentazioni, più o meno ritoccate, di corpi – e qui ecco il paradosso – che mentre riducono l’imbarazzante ingombro fisico ne esaltano la pervasività immaginaria.

Vivere (e morire) in remoto, purché sia in diretta.

 

 

ultima modifica: 2020-09-08T17:46:30+00:00 da Chiara Buoncristiani

 

 

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