La segretaria dell'Unione Armeni d'Italia spiega a Formiche.net il contesto dietro allo scontro del Nagorno-Karabakh e lancia un appello a Roma e alla Comunità internazionale per evitare che la situazione scivoli nel caos regionale

“L’Armenia vuole la pace”, uno slogan tra quelli che escono dalla manifestazione organizzata dall’Unione Armeni d’Italia (Uai) martedì 6 ottobre in Piazza Scala a Milano. Iniziativa per tenere alta l’attenzione sulla guerra in corso nell’Artsakh, come gli armeni chiamano il Nagorno-Karabakh (conosciuto col nome di origine turco-persiana che significa Giardino Nero delle montagne). Il conflitto continua, con i bombardamenti che proseguono e colpiscono anche aree civili. “La manifestazione di Milano è stata un modo per sensibilizzare con la nostra voce l’Italia, il Paese in cui viviamo – spiega a Formiche.net Gayane Khodaveerdi, segretaria del Consiglio Direttivo dell’Uai – e raccontare una verità diversa da quella che esce dai media outlet azeri e turchi, gli unici che Baku fa entrare nel proprio paese e che spingono a propaganda”. Differentemente l’Armenia ha lasciato aperto il proprio territorio ai media internazionali.

L’Uai è nata nel 1915 per salvaguardare i diritti degli armeni  sopravvissuti al genocidio che erano arrivati in Italia ai tempi in cui non c’era ancora un’ambasciata, creata nella fase post-sovietica. L’evento di ieri “è stato molto partecipato e abbiamo ricevuto i complimenti per come abbiamo gestito l’ordine”, spiega Khodaveerdi. Vive a Milano, nata da due genitori armeni: la madre di seconda generazione, nata anche lei nel capoluogo lombardo, e “figlia di sopravvissuti”, il padre armeno dell’Iran.

La comunità armena è un forte collettore all’interno dei vari stati in cui si muove: molto forte in Russia, Francia e Stati Uniti, attiva anche in Italia sia come collante sociale e culturale, che come entità politica, anche grazie al ruolo della Chiesa Apostolica Armena, che Khodaveerdi spiega essere un luogo che va anche oltre all’aspetto religioso. “Quando un armeno arriva in una nuova città le chiese fanno da catalizzatore per aprire la comunità ai nuovi arrivati”.

La situazione nell’Artsakh, (Nagorno Karabakh ) è drammatica, spiega l’attivista armena, con Stepanakert – capitale della regione infiammata dagli scontri – che “è stata nuovamente rasa al suolo, come successe nel 1994, sempre per mano degli azeri”. “Gli armeni attaccano obiettivi militari, mentre gli azeri colpiscono tutti i tipi di target e questo sta creando una forma di ribellione popolare, che però è costantemente sedata anche perché da Baku viene raccontato il proprio storytelling attraverso i propri media locali”.

“La popolazione azera – aggiunge Khodaveerdi – è scontenta di vedere i propri figli combattere una guerra che non sente propria, e questo è una grossa differenza dall’Armenia, che combatte per la propria sopravvivenza, per difendere la propria terra. Baku mente anche sul numero di caduti, per limitare l’effetto d’immagine sulla popolazione. In Azerbaigian si sta cercando di usare il nemico armeno anche per nascondere problematiche interne, per esempio quelle legate alla crisi della valuta che riguarda Baku come Ankara”.

In questi giorni di scontri è stato evidente come la Turchia, che si definisce un unico stato con l’Azerbaijan, abbia aiutato gli azeri in forma diretta. C’è supporto militare anche attraverso l’arrivo al fronte dell’Artsakh  (Nagorno-Karabakh) di mercenari siriani: sono proxy militari che le forze speciali turche hanno reclutato e addestrato anche tra i gruppi estremisti che hanno combattuto il regime assadista (sono gli stessi che Ankara ha mobilitato in Libia a protezione del governo onusiano,  e sono una costante ormai nell’avventurismo armato di Recep Tayyp Erdogan). La partenza dei mercenari siriani per il fronte caucasico è stata inizialmente segnalata dal presidente francese, Emmanuel Macron, che in questo periodo gioca un ruolo di confronto serrato con la Turchia. Successivamente è stata confermata da Berlino.

Sul fronte armeno, invece viene descritta la Russia, che con Yerevan è parte dell’Unione Euroasiatica ed è unita dall’Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva. “Mosca però non sta proteggendo l’Armenia”, spiega la segretaria dell’Uai: “È una narrativa sbagliata, perché la Russia non sta facendo niente: non fornisce aiuti né economici né politici. Sta aspettando, perché non vuole troppo coinvolgimento e non vuol rischiare di compromettere del tutto le relazioni i propri interessi con  l’Azerbaigian”. C’è stata tre giorni fa una richiesta congiunta per cessate il fuoco mossa dalla Russia insieme a Francia e Stati Uniti, parti del gruppo di contatto di Minsk, ma “si tratta di un’iniziativa molto poco consistente: e un qualche intervento diretto russo attualmente lo vedo non imminente”, spiega Khodaveerdi.

“L’Italia sia protagonista di azioni finalizzate alla cessazione delle ostilità unendo la propria voce a quella delle organizzazioni internazionali. Condanni con fermezza ogni atto di ostilità verso la popolazione civile e qualsiasi ingerenza di Paesi terzi che possa aumentare ulteriormente la tensione e minacciare la stabilità regionale”, è questa la richiesta che l’Uai ha avanzato, recentemente,al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, nel tentativo di sensibilizzare il governo italiano sulle proprie istanze.

Secondo Khodaveerdi, non esiste altra soluzione al momento che “il riconoscimento della Repubblica di Artsakh”. Ex decima provincia del protettorato romano del Regno d’Armenia nei primi quattro secoli dopo Cristo, di cui molto dopo Stalin dichiarerà, all’insegna della fraternità tra i popoli, la definitiva appartenenza all’orbita azera, nonostante nel 1918 gli armeni dell’Artsakh avessero cercato di dar vita a un governo popolare rivendicando la propria appartenenza storica alla nuova Repubblica d’Armenia.

Un territorio su cui l’Armenia ha radici storiche “e logiche”, legate anche alla presenza etnica – è da sempre abitato da percentuali abbondantemente sopra al 90 per cento di armeni. “Solo con il riconoscimento internazionale potremmo salvaguardare la pace nel Caucaso e nel resto del mondo”, spiega la rappresentante dell’Uai.
“A lasciare che le cose si risolvano da sé si rischia di trasformare tutto in una situazione più pericolosa, perché non dimentichiamo che in questo momento l’Armenia sta combattendo contro il terrorismo internazionale”, che per Khodaveerdi è da ritrovare nella presenza al fronte di quei miliziani siriani mossi dalla Turchia, accusati da più parti di essere jihadisti – una posizione presa con linguaggio simile anche dal primo ministro Nikol Pashinyan, in una recente intervista a Sky News.

 

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