Sia che si tratti di una nuova ondata o del proseguo della Grande Epidemia (come la chiamano ormai i tecnici e, in coda a loro, i media), i dati del contagio da Covid-19 stanno sollevando parecchie preoccupazioni, tanto da indurre il governo a prorogare lo stato d’emergenza fino a tutto il prossimo mese di gennaio e ad imporre un giro di vite – per ora limitato ad alcune misure – allo scopo di rafforzare la prevenzione. In realtà, si ha l’impressione che le prescrizioni – soprattutto quelle prioritarie riguardanti l’utilizzo della mascherina – siano dettate a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla nuova situazione, piuttosto che garantire una maggiore efficacia nel contenimento del contagio.

In ogni caso, indossare la mascherina, secondo le regole, è un atto di educazione e di rispetto degli altri, e, per di più, comporta il solo rischio che si appannino gli occhiali. Le bravate dei no max sono pericolose per i partecipanti alle iniziative da loro promosse, ma anche per le persone con cui verranno a contatto. Capisco che, in un Paese libero, non è consentito vietare l’esercizio dei diritti che costituiscono l’essenza della democrazia. Ma se le autorità non sono in grado – come è capitato più volte – di far rispettare le regole nelle situazioni di reale pericolo (come la manifestazione in Piazza San Giovanni a Roma o le adunate all’insegna dei selfie di Capitan Salvini), non ha senso prendersela con la movida e criminalizzare i giovani.

Se dunque occorre un supplemento di cautela e disciplina per contenere il virus malefico, è assai più importante impedire che riparta un secondo virus, ben più insidioso del primo: il contagio del panico. Sotto questo aspetto è fondamentale il contributo – che può essere negativo o positivo – dei media. Durante la prima fase – è la mia opinione – i media – soprattutto televisivi – sono stati più nocivi di uno sciame di cavallette (abbiamo visto anche questo nei mesi scorsi) su di un campo di grano. Hanno contribuito a terrorizzare l’opinione pubblica, martellandola per intere giornate con veri e propri bollettini di guerra a scadenze fisse. Nessuno pretende di imporre ai media la “linea politicamente corretta”, ma è loro dovere rappresentare al Paese le sostanziali differenze che esistono oggi nella lotta al contagio rispetto a quelle dei primi mesi dell’anno.

In primo luogo essere positivi non significa più essere gravi e a rischio della vita, ma spesso asintomatici o lievemente indisposti. I nosocomi, prima presi d’assolto, si sono rafforzati, si avvalgono di protocolli sperimentati e di terapie più efficaci (anziché sperare in una vaccinazione salvifica e molto più opportuno dedicarsi alla prevenzione e soprattutto alla cura). Nei giorni scorsi un famoso giornalista, contagiato anch’esso, ha descritto, in un programma televisivo, le sofferenze a cui ha dovuto assistere tra i ricoverati da Covid-19. Probabilmente, se avesse potuto fare un giro in altri reparti avrebbe trovato analoghe sofferenze tra gli affetti da altre gravi sofferenze, i quali – come è già avvenuto – rischiano di vedersi rimandare interventi chirurgici importanti per la loro salute e sopravvivenza. Un giorno ci diranno –spero – quante persone sono decedute in conseguenza della priorità riconosciuta ai malati di coronavirus.

E’ necessario che l’informazione dia un contributo più approfondito. Non è di nessun aiuto fornire quotidianamente tre numeri: quello dei nuovi contagiati, dei decessi e dei guariti. Occorre rendere pubblici – immagino che le istituzioni preposte dispongano di questi dati – i profili sanitari dei contagiati (specie se deceduti), il loro ambiente di vita, le circostanze del contagio, se si tratta di luoghi pubblici, di posti di lavoro, di locali privati o di incontri senza distanziamento sociale, di uso del trasporto pubblico. Negli ultimi giorni i tg hanno detto che 4/5 dei contagi si verificano in famiglia. E’ evidente che tra le mura domestiche il virus proviene da fuori; ma se questa è la realtà che cosa potrebbe risolvere il ripristino del lockdown? Intanto, sappiamo che almeno per ora, nei grandi agglomerati di persone la situazione non è affatto degenerata. I dati riguardanti le scuole – forniti dal ministro Azzolina – non sono allarmanti. Ciò è vero anche per quanto riguarda il mondo del lavoro. Il riferimento è dato dal numero degli infortuni da Covid.

Dall’inizio dell’anno a fine luglio sono stati 51mila i lavoratori colpiti (sul lavoro e in itinere è considerato infortunio) e più di 270 i decessi.  L’analisi per professione evidenzia che la categoria dei tecnici della salute, essendo in prima linea, è quella più coinvolta da contagi. Prudenza, serietà per evitare l’abisso del lockdown, che a questo punto determinerebbe effetti più gravi di qualunque pandemia. Certo non aiutano persone come Vittorio Sgarbi che va in Tv a sostenere che negli Usa ci sono meno morti, in percentuale sulla popolazione, che in Italia. Solo che insiste nel ribadire più volte, senza ombra di dubbio, che gli abitanti degli States sono un miliardo (in verità sono meno di 330 milioni) senza che nessuno – conduttrice e altri ospiti – lo corregga.

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