Una comunicazione politica così strategicamente orientata, come quella di De Luca, manifesta un duplice scopo: uno interno e palese, ovvero affermare il proprio potere politico di natura patrimonialista nei confronti di Regione e corregionali; uno discosto e sotterraneo… La lettura di Maria Cristina Antonucci

Le conferenze stampa del presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, stanno diventando un genere comunicativo a sé, con molteplici estimatori satirici come nel caso esemplare di Maurizio Crozza. Il registro lessicale pittoresco, l’utilizzo di metafore e iperboli, la scelta di paradossi sono tutti elementi resi standard in una comunicazione istituzionale tutta peculiare e tarata sulla personalità politica del “Governatore” della Campania.

Tuttavia, anche per i più scaltriti esperti della comunicazione deluchiana, l’ultima conferenza stampa del Presidente della Regione sulle misure da prendere in Campania, ha rappresentato un punto di svolta, disponendo una chiusura delle scuole di ogni ordine e grado per due settimane e prevedendo un coprifuoco totale per la notte di Halloween.

Una serie di misure che, se pure correttamente iscritte nel riparto di competenze sanitarie e di assetto della gestione epidemica del territorio tra Stato e Regioni avanzato nel Dpcm del 13 ottobre 2020, travalica forme e modelli della leale collaborazione tra Stato e suoi organi previsto dall’articolo 120 della Costituzione. Molti commentatori hanno letto – pure correttamente – la dimensione interna della azione politica e comunicativa di De Luca, rivolta ai campani, sulla scorta della forza di una rielezione recente con numeri plebiscitari (quasi il 70%). Regione e concittadini di De Luca diventano parte di un modello patrimonialistico di politica, nel senso weberiano di tale interpretazione del potere politico.

Secondo questo paradigma, De Luca, governa la Campania e i campani mediante un potere in cui “i diritti di origine puramente politica vengono considerati come diritti privati”. La conseguenza di tale assetto prevede che il “Governatore” disponga d’ordinanza chi può accedere all’istruzione (le matricole universitarie) e chi no (tutti gli altri studenti in Campania); fino a che ora sia consentito spostarsi e riunirsi nelle città campane; quando e come applicare il coprifuoco. Questo avviene secondo una logica decisionale propria, che trascende, sulla scorta dell’emergenza, lo statuto di diritti individuato dalla cittadinanza italiana. E fino a che sistema di decisione politica sulle vite e le attività dei campani non troverà un argine nella magistratura amministrativa questa dimensione patrimoniale della decisione politica campana verrà declamata con le consuete modalità comunicative parossistiche a cui siamo stati abituati.

Continueranno le metafore situazioniste dei Carabinieri mandati con il lanciafiamme ad impedire le feste di laurea (chissà che cosa ne pensa, soprattutto in materia di dotazioni per l’organico, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini), le botte in testa con la mazza a chi esce il sabato sera, con tanto di ipotesi “stecchiti a terra”, gli arresti per “oltraggio al pudore” agli anziani che sfruttavano l’occasione del running per uscire di casa durante il lockdown. Iperboli necessarie per l’affermazione comunicativa di principi di un gran visir di stampo orientale che non si fida affatto dei cittadini della propria Regione.

La comunicazione di De Luca, tuttavia, manifesta anche una decisa valenza esterna alla Regione; una valenza tutta rivolta a Roma e al governo di Giuseppe Conte. Molti Presidenti di Regione hanno, da marzo ad oggi, interpretato in modo ampio, il proprio ruolo nella gestione dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19. Con l’intento dichiarato di voler garantire la salute dei veneti, piuttosto che dei lombardi, dei laziali e dei campani, molti “Governatori” regionali hanno assunto scelte piene di autonomia, non solo in materia sanitaria, rispetto ai dettami dei Dpcm che giungevano da Roma. Tuttavia, una buona parte del dualismo tra governo nazionale e territori ha trovato il proprio terreno di confronto, quando non di scontro, negli snodi istituzionali: il rapporto con il ministro per gli affari regionali, Francesco Boccia; la Conferenza unificata, mai così centrale come in questa fase.

Molte delle richieste dei Presidenti delle Regioni sono state avanzate a porte chiuse nella relazione istituzionale con il ministro o in sede di Conferenza, risolvendo in modo bilaterale o multilaterale, le diverse questioni. Non è il caso di De Luca, che, sentendosi investito della forza del mandato elettorale recente, ha preferito scegliere la strada del protagonismo politico e comunicativo, facendo della Campania quasi una Regione autonoma (con buona pace delle Regioni a statuto autonomo che non hanno personale politico con la medesima personalità politica e legittimazione elettorale di De Luca) rispetto al resto d’Italia.

Questo elemento di specialità, autonomia e particolarismo della Campania di De Luca rispetto a decisioni statali concordate con le altre Regioni e non gradite al Presidente della Campania, genera una tensione costante con il livello dell’esecutivo nazionale, che, senza dubbio, non gradisce l’originale recepimento delle direttive da parte del Governatore della Campania. Una comunicazione politica così strategicamente orientata, come quella di De Luca, manifesta un duplice scopo: uno interno e palese, ovvero affermare il proprio potere politico di natura patrimonialista nei confronti di Regione e corregionali; uno discosto e sotterraneo, di servire la prova di forza politica nei confronti della linea politica del governo nazionale. Si tratta di due finalità differenti, entrambe discoste rispetto al situazionismo comunicativo e alla teatralità dei registri; entrambe in grado di accentuare la centralità del ruolo politico di De Luca nell’attuale contesto.

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