In un bellissimo articolo di qualche settimana fa sul Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia ricordava che in “Fahrenheit 451” Montag lavora in un corpo di pompieri che non devono spegnere incendi ma dar fuoco a degli oggetti considerati pericolosissimi, perché costringono le persone a ricordare chi sono e per quale ragione respirano: i libri (e il titolo del romanzo viene dalla temperatura necessaria a far bruciare la carta).

Sembrava una prospettiva impossibile da realizzarsi, eppure proprio oggi i nostri occhi sembrano essere ben aperti ma sono dedicati soltanto a chi li sa sedurre, anziché alla realtà.

La Rete si è accaparrata in modo “spettacolare” la nostra attenzione, che serve a profilare i nostri comportamenti e a orientarli, per venderci prodotti e convinzioni (se qualcosa è gratis il prodotto sei tu, come mostra il documentario The social dilemma, forse anch’esso un modo, ancora più sofisticato, di sedurci).

L’algoritmo che governa Google e i social costruiscono attorno a noi uno spettacolo che scambiamo per il mondo.

Abbiamo scelto (?), senza rendercene conto, di regalare la nostra attenzione a chi sa come usarla e manipolarla… meglio di tutti.

Adesso cominciamo, forse, a vedere le conseguenze.

L’incapacità di concentrarsi (come quella di un pesce rosso, come scrive qualcuno), la minore inclinazione a rischiare, scoprire, fare scelte, mettersi in gioco, relazionarsi perché ipnotizzati da uno spettacolo che riempie e dà dipendenza.

Ritrovare l’attenzione è necessario per ritrovare sé stessi e ribellarsi alla dolce schiavitù che ci consegna al vuoto spettacolare della Rete.

Intendiamoci, siamo stati sempre stupidi e cattivi e ci sono stati tanti orrori pre-digitali

Eppure il trasferimento della memoria nel device lo stiamo pagando in termini di attenzione, quella stessa attenzione che ci ha aiutato nell’evoluzione umana.

Abbiamo sempre di meno quel patrimonio personale, fatto di memoria, che ci portiamo dietro e che ci aiuta nella nostra esistenza quotidiana e ad essere… noi stessi.

Dalla intelligenza sequenziale, figlia della lettura e della scrittura, tradizionali ma pur sempre recenti rispetto alla storia dell’umanità, stiamo passando a quella simultanea, sviluppatasi con i media e poi la rete, certamente più primitiva.

Siamo continuamente in rete per acquisire informazioni, ma di questa informazione non sembriamo più in grado di formare un insieme strutturato e la conoscenza é diventata un insieme di frammenti

Nel momento in cui si scrive di Recovery Fund e di come il digitale debba essere trasversale a tutti le linee di azione, dall’Economia Circolare all’Idrogeno, al Reshoring alle Start Up, dobbiamo sperare che se tutte le strade portano il digitale, il digitale non ci faccia perdere la capacità di essere attenti, di non distrarci.

Che ne sarebbe altrimenti dei nostri programmi e progetti?

Per questo faccio qualche proposta, magari da riprendere in un Collegato, in un articolato che accompagni il Recovery Fund:

1) ritrovare l’attenzione e la memoria;

2) mantenere l’intelligenza sequenziale insieme a quella simultanea;

3) non scambiare la Rete per il mondo;

4) in particolare, tutto ciò vale per le giovani generazioni più indifese e meno critiche nei confronti della Rete, che ha prodotto un cambiamento radicale nel rapporto con la scuola e l’educazione;

5) leggere qualche volta un libro o un giornale in carta per ritrovare nella nostra conoscenza quotidiana un equilibrio ecologico;

6) istituire un corpo dei pompieri che salvi la nostra attenzione dall’incendio della Rete.

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