Il solo lascito del confronto tv tra i due candidati vice sarà quello di aver legittimato Pence come nuovo leader del Partito repubblicano in caso di sconfitta di Trump. L’analisi di Lucio Martino, membro del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University

Nel secondo dei quattro grandi dibatti televisivi originariamente previsti nell’ambito delle elezioni presidenziali, la senatrice Kamala Harris e il vicepresidente Mike Pence si sono dati appuntamento a Salt Lake City nello Utah. Posto che quest’anno il numero degli elettori indecisi, distribuiti all’interno di quella decina di Stati che determinano il risultato finale, sembra così ridotto da sfiorare l’irrilevanza, Harris e Pence si sono affrontati curandosi soprattutto di non commettere errori tali da compromettere il sostegno del proprio elettorato, più che con l’obiettivo di conquistare nuovi consensi. Come fatto su Formiche.net nel caso del dibattito tra il presidente Donald Trump e l’ex vicepresidente Joe Biden della settimana scorsa, simili eventi possono essere esaminati sotto almeno tre diverse prospettive.

Per quanto riguarda le dinamiche d’interazione, dall’analisi non si può escludere la moderatrice, Susan Page, e quindi non si può non considerare come anche la sua nomina, come già quella del suo diretto predecessore, Chris Wallace, abbia suscitato non poche perplessità. A torto oppure a ragione, a colpire l’attenzione è stato in particolare il contratto con il quale Page si è recentemente impegnata a scrivere la biografia del leader del Partito democratico, Nancy Pelosi, speaker della Camera. In realtà, la selezione in veste di moderatore di un giornalista politico di carriera si sta rivelando alquanto inopportuna, posto che Trump costituisce un elemento di disturbo per entrambi i partiti e per l’establishment al potere. Page, nel sollevare questioni riprese direttamente dalla campagna elettorale democratica, quali se Trump accetterà una pacifica transizione di potere, e nel non incalzare nessuno dei due candidati, al punto da lasciarli sostanzialmente liberi di non rispondere alle sue stesse domande, ha interpretato un ruolo per molti versi inappropriato. Da parte sua, Harris ha quasi sempre usato le domande della moderatrice quali spunti per improntare i suoi interventi all’attacco dell’amministrazione Trump. Cosa questa che quasi paradossalmente ha facilitato il compito di un antagonista che riesce a dare il meglio di sé proprio quando si ritrova a giocare in difesa. Come sempre in queste occasioni, Pence si è infatti dimostrato particolarmente abile. Non per niente, anche quando ha scelto d’interrompere la sua rivale, e lo ha fatto per dieci volte contro cinque, Pence ha sempre dato l’impressione di farlo a fini strettamente difensivi.

A livello di contenuti non è successo molto che vale la pena di essere ricordato. Spesso introducendo questioni ignorate dalla moderatrice, Pence ha dominato in politica estera e antiterrorismo, ed è riuscito a evidenziare le contraddizioni della sua controparte in materia di tasse, tecniche estrattive e combustibili fossili. Suo il passaggio forse più importante dell’intera serata, perché potenzialmente in grado d’incrinare la grande coalizione sulla quale poggia la candidatura Biden. Vale a dire il momento nel quale ha messo alle strette la senatrice Harris chiedendole, senza ottenere risposta, lumi sul futuro della Corte suprema qualora mai i democratici si ritrovassero a vincere le elezioni. Tuttavia, non è riuscito altrettanto efficacemente a evitare che Harris continuasse a risolvere quest’intera campagna elettorale in un referendum sul modo con il quale l’amministrazione Trump ha gestito la pandemia.

Quanto allo stile della discussione, il dibattito non ha neppure lontanamente approssimato i toni da frontiera raggiunti dai due candidati alla presidenza. Nel suo trincerarsi dietro un’infinita serie di sorrisi e ammiccamenti, Harris ha fatto del suo meglio per evitare di ricadere tanto nello stereotipo del freddo procuratore, quanto in quello dell’angry black woman, ma il risultato non è stato dei migliori. Sebbene ha dimostrato una buona capacità retorica nel dosare parole e silenzi, la sua espressività è sembrata tutt’altro che sincera e i suoi modi hanno spesso sfiorato l’arroganza. D’altra parte, Pence a tratti è sembrato stanco, ma non ha mai dismesso le sue sobrie maniere, non ha mai davvero perso la sua compostezza “presidenziale”, e si è ancora una volta dimostrato in grado di comunicare tanto con lo sguardo quanto con le parole.

Nella sua quasi assoluta mancanza di grandi colpi di scena, il duello tra Harris e Pence non sembra destinato né a incidere sensibilmente sul risultato elettorale, né ad occupare un posto di rilievo nella storia di questo tipo di eventi. Molto probabilmente, la sua unica eredità sarà quella di aver legittimato Pence come il nuovo leader del Partito repubblicano, dovesse Trump uscire sconfitto dalle elezioni del 3 novembre.

Condividi tramite