Nemmeno un Conclave riesce a suscitare la stessa attenzione mediatica di uno scandalo finanziario avvenuto dentro le Sacre Mura. Quello che sta emergendo dalla vicenda londinese e dal caso Becciu rischia di arrecare un danno gravissimo all’immagine della Chiesa cattolica. Solo la ferita degli abusi su minori è più dolorosa di quella causata dagli scandali finanziari che indignano e disorientano i fedeli di tutto il mondo.

Le rivelazioni di questi ultimi giorni, se confermate, tratteggerebbero l’immagine – evocata recentemente dal papa nel saluto alle nuove reclute della Guardia Svizzera – di una situazione da “saccheggio spirituale”. Ma prima di formulare un giudizio tranchant su tutta la Chiesa (e in particolare su tutta la Curia) bisogna fare lo sforzo di non buttare il bambino con l’acqua sporca.

Intanto, non si può sorvolare sul fatto che questa volta, a differenza del passato, la “sporcizia” non è venuta a galla a seguito di denunce esterne o di soffiate dei cosiddetti corvi. Come ha giustamente rivendicato Francesco nel viaggio di ritorno dal Giappone all’indomani dello scoppio dell’affaire londinese, “è la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori”. Ed è vero: l’indagine madre da cui sembrerebbero essere partiti gli inquirenti vaticani per scoprire altre operazioni sospette nella gestione delle finanze della Segreteria di Stato è partita il 2 luglio 2019 da una denuncia presentata al Promotore di Giustizia dal direttore dello Ior, Gian Franco Mammì, insospettito per la richiesta di 150 milioni avanzata dalle parti della Segreteria di Stato per estinguere un mutuo sull’immobile di Sloane Avenue. Da allora la magistratura vaticana, autorizzata dal pontefice, non ha smesso di indagare. Gli anticorpi contro il malaffare, formatisi durante il precedente pontificato e poi sviluppati grazie alle riforme dell’attuale, hanno retto, consentendo a Bergoglio di affermare che “il sistema di controllo ha funzionato”.

C’è un altro aspetto, inoltre, da tenere in considerazione: in occasione dei non pochi scandali in cui è rimasta invischiata la Chiesa negli ultimi decenni era ricorrente l’accusa di omertà. Lo stesso non si può dire per quest’ultimo caso, dal momento che proprio il numero uno della Segreteria di Stato, il cardinale Pietro Parolin, non esitò a parlare di “operazione opaca” già all’indomani della notizia dell’inchiesta aperta dalla magistratura vaticana sull’acquisto dell’immobile di Sloane Avenue. E Papa Francesco in persona, a proposito di quell’affare, non nascose sin da subito di credere che ci potessero essere “indizi di corruzione” e “cose non pulite”, incoraggiando gli inquirenti a fare chiarezza. Più è andata avanti l’indagine, aprendo anche nuovi filoni, più si è rafforzata la decisione papale di usare il pugno duro, anticipando persino eventuali provvedimenti dell’autorità giudiziaria.

Il papa della “Fratelli Tutti” che critica il “dogma di fede neoliberale” e lo “stile di vita consumistico” sa di giocarsi molto sul completamento di quella rivoluzione delle strutture economiche vaticane invocata dai cardinali nelle Congregazione pre-Conclave del 2013 e che contribuì alla sua salita al soglio pontificio. Specialmente nell’ultimo anno, Francesco è apparso consapevole che quest’operazione pulizia, incominciata all’indomani dell’elezione ed inizialmente affidata soprattutto al nuovo super-ministero dell’economia a capo di cui volle il cardinale australiano George Pell, non ha saputo evitare passi falsi. Difficoltà dovute soprattutto all’infedeltà – accertata o meno – di collaboratori nei quali aveva riposto massima fiducia. Lo shock provocato da queste esperienze sembra aver accelerato nel Papa la volontà di mantenere la promessa di rendere una volta per tutte l’economia della Santa Sede una “casa di vetro”. Per farlo si è tornati con maggiore forza alle tre linee-guida indicate all’inizio del pontificato da Pell: trasparenza finanziaria, professionalità ed onestà. Nel segno della trasparenza è la ripresa del processo di adeguamento delle finanze vaticane al sistema di regole internazionali culminata a fine gennaio dalla revoca della sospensione dell’Aif dal sistema informativo internazionale Egmont Secure Web. E all’insegna della trasparenza appare anche il nuovo codice per appalti e contratti che ha inaugurato una gestione centralizzata degli investimenti concentrata nelle mani dell’Apsa con il ruolo di controllo della Segreteria per l’Economia.

La professionalità è ben rappresentata dai curriculum solidi degli esperti laici chiamati nelle cariche di comando delle strutture principali su cui si fonda quest’opera di ristrutturazione delle finanze vaticane: Carmelo Barbagallo, ex capo della vigilanza di Bankitalia scelto come presidente dell’Autorità di informazione finanziaria; Fabio Gasperini, già presidente del Consiglio di Amministrazione di Ernst & Young Advisor nominato segretario dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica. Onestà fa rima con fiducia e in un settore di così delicata importanza come quello economico, Papa Francesco – forse memore delle recenti delusioni – ha deciso di guardare in casa, scegliendo come Prefetto della Segreteria un gesuita come lui, padre Juan Antonio Guerrero Alves. Questo suo confratello spagnolo già ai tempi dell’incarico di provinciale a Castiglia si distinse per la virtù dell’obbedienza e della fedeltà al Papa (all’epoca Benedetto XVI), convinto che si dovesse “andare alle frontiere della fede ma facendolo all’interno della Chiesa ed in comunione con la gerarchia”. Allergico al carrierismo, padre Guerrero ha rafforzato l’idea dell’assunzione dell’incarico ad esclusivo scopo di servizio, optando per la rinuncia al grado episcopale. Indagini, nomine, codici e riforme sono tutti segnali di come Bergoglio appaia in questo momento davvero intenzionato a completare le riforme finanziarie richieste a gran voce dai cardinali riuniti nelle Congregazioni del 2013. Pur in presenza di possibili contraddizioni, lo sforzo di Papa Francesco in questa direzione merita di essere supportato da tutti coloro che hanno a cuore le sorti della Chiesa a prescindere dai legittimi diversi orientamenti pastorali e dalle comprensibili discussioni morali e dottrinali.

È l’esempio dato dal cardinale Pell, reduce da un’odissea giudiziaria vissuta da innocente con l’accusa più infamante cucitagli addosso, che pur avendo ammesso come le sue “opinioni teologiche non coincidono esattamente con quelle di Papa Francesco”, si è congratulato con lui per i “recenti sviluppi” e lo ha incoraggiato a continuare “la pulizia delle stalle in Vaticano”. Nella capacità di dare una risposta pronta ed efficace agli scandali finanziari che la travolgono, la Chiesa si gioca la credibilità agli occhi dei suoi fedeli. Il bilancio 2019 della Santa Sede, con quel 65% di spese in missioni nel mondo, ha dimostrato ancora una volta che la Sposa di Cristo non può permettersi di rinunciare alle due monetine delle tante povere vedove che le consentono di essere da sempre – come da definizione di S. Ignazio di Antiochia – “colei che presiede alla carità”.

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