Le rinnovabili non sono ancora in grado di garantire la produzione di tutta l’energia che ci serve. Il futuro va pianificato e servono ulteriori passi avanti della tecnologia. L’ultima puntata dell’analisi di Gianni Bessi

Credo di avere presentato motivazioni condivisibili sull’esigenza di iniziare una battaglia culturale per liberarci dalla trappola ideologica che contrappone ideologicamente, chiedendoci peraltro anche di compiere una scelta di campo, difesa dell’ambiente e sostegno all’occupazione. Un conflitto inesistente ma che viene alimentato ad arte e conduce a estremismi teorici quali la necessità di abbracciare la decrescita felice come modello di sviluppo o persino di negare l’esistenza dei cambiamenti climatici. E finisce per mortificare la scelta, a mio parere unica, in grado di garantire difesa dell’ambiente e lavoro: una transizione energetica che grazie all’utilizzo di un mix gas-rinnovabili ci possa accompagnare a quel futuro, speriamo non lontano, in cui l’energia sarà prodotta solo da fonti pulite. E che sola può garantire una competitività del paese, dell’Europa e del mondo.

Perché su un punto, nell’anno di grazia 2020, dobbiamo concordare se vogliamo costruire un futuro sostenibile: le rinnovabili non sono ancora in grado di garantire la produzione di tutta l’energia che ci serve. Non lo sono per inadeguatezza tecnologica, non per pigrizia politica. Sono il futuro ma in quel futuro ci dobbiamo arrivare. E va pianificato: non basta prevedere incentivi, servono ulteriori passi avanti della tecnologia.

Un esempio? Nel capitolo dedicato alle rinnovabili del mio libro Gas naturale. L’energia di domani  Luca Longo mi ha aiutato a evidenziare i limiti, i passi in avanti fatti e quelli che si stanno facendo sull’esigenza di bilanciare l’intermittenza delle fonti rinnovabili, solare ed eolico funzionano solo quando, va da sé, c’è il sole e tira vento, con la variabilità della domanda di energia. L’elettricità non si può conservare ma va usata appena la si produce e il problema è ancora più pressante quando viene prodotta da fonti rinnovabili, che non sono efficienti 24 ore su 24. Immagazzinarla sarebbe un’idea, ma decisamente troppo costosa e a che poco sostenibile dal punto di vista ambientale (le batterie usano spesso metalli costosi e difficilmente reperibili e i cicli di produzione e smaltimento sono altamente inquinanti).

Partendo proprio da questo “limite” il dibattito recente si è concentrato sul ruolo dell’idrogeno, che potrebbe essere usato come vettore energetico in forma di gas. Basta fornire elettricità all’acqua in un elettrolizzatore, cioè un dispositivo che trasforma l’energia elettrica in energia di legame chimico smontando le molecole d’acqua, che sono molto stabili, per trasformarle in molecole di idrogeno e di ossigeno, entrambe molto reattive. Invertendo il funzionamento poi l’elettrolizzatore diventa una cella a combustibile che trasforma di nuovo l’energia chimica in energia elettrica consumando le molecole reattive H2 e O2 per produrre stabili molecole di H2O. Quindi le rinnovabili potrebbero produrre idrogeno e si potrebbe ‘immagazzinare’ l’eccesso di produzione di elettricità rispetto alla richiesta per l’uso della rete. Inoltre, l’idrogeno può essere miscelato col gas naturale per ridurre le emissioni e altro ancora. Aspetto negativo quello solito: il costo, ma anche in questo campo stiamo facendo passi avanti. E il tema logistico, della “quantità” da produrre e della sicurezza non è meno problematico.

Molti ecologisti insistono sul concetto che il futuro verde del nostro Pianeta sarà garantito solo a patto di produrre il 100% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. Beh, questo concetto è sbagliato. È veramente difficile pensare di arrivare a una produzione costante h24 grazie alle fonti rinnovabili. E comunque la vera risposta ai cambiamenti climatici non viene dalla produzione di energia al 100% da rinnovabili, ma dalla riduzione delle emissioni dei vettori energetici.

Ricordiamoci che l’elettricità rappresenta il 40% delle emissioni globali di CO2 dei sistemi energetici. Lo dice la International Energy Agency il che significa 13 giga tonnellate di CO2 all’anno, quasi due tonnellate per ogni persona, più del doppio delle emissioni dei trasporti in valore assoluto.

Servono tanti passi avanti tecnologici, ma anche culturali, specie in Italia. Gli “estremismi” e le false speranze vanno superate con una trasformazione culturale, che è l’essenza, se lo leggiamo accuratamente, del documento con cui l’Ue ha definito il “Green Deal”. Il piano cioè che trasformerà l’Ue in una società giusta e prospera, dotata di un’economia moderna ed efficiente sotto il profilo delle risorse e competitiva. Una società che nel 2050 non generà emissioni nette di gas a effetto serra e in cui la crescita economica sarà dissociata dall’uso delle risorse.

Lo stesso Green Deal definisce l’approvvigionamento di materie prime sostenibili indispensabile per lo sviluppo della tecnologia e dell’industria. Ma anche come la tecnologia e l’industria contribuiscano a definire l’approvvigionamento di materie prime sostenibili ambientalmente, economicamente e socialmente.

Quest’ultima specialmente ha bisogno, cito alla lettera il documento della commissione, di “pionieri del clima e delle risorse” per mettere a punto entro il 2030, le prime, e ripeto le prime, applicazioni commerciali delle tecnologie di punta dei principali settori industriali…

Pionieri, una parola che riassume l’idea che conclude la seconda puntata di questa mia analisi. Dove le altre parole/concetti sono idrogeno green da rinnovabili e blu da gas, le celle a combustibile e altri combustibili alternativi, lo stoccaggio di energia e la cattura e l’utilizzo della CO2.

Nell’idea che si debba guardare avanti con la curiosità e, perché no, l’audacia dei pionieri si comprende l’importanza del progetto pilota Eni a Ravenna, la sua candidabilità ai progetti europei collegati al Green Deal. Perché è un progetto che coinvolgerebbe e formerebbe i nuovi lavoratori ‘pionieri del clima e delle risorse’.

Un’ultima considerazione, estremamente importante. La rivoluzione ambientale prospettata dal documento europeo, a mio parere, non si potrà mai fare senza che siano convinti e coinvolti anche gli Stati Uniti. E qui si riapre il ragionamento sullo stato attuale dei rapporti tra Usa ed Europa e sulle differenze nelle rispettive politiche energetiche. Se gli Stati Uniti non concentreranno la potenza economica, militare e scientifica in questa direzione, tutti i buoni propositi europei saranno vani.

Quando gli Usa decidono di mettere in campo know how e investimenti le cose si fanno: pensiamo alla corsa alla Luna, alla quantità di risorse economiche e di cervelli riuniti per raggiungere un risultato che ancora adesso è leggendario. E che ha avuto ripercussioni sull’economia industriale, informatica, telecomunicazioni ecc. mondiale che produsse quell’avventura

Guardando il budget e la struttura di ingegneri e tecnici che la Nasa mise in campo ci faremo una realistica idea che servirebbe una analoga “avventura” a trasformare la nostra società in una economia moderna e efficiente che faccia a meno, totalmente o in massima parte, degli idrocarburi. Ma soprattutto ci serve tempo ricerca e sviluppo.

Ecco un’ennesima prova di quanto valgono le elezioni presidenziali Usa per tutti i cittadini del mondo.

Condividi tramite