Chi comanda fa delle scelte e può essere giudicato non perché ha risolto il problema del virus ma perché non ha fatto tutto e qualcosa l’ha fatta male. La riflessione di Rocco D’Ambrosio, presbitero della diocesi di Bari, ordinario di Filosofia Politica nella facoltà di Filosofia della Pontificia Università Gregoriana di Roma

Insegno in un’università, la Gregoriana di Roma, dove gli studenti provengono da più di 120 Paesi, per lo più tutti colpiti dalla pandemia. Sono tante le domande e le riflessioni sugli aspetti etici delle scelte dei governanti dei nostri Paesi.

Facciamo delle premesse ovvie ma necessarie: la pandemia ha colto tutti di sorpresa, cittadini e politici, è un fenomeno complesso e, spesso, complicato; per quanto esistessero, in alcuni Paesi, specie dell’area Nato o Ue, piani di emergenza per probabili attacchi bioterroristici, la realtà ha superato qualsiasi analisi previsionale; nessuna persona, con un minimo di coscienza, vorrebbe stare al posto di chi comanda; le scelte umane, specie in politica non sono mai perfette, e sempre opinabili e perfettibili; il rapporto scienza e potere ha una lunga storia di luci ed ombre, anche in questa pandemia; nei momenti di crisi si raccoglie, dal punto di vista umano e politico, scientifico come comunicativo quello che si è seminato, come anche viene fuori il meglio o il peggio come il meglio dei singoli, come delle istituzioni.

Questi elementi sono comuni a tutti i Paesi e sono la croce quotidiana di chi detiene il potere e deve fare scelte anche di vita o di morte, o comunque tutelare, al meglio e ovunque, la salute. Per dirla in termini tragico-comici è una passerella mediatica globale in cui sfilano non solo donne e uomini competenti, responsabili, preparati, coscienziosi, esperti, sensibili, ma anche ignoranti, irresponsabili, venditori di frottole, moltiplicatori di fakenews, lupi travestivi da pecore, corrotti e corruttori, cacciatori di consensi, sciacalli, gattopardi e camaleonti e passerella scorrendo.

Davanti a questa complessità e varietà il giudizio etico è complesso. Per quanto le nostre domande siano sinteticamente racchiuse nel classico “È giusto… o non è giusto questo o quello…?”, la risposta non potrà mai essere sintetica perché la realtà è complessa e complicata. Non solo per i mei studenti, ma per tutti, è difficile imparare a individuare soggetti e responsabilità, mezzi usati, finalità preposte, risultati raggiunti, efficacia e veridicità della comunicazione. Come dire: al problema in sé si aggiungono difficoltà di interpretazione e valutazione.

Di una cosa si è certi: l’etica (politica, nel caso) non è una chiacchiera da bar. Al bar pontificano i tifosi: si scherza, si ride e si cerca di andare avanti, nonostante i divieti; il tifo accieca e, in genere, non rende obbiettivi. Qui invece si parla di persone morte e che si potevano salvare, di sanità pubblica distrutta dai vari liberismi di destra e di sinistra, di chi governa per apparire e non per costruire bene pubblico; persino di irresponsabili negazionisti. Responsabilità è, certamente, la parola del momento.

Ma è proprio questo termine a darci un indirizzo etico. C’è in essa una sequenza stringente: Chi – risponde – a chi – in cosa – per quale finalità. La cultura del “piove governo ladro” non può fare valutazioni perché accusa un’entità imprecisa per tutto… persino per la pioggia. Nella chiacchiera da bar il governo “è” Conte e, in genere, ha colpa di tutto, niente escluso.

Ha colpa persino del fatto che dei cittadini non vestano la mascherina. Questo approccio – non ci vuole molto per capirlo – porta a una crescita esponenziale dell’irresponsabilità di diversi cittadini e politici, quanto della diffusione del virus.

Chi comanda fa delle scelte e può essere giudicato non perché ha risolto il problema del virus ma perché, nella situazione concreta e sotto precise condizioni, ha fatto il possibile, ci si augura il meglio, con scienza e coscienza, ma certamente non ha fatto tutto e qualcosa l’ha fatta male. In questa pandemia tutti i governanti hanno sbagliato, ma non in tutto e alla stessa maniera. Trump non è la Merkel. Quindi un giudizio etico se non è ponderato non merita neanche di essere ascoltato.

Chi collabora con chi governa ha un compito estremamente delicato: eticamente è lì per potenziare il bene da realizzare, contenere gli errori e offrire soluzioni alternative e migliori. Penso, in particolare, a tre categorie di persone diverse ma con doveri altissimi di collaborazione: i ministri, i presidenti di Regione e gli scienziati. Non hanno certamente il compito di twittare o apparire in televisione a ogni pie’ sospinto per rivelare che chissà quale divinità, nottetempo, li ha ispirati sulla soluzione migliore. La soluzione migliore è sempre frutto di collaborazione, confronto, dialogo, verifica, riservatezza e lavoro assiduo. La storia della scuola (chiusa o aperta) e del rapporto con i mezzi di trasporto non potenziati la dice lunga.

La critica – si ripete spesso – deve essere costruttiva. Bene, a parte le nobili e rare eccezioni, ma diversi politici, di maggioranza come di opposizione, in genere criticano per apparire, per carpire consensi e gonfiare il loro “io mongolfiera” (Bodei). Prima della critica costruttiva, si deve parlare di critica responsabile: si parla con cognizione di causa, ricordando il proprio ruolo (si è arrivato all’assurdo di politici che sono al governo, ma lo criticano come se fosse un’entità terza rispetto a loro!) e che non siamo al bar o allo stadio, ma in aule, nazionali e regionali, dove si decide del bene e anche della vita e della morte di persone.

Infine la comunicazione. Oggi è cosi determinante da parlare di “infodemia”, cioè di una velocità elevata nella diffusione di falsità, specie sui social. Non abbiamo molti mezzi per difenderci dalla infodemia, se non il buon senso, lo studio, la ricerca e il confronto con amici esperti.

Ho trovato molto illuminante, dal punto di vista etico (sia religioso che laico) la lettura della Fratelli tutti di papa Francesco. Per esempio leggere: una comunità mondiale che “naviga sulla stessa barca” sa che il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli” (n. 32).

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