Lanciarsi con una bicicletta a noleggio giù per la Scalea del Tamburino (quartiere Trastevere di Roma), danneggiandone gli scalini (Il Messaggero, 11 ottobre 2020).

Il fine: farsi notare, a scapito della propria reputazione. Il ragazzo che lo fa è conscio che potrebbe “passare dei guai”. E riecheggia quindi la famosa distinzione penalistica tra dolo eventuale (lo faccio, accetto il rischio di causare danni) e colpa cosciente (di certo non voglio far danni, ma posso lontanamente immaginare che ciò accada).

Serafin coverUccidere la coppietta felice, la cui colpa è appunto aver infastidito il giovane assassino con un entusiasmo fuori luogo. Tutto pianificato nei minimi dettagli.

Il fine: stavolta forse neanche c’è. Una spaventosa assenza di cause. C’è qualcosa di più orrendo (e portatore di terrore sociale) della mancanza dei “perché”? Tutta la disciplina e l’indagine penalistica si reggono infatti sul concetto di concause… Quando sorgono, quando si interrompono. Come si giunge all’evento, come è stato danneggiato il bene giuridico tutelato dalla norma.

E se le concause venissero del tutto elise dalla catena di eventi fattuali?

Noti sono i concetti di comportamento patologico, antisociale, sino ad arrivare alle più gravi forme: devianza vera e propria e, infine… Il crimine. Il delitto, nella sua forma dolosa o colposa.

A ben vedere, il comportamento giovanile è quasi sempre deviante. Quando lo è in maniera sana, si può dire che costituisce la pars construens del tessuto economico-sociale.

Il problema del distacco del giovane adulto dai codici di comportamento che ci si aspetta da lui o da lei risiede nel fatto che il giovane non vuole mai smarrire un proprio peculiare senso di appartenenza. Proviene da una famiglia disagiata? Appartiene a un gruppo di coetanei poco ligio a un modello di azioni accettabili?

Ecco che il giovane non intende rischiare alcunché e preferisce di gran lunga accontentare i suoi leader, rendersi ben accetto, mettere a rischio il proprio buon nome pur di non venire escluso e percepire dunque quel senso di vuoto che la solitudine può causare. L’adulto vi resiste, il giovane no. Il giovane non può accettare di essere solo, o insicuro. Nel suo essere in fase di sviluppo si percepisce la sua massima forza, ma la sua quintessenziale debolezza: è la socialità elevata al suo grado più estremo. Egli deve interagire, vuole dire e fare ciò in cui crede (o in cui crede il capogruppo). Egli… Vuole. Vuole, e basta.

È la forma di volontà pura, così priva di sovrastrutture e cornici ideologiche, che spaventa la persona dotata di buonsenso. Il problema vero è riuscire a distinguere chi ancora è dotato di ragione da chi ha intenzionalmente fatto a meno dello strumento del raziocinio, in vista di obiettivi che, per quanto perversi, rimangono su un piano logico e filosofico semplicemente diversi. Anarchici? Casuali? O da ricondurre a una radice marcia alla base?

IL FOSSO CHE SEPARA I GIOVANI DAGLI ADULTI

Effettivamente, coloro che non hanno raggiunto la maturità (anagrafica) possono considerarsi come portatori di qualche tipo di colpa.

“Hai fatto abbastanza?”, “Ti sei iscritto al tal concorso?”. Sono le domande con cui i giovani vengono continuamente tempestati da adulti pedanti e ottusi, secondo una loro propria visione. I ragazzi divengono così marionette, manovrate da un burattinaio annoiato. Vengono osservati dagli adulti, professionisti affermati, come degli appestati, dei senzatetto cui girare al largo.

La frattura è insanabile? Il giovane è portatore sano di povertà, normalmente e notoriamente non ha soldi né potere. Agli occhi dell’affermato è inutile, se vogliamo generalizzare. In effetti, questa è un’epoca civile, fatta di mezze misure: non si uccide il pericolo, non si glorifica l’eccellenza. Si include, ingurgitando però tutto ciò che capita sotto tiro. Una sorta di vita fast food, cui seguono a vario titolo momenti detox.

Il celebre divulgatore Carlos Castaneda affermò di aver appreso dell’esistenza di questo “Impulso”, una sorta di ragione di vita: un nucleo elettrico, una spinta propulsiva. Del resto, i nativi digitali, le giovani menti, i giovani corpi captano nient’altro che questo: per certi versi nascono con le antennine alzate, consci che qualcosa sta cambiando. Nella loro ingenuità forse non sanno metterlo a fuoco, ma si preparano da un punto di vista spirituale e materiale. Colgono che alcune forme sfilacciate di cultura sono oramai impresentabili e si beano di saperlo e di tenersene lontani.

Insomma: tutti i “nostri ragazzi e ragazze” sono all’erta. Con l’istinto delle migliori gazzelle. Sono, giustamente, sul chi vive, ma questa tensione costante e senza un motivo li sfinisce, consuma tutte le loro energie fisiopsichiche.

Ma… Ancora una volta si dovranno scontrare con strutture stantie, moduli operativi senza senso.

E la loro tensione potrebbe condurli su strade sbagliate. Imboccandone di errate, una dopo l’altra, lui o lei si perderà e perderà in brevissimo tempo il proverbiale senso di sé.

Affermo tutto ciò perché, da narratore, mi è parso di sperimentarlo in prima persona.

Nel mio romanzo, “Il sangue e la sua memoria”, il protagonista Enrico è un trentenne già disilluso e atarassico: si sente irrealizzato e non fa nulla per opporsi a tale situazione patologica. Si rende testimone volontario di fatti che non lo riguardano e interpreta tutto a modo suo, fino a commettere clamorosi errori di valutazione.

Mano a mano che osserva il mondo attorno a sé, il mio personaggio compie gesti sempre più insensati, senza più distinguere il bene dal male. Fino al momento in cui soltanto i suoi lettori capiranno che egli si è spinto troppo oltre.

Forse anche i protagonisti delle recenti cronache avrebbero bisogno di essere ripresi da una videocamera, così da guardare il modo in cui si comportano? Serve forse un regista che documenti le loro gesta?

Sarebbe inquietante, perché allora un’intera fascia generazionale avrebbe perso gli strumenti per ascoltarsi, vedersi e capirsi.

 

 

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