Oggi 6 Ottobre si tiene in video conferenza il Consiglio dei ministri Economici e Finanziari (Ecofin) dell’Unione europea (Ue). Il dispositivo per la ripresa e la resilienza (come in lessico burocratico viene chiamato il Resilience and Recovery Fund (Rrf) è il primo punto all’ordine del giorno. È, però, difficile che i ministri dell’Economia e delle Finanze riescano a sciogliere i nodi sulla consistenza e sui tempi dello Rrf apparsi alla riunione dei capi di Stato e di governo del 2 e 3 ottobre. Tanto più che è in corso una mediazione affidata alla presidente del Consiglio europeo, la cancelliera Angela Merkel, che spera in una nuova riunione dei Capi di Stato e di governo per la fine di questo mese allo scopo di giungere ad una soluzione entro la fine del 2020. È apparso evidente il 2-3 ottobre che soluzione non vuol dire attuazione: per dotare l’Ue di capacità fiscale propria per un Rrf di 750 miliardi di euro è necessario un accordo intergovernativo ratificato dai Parlamenti dei 27 Stati membri. La strada è in salita. Anche se l’Ue fosse un Walter Bonatti, l’Italia non vedrebbe un euro prima del 2022.

Ci sono segnali di una nuova emergenza sanitaria. Se il Partito democratico (Pd) non vuole confermare la sua subalternità ad un Movimento 5 Stelle (M5S) pur in fase di disintegrazione, deve insistere perché l’Italia chieda al più presto accesso allo sportello sanitario del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), di cui su questa testata sono stati esaminati, negli ultimi due anni, gli aspetti giuridici, finanziari e politico.

Come spendere bene i soldi del Mes? Non disponiamo del programma predisposto dal ministero della Salute, programma che speriamo venga pubblicato al più presto. Abbiamo, però, avuto accesso al documento inviato al Cnel della Feder. Spev e della Confedir e redatto da tre esperti di reputazione internazionale: Michele Poerio, Pietro Gonella e Stefano Biasoli.

Dal documento, si possono trarre questi punti principali:

a) Cominciare ad attuare un riassetto del Servizio sanitario nazionale (Ssn) basato su ospedali del futuro che siano centri servizi ad alta tecnologia, piuttosto che un centro degenze, migliorando dopo un attento lavoro di mapping la razionalizzazione ed il miglioramento del patrimonio immobiliare esistente. Ciò richiede circa due miliardi di euro l’anno, ossia per i primi quattro anni otto miliardi che potrebbero essere finanziati dal Mes.

b) Al fine di rendere efficace il funzionamento degli ospedali del futuro, il Mes dovrebbe finanziare le analisi per una loro gerarchizzazione=classificazione al fine di evitare inutili e dispendiosi doppioni, e ciò per massimizzare il raggiungimento degli obiettivi di miglioramento del complessivo sistema ospedaliero.

c) Con il Mes si dovrebbe iniziare un lavoro di farmacogenomica ossia di organizzare, partendo dagli ospedali-centro servizi e dei presidi territoriali, il miglior impiego di farmaci avanzati che offrano la possibilità di attivare terapie così mirate che consentano cure a domicilio o al massimo in strutture protette diffuse sul territorio per monitorarne per qualche ora gli effetti, cure sostitutive di quelle oggi erogate in regime ospedaliero.

d) Il riassetto della medicina territoriale con presidi, ciascuno dei quali serva un bacino di 20.000 abitanti- una spesa specialistica di circa 18 miliardi di euro l’anno il cui avvio potrebbe essere finanziato dal Mes. Si sono fatti esperimenti utili in Toscana, con “Case della Comunità” o “Sanità di iniziativa” che coordinano 12-15 medici uniti in studi aggregati ubicati in una sede di servizio/struttura territoriale unitaria/unica, con la presenza di 12-15 infermieri, di 6-8 terapisti della riabilitazione e di 3-4 unità amministrative. Ciò darebbe concreta attuazione alla indispensabile continuità assistenziale, condizione basilare per contrastare con successo – anche in termini di sostenibilità economica – la sfida dei prossimi decenni: la Long Term Care.

Queste misure sono le fasi iniziali di un progetto organico di riforma e miglioramento del Ssn – a quaranta anni dalla sua istituzione. Esse presuppongo l’integrazione della tessera sanitaria di ciascun italiano con un microchip o con una chiavetta Usb contenenti i dati anagrafici (accessibili con una password) e i dati clinici (accessibili con una seconda password), che resterebbero in mano sempre al cittadino. Nel primo caso (microchip) sarebbe necessario un lettore specifico. Nel secondo caso (chiavetta) si potrebbe utilizzare qualsiasi computer. I dati clinici conterrebbero la diagnostica patologica nota; il numero dei ricoveri ospedalieri nell’ultimo decennio; le allergie; le indagini radiologiche più recenti e i principali parametri di laboratorio; i farmaci di uso abituale; i codici di eventuali esenzioni per patologia. La compilazione avverrebbe in sede distrettuale, con validazione da parte del medico del distretto, inclusa la privacy. I dati dovrebbero essere protetti: le loro modifiche dovrebbero essere attuate solo da medici.

A queste fasi iniziali si dovrebbero aggiungere, a valere sul Rrf quando sarà disponibile, l’attuazione di misure finalizzate a percorrere virtuosamente la strada della appropriatezza “delle prestazioni (per far sì che il cittadino -utente stia nella struttura – o segua la cura – adeguata in relazione al proprio bisogno sanitario del momento) nonché della qualità” delle prestazioni (per far sì che gli esiti delle cure e il grado di soddisfazione individuale siano i più elevati obiettivamente possibili), e ciò al fine di attuare un radicale ed effettivo cambiamento attraverso due principi fondamentali:

– “fuori dagli ospedali le cure delle patologie croniche,

– “fuori dagli ospedali l’assistenza specialistica ambulatoriale.

Ciò implica poliambulatori regionali ad alta tecnologia da attivare/costruire nel territorio senza ulteriori indugi con un rapporto di uno ogni 300/400 mila abitanti, dotati di adeguate e necessarie attrezzature medico sanitarie, ivi comprese le grandi attrezzature elettro-medicali quali Tac e Rmn, e ciò per allargare ed accrescere le capacità di risposta con l’obiettivo di abbattere le liste di attesa create dall’imbuto delle strutture ospedaliere impegnate, e non potrebbe essere altrimenti, dalla prioritaria esigenza di evadere in primis le prestazioni dovute ai pazienti ricoverati. In questi poliambulatori, ove sono presenti i medici ospedalieri che vi operano anche in libera professione d’azienda, sussiste la garanzia – importanza fondamentale ed irrinunciabile – di qualità e sicurezza delle prestazioni al pari di quanto avviene in ambito ospedaliero.

L’altro pilastro della riforma riguarda l’Assistenza domiciliare integrata (Adi), realtà ancora in stato di arretrata attuazione, dato che tratta mediamente 47 pazienti ogni 1.000 anziani residenti, un target che va aumentato gradualmente perché vada verso i livelli assicurati nelle due regioni (Emilia Romagna e Toscana) che esprimono il modello più virtuoso con 101 e 103 casi per 1.000 anziani residenti.

Queste sono le parti più urgenti di un programma che include proposte specifiche per le residenze sanitarie assistite e la salute mentale, di cui tratteremo.

Condividi tramite