Altro che rivoluzione liberale. “Alla Lega serve un nuovo Gianfranco Miglio. Gente che pensa, studia, elabora un pensiero”. Giulio Sapelli è un fiume in piena. Economista e storico della Statale di Milano, intellettuale di rango, poliedrico, piemontese doc, due anni fa è stato chiamato da Matteo Salvini per fare il premier prima che venisse scomodato un certo Giuseppe Conte. Poi le cose sono andate diversamente, “e forse è meglio così”, dice sempre lui. Con Salvini è rimasta l’antica consuetudine, quella del professore che consigliava tutti i mesi all’allievo e militante un libro da leggere. “Dovrei riprendere a farlo”.

Professore, la Lega cala nei sondaggi, litiga, resta all’opposizione. Studente bocciato?

Ma no, nessuno toglie a Salvini i suoi meriti. Ha intercettato per primo la crisi dell’ordoliberismo. Sono dieci anni che in Europa non si raggiungono tassi di occupazione onorevoli, l’Italia è penalizzata dall’equilibrio di potenze. Ha saputo dare alla Lega una torsione, trasformandola in un partito nazionale.

Ci è riuscito?

In parte sì. Ha sbagliato la discesa al Sud, cercando un consenso troppo rapido in una terra dove, la storia insegna, gran parte delle masse disoccupate tifa sempre per il governo. Prima di salire in auto, dovevano leggersi Fortunato, D’Orso, Gramsci, Amendola, De Rita. Poi potevano mettere in moto.

Poco male. Ora vuole fare la “rivoluzione liberale”.

Per carità. Io sono un vecchio torinese di formazione gramsciana. Giù le mani dalla rivoluzione liberale. Non so chi gli abbia consigliato quella frase. Chiunque sia, non ha mai letto Piero Gobetti, e non conosce l’Italia. Perfino Berlusconi non si è mai spinto a tanto. Al massimo parlava di partito neo-liberale. La cultura è un nervo scoperto della Lega.

Di tutta la Lega?

Se non tutta, quasi. Anche a Giorgetti manca un pensiero politico. Bossi ce l’aveva. Cisalpino, federalista, a tratti anche secessionista, ma pur sempre pensiero. Questa Lega non ha alle spalle una meditazione intellettuale. Non ha più padri, è orfana. Sa di cosa avrebbe bisogno?

Di cosa?

Di una costituente politica che raduni tutti gli intellettuali conservatori. O mette in piedi un pantheon di pensatori, o continuerà a pestare l’acqua nel mortaio. La storia insegna. Senza De Gasperi non ci sarebbe stata la Dc, senza Sturzo il Ppi, senza Gramsci e Labriola il Pc e i socialisti.

Il sovranismo non funziona più?

Il sovranismo è una stupidaggine. Anche il ministro degli Esteri di Macron, Jean-Yves Le Drian, chiede un “sovranismo europeo”. La verità è che se la Lega non si libera dall’abbraccio mortale dei Le Pen, Kurz, Orban, cioè i peggiori nemici dell’Italia quando si parla di economia ed equità, in Europa non conterà nulla.

Sapelli, lei ha capito dove vuole andare Giancarlo Giorgetti?

Sta cercando di rimettere la Lega sul suo asse storico.

Quale?

Un partito di produttori, interclassista, che un tempo aveva una tradizione intellettuale. Per intenderci, quello di Gianfranco Miglio, antifascista, fondatore di un giornale chiamato Cisalpino, che ha ereditato la tradizione federalista italiana e si ispirava a Cattaneo.

Una forza di centro?

Non potrebbe essere altrimenti. D’Alema diceva che la Lega era di sinistra, perché Bossi veniva da lì. Oggi servirebbe una Lega né rivoluzionaria né conservatrice. Un grande partito interclassista del lavoro.

Quindi?

Quindi Giorgetti vuole tornare alle origini. Cioè superare il più grande errore di questi anni: aver aderito alla coorte anti-euro. Essere contro l’euro significa tifare il disordine. Significa, soprattutto, terrorizzare il centro produttivo, l’industria manifatturiera, i piccoli e medi imprenditori.

Obiettivo Ppe?

Non credo che Giorgetti voglia portare la Lega dentro al Ppe. Penso invece che abbia capito il vero nodo da sciogliere: il futuro della Cdu. Se non cambia la Germania, non cambia nessuno. Al modello Merkel e del suo aspirante successore Laschet la Lega deve rispondere con un modello alternativo. Un partito transnazionale dei produttori che metta al centro la reindustrializzazione dell’Europa.

Esiste già?

Non ancora, esiste chi lo cerca. Ci sono i bavaresi, la Confindustria tedesca, la parte produttivista e non assistenzialista della Spd. La Lega può diventare un simbolo europeo. E battersi per la battaglia più grande.

Cioè?

Una Costituzione europea. Nessun partito ha fatto suo questo principio. Non si può continuare a governare centinaia di milioni di cittadini senza una carta costituzionale. Dobbiamo decidere se vogliamo un’Europa federale o confederata.

Giorgia Meloni si sta muovendo meglio in Ue?

Ha imboccato la via del conservatorismo europeo, cura meglio le relazioni internazionali, gode di stima negli Stati Uniti. È vero, certe radici sono dure da tagliare. Ma la strada è quella giusta. Come Fini quando andò per la prima volta a Gerusalemme, anche lei sta abbattendo tanti tabù. I gesti contano.

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