Violazioni e denunce continue. Il non-stop alle armi tra Armenia e Azerbaigian non dispiace a Mosca, che aspetta l’evoluzione prima di giocare il proprio peso politico nella regione

L’Armenia e l’Azerbaijan hanno annunciato una tregua umanitaria (mediata attraverso la Croce Rossa internazionale per portare aiuti nel Nagorno-Karabakh) che a poche ore dell’entrata in vigore è già stata violata da entrambe le parti — che ufficialmente dicono di aver colpito solo postazioni militari e in forma difensiva.

Già il 10 ottobre scorso le parti erano arrivate, con la mediazione russa, a un’apparente mediazione per il cessate il fuoco umanitario. Ma la ripresa delle violenze nell’area contesa (iniziata il 27 settembre scorso nella regione a maggioranza armena che rivendica indipendenza dall’Azerbaigian) non sembra fermarsi. Armenia e Azerbaijan si continuano a scambiare accuse reciproche di violazione.

Scontri che continuano anche e nonostante il pressing insolito francese. Da Parigi è infatti arrivata una dichiarazione dell’Eliseo in cui si afferma che l’accordo di ieri è arrivato “dopo la mediazione francese degli ultimi giorni ed ultime ore, in coordinamento con i co-presidenti del gruppo di Minsk”, che comprende Parigi, Mosca e Washington.

D’altra parte, oltre alle ragioni interne, sul conflitto pesa il ruolo di attori esterni. Per primo quello della Turchia. Lunedì al parlamento di Baku parlerà il presidente dell’assise turca dopo che Ankara ha annunciato un sostengo “incrollabile” all’Azerbaigian secondo la dottrina “una nazione, due stati” — la continuità etnica culturale rivendicata da turchi e azeri. La Turchia promette “qualsiasi tipo di sostegno”, su una guerra in cui vive interessi strategici di penetrazione nel Caucaso. Reale fattore di cambiamento nel conflitto attuale rispetto i precedenti, l’intervento diretto di Ankara a sostegno di Baku non si sta traducendo in una reazione analoga da parte di Mosca, sebbene collegata sull’altro fronte da accordi di cooperazione (anche militare) con Erevan.

Il punto è però che il Cremlino non ha interessi nell’aumentare il proprio coinvolgimento: sia perché non ha rapporti idilliaci con il governo Pashinyan (che in passato ha anche pensato di spostare l’asse geopolitico armeno verso l’Ue), sia perché la Russia ha interessi e rapporti con l’Azerbaigian (e non ha intenzione di inquadrare Baku come un nemico), e infine perché davanti all’accelerazione turca Mosca è rimasta in parte spiazzata (ma non vuole stressare le relazioni controverse Erdogan-Putin).

D’altra parte, la Russia non accetterà una sconfitta davanti alla Turchia, dunque potrebbe accettare di lasciare spazio agli azeri per poi portarli a una forma di accordo e stabilizzazione che non dispiaccia troppo agli armeni (sebbene li potrebbe far uscire indeboliti). Un ruolo mediano per il Cremlino, con cui far valere ancora la propria influenza come primaria nella regione; influenza che d’altronde esiste realmente, dato che Mosca ha in mano il pulsante dell’escalation, potendo dar luogo sull’attivare o meno i protocolli di difesa che condivide con l’Armenia.

 

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