Dal 1618 al 1648 l’Europa venne sconvolta dal conflitto senza quartiere tra protestanti e cattolici. Dopo la fine del ciclo delle crociate che aveva visto esplodere il primo conflitto tra cristiani e arabi, quella che poi è stata definita dagli storici la “Guerra dei trent’anni” è stata la prima e più grave contrapposizione armata tra le due grandi anime del Cristianesimo, ma non è stata certamente l’ultima guerra di religione.

La Guerra dei trent’anni terminò con la pace di Westfalia che sancì la nascita degli Stati Nazione europei e, epilogo paradossale per una guerra scatenata da motivi religiosi, sanzionò la fine del controllo esercitato dalla Chiesa sui regni cristiani e stroncò, prim’ancora che si manifestasse apertamente, qualsiasi tentativo del clero protestante di ingerirsi negli affari della politica. Da allora i centri di gravità dei conflitti su base (anche) religiosa si sono spostati verso il confronto Islam-Ebraismo (le guerre arabo israeliane della seconda metà del XX secolo) e verso il confronto- scontro tra Islam e Cristianità.

I conflitti di natura religiosa tendono ad essere feroci e sanguinosi perché nessuna delle parti in causa appare disposta a una mediazione con una controparte considerata apostata o comunque “infedele”.

Di fronte a un’opinione pubblica internazionale distratta dalle preoccupazioni per l’epidemia di Covid, si è riacceso con violenza lo scorso 27 settembre il mai sopito, o tantomeno risolto,  conflitto trentennale per il controllo del Nagorno Karabakh, una guerra dei trent’anni su scala ridotta, perché confinata nelle propaggini del Caucaso meridionale, che vede contrapposti l’Azerbaijan musulmano e l’Armenia cristiana con quest’ultima che reclama il controllo de iure di una regione, il Nagorno appunto, che già controlla di fatto pur essendo il suo territorio totalmente inglobato nei confini azeri e privo di qualsiasi comunicazione geografica con la contestata madrepatria armena. Il conflitto, come vedremo, ha radici antiche e profonde, ma è denso di implicazioni geo strategiche che potrebbero provocare danni e tensioni extraregionali di portata potenzialmente molto pericolosa.

Radici antiche e profonde, dicevamo, che in questo caso possono anche essere definite le “radici del male”. Alla fine degli anni 20, Stalin, deciso a stroncare ogni velleità nazionalista delle varie anime che componevano l’immenso impero sovietico, prese misure drastiche per impedire che le diverse etnie pan russe creassero problemi politici e, con la consueta mano di ferro, decise di trasferire intere popolazioni a migliaia di chilometri dai loro insediamenti storici per eliminarne le radici etniche e culturali. Ceceni, Cosacchi e tedeschi vennero dispersi ai quattro angoli dell’impero mentre, per tenere sotto controllo le possibili pulsioni autonomiste armene il dittatore sovietico decise, all’insegna del più classico “divide et impera”, di assegnare la giurisdizione politica e amministrativa della regione autonoma del Nagorno Karabakh – abitata da popolazioni armene e cristiane – alla Repubblica Socialista dell’Azerbaijan, popolata da azeri di religione musulmana.

Il regime comunista in Russia, come del resto accadde anche nei Paesi satelliti (si veda l’esempio della Jugoslavia di Tito), riuscì a contenere, anche con l’uso spregiudicato del Terrore e della pulizia etnica, ogni istanza nazionalista da parte di tutte le diverse etnie che componevano l’impero, ma questa operazione perse vistosamente colpi quando, nella seconda metà degli anni ottanta del novecento, la pur cauta campagna di modernizzazione del Paese e l’avvio di timide riforme liberali da parte di Michail Gorbaciov con la sua Perestroika,  provocò contraccolpi inattesi nelle relazioni tra armeni e azeri. Odi e ansia di revanche mai sopiti tornarono alla luce grazie alla diminuzione delle misure oppressive e repressive che, fino a quel momento, avevano contribuito a mantenere in vita il regime dei Soviet. Iniziò a venir meno la coesione politica e amministrativa che aveva trasformato L’Unione delle Repubbliche in un corpo unitario e le spinte all’autonomia si fecero sempre più pressanti.

In questo clima, nel 1988 il parlamento regionale del Nagorno Karabakh votò una risoluzione che sanciva il ritorno della regione nella sfera amministrativa della Repubblica armena, la “madrepatria cristiana”.

Da quel momento la tensione tra armeni e azeri è cresciuta progressivamente, con scontri isolati e violenze interetniche, per sfociare in guerra aperta nel 1991 quando, immediatamente dopo la dissoluzione dell’Urss, gli armeni dichiararono formalmente l’annessione della regione contestata del Nagorno Karabakh alla Repubblica dell’Armenia scatenando un conflitto sanguinoso (oltre 30.000 morti, tra militari e civili) contro il vicino Azerbaijan, un conflitto durato fino al 1994.

Di fronte all’incapacità del governo di Boris Yeltsin di ricondurre le parti in lotta alla ragione e al negoziato (categorie, queste ultime, che stentano a farsi strada in conflitti etnico-religiosi) e di fronte all’ormai consueta incapacità dell’Onu di dirimere, con le buone e con le cattive come sancisce la sua Carta costitutiva, il conflitto azero-armeno, intervenne nella vicenda l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (Osce), sotto i cui auspici venne costituito, nel 1992, il “Gruppo di Minsk”, un tavolo permanente di trattative, gestito da Francia, Federazione Russa e Stati Uniti.

Nonostante l’impegno del Gruppo di Minsk, la guerra tra armeni e azeri è proseguita fino al 1994, quando è terminata – senza la firma di alcun accordo di pace – dopo che gli armeni hanno assunto il controllo militare del Nagorno Karaback e dopo che oltre un milione di persone ha dovuto abbandonare le proprie case, un duplice esodo che ricorda quello seguito alla divisione tra India e Pakistan, con gli azeri che, come musulmani e indù, hanno abbandonato agli armeni le loro terre e armeni che sono tornati a occupare case e territori che ritenevano gli fossero stati sottratti ingiustamente dalle manovre staliniane.

Il fuoco del conflitto ha covato sotto la cenere, con scontri e aggressioni armate per oltre un decennio, per riesplodere, senza apparenti cause scatenanti, nell’aprile del 2016.

Gli osservatori internazionali sono rimasti perplessi di fronte a questa ripresa delle ostilità: decine e decine di soldati delle due parti morti senza motivo apparente o scatenante. Secondo alcuni osservatori specializzati in questo strano e arcaico conflitto, le cause della ripresa delle ostilità erano da ricercarsi nella volontà degli stati maggiori contrapposti di “guadagnare terreno” e di sottrarre al nemico il controllo di aree strategiche. Secondo altri, e forse più attendibili osservatori internazionali, la ragione del riaccendersi del conflitto doveva essere ricercata all’interno delle leadership armena e azera. Ambedue in piena crisi economica per il crollo del mercato internazionale (e dei prezzi) del petrolio greggio, ambedue i governi avrebbero dato mano libera ai rispettivi “mastini della guerra”, per ricompattare opinioni pubbliche disorientate e scontente per il crollo dell’economia. Islam, petrolio e Cristianesimo: questi gli ingredienti esplosivi di una situazione pericolosa e, apparentemente, irrisolvibile. A Baku, capitale dell’Azerbaijan, sflilano per settimane, mesi o anni, folle di cittadini benpensanti che ostentano cartelli in lingua inglese sui quali è scritti:” Karabakh is Azerbaijan”.

A Erevan, capitale dell’’’Armenia”, persone simili, ma di religione diversa e nemica chiedono in inglese “Freedom for our Brothers of Karabakh”.

Intanto il fuoco continua a covare sotto la cenere: l’Armenia ha il controllo de facto della regione contestata. Questa a sua volta è totalmente all’interno dei confini azeri, senza alcun corridoio che la colleghi con la “casa madre” armena.

Il conflitto interetnico e interreligioso è ulteriormente complicato da fattori geopolitici.

La Turchia è un partner storico dell’Azerbaijan, abitato da musulmani di origine turcomanna. La Turchia è stata il primo stato a riconoscere la repubblica dell’Azerbaijan nel 1991 e, a tutt’oggi, non ha ancora riconosciuto la repubblica armena, forse perché questa conserva il nome e l’orgoglioso ricordo che la collega al genocidio armeno del 1916-1920, quanto i turchi convinti dell’infedeltà degli armeni e della loro vicinanza allo Zar di Russia, ne sterminarono sbrigativamente circa un milione.

La posizione di Mosca nei confronti del conflitto e dei belligeranti è più ambigua: da un lato, la Russia sostiene le legittime aspirazioni del popolo armeno; dall’altro, per non entrare in aperto conflitto con Erdogan, col quale gioca una complicata partita in Siria e in Libia, Vladimir Putin evita di usare toni minacciosi o ultimativi nei confronti dell’Azerbaijan – al quale continua a vendere armi – e tenta di mantenere un’equidistanza tra le parti in conflitto che, se non gli attira gli strali dei turchi, lascia ovviamente perplessi gli armeni.

Il fuoco, come dicevamo, ha continuato a covare sotto la cenere, fino allo scorso 27 settembre quando, senza cause scatenanti apparenti o evidenti, armeni e azeri hanno ripreso le ostilità, con l’uso di armamenti sofisticati, come droni armati o missili a lunga gittata, che hanno causato decine di morti tra i soldati e tra i civili delle due parti.

Come detto, le ragioni della ripresa delle ostilità non son chiare: manca la provocazione diretta o la causa scatenante.

Molti osservatori però stavolta puntano direttamente l’indice contro la Turchia e il suo presidente, Tayyp Recep Erdogan.

Questi potrebbe aver inserito il problema del Nagorno Karaback nel complesso gioco di scacchi geopolitico nel quale è impegnata la Turchia del “nuovo” e aggressivo presidente. Questi, conscio del peso che il suo ruolo nella Nato ha nella dialettica con Stati Uniti ed Europa – che evidentemente non se la sentono di esigere un po’ di correttezza da un partner tanto indisciplinato e ingombrante, quanto spregiudicato e aggressivo – non esita a fare il comodo suo e gli interessi del suo Paese in Siria, in Libia, nel Mediterraneo e nel Mar Egeo. Dal controllo dello scacchiere siriano orientale alla ricerca di nuove fonti di energia, Erdogan gioca spericolatamente su più tavoli, senza tuttavia sfidare apertamente la Russia, ma non esitando a farsi beffe delle proteste dei partner europei e americani.

Un gioco spregiudicato che potrebbe aver indotto Erdogan a sollecitare i suoi alleati azeri a riprendere le ostilità contro gli armeni lo scorso 27 settembre, per poi far accettare ai contendenti il cessate il fuoco del successivo 9 ottobre: una mossa che lo qualificherebbe come interlocutore obbligato e privilegiato del Cremlino, di fronte all’evanescenza geopolitica di Europa e Stati Uniti. La prima è sotto scacco per la pandemia, mentre i secondi pensano solo alle prossime elezioni. In questo vuoto di idee e di interventi, la situazione nel Caucaso meridionale con le sue esplosive possibili implicazioni in tema di produzione e di esportazione di fonti energetiche resta nelle mani di russi e turchi, liberi di cercare accordi o mediazioni ritenute favorevoli a scapito, ovviamente della concorrenza.

Un tempo, pensiamo ai tempi di Enrico Mattei, l’Italia avrebbe tentato di giocare un proprio ruolo in uno scacchiere così delicato come quello del Caucaso, non solo per difendere i propri interessi economici e commerciali, ma anche e soprattutto per cercare nuove opportunità di sviluppo per le proprie imprese, pubbliche e private. Ma l’Italia di Mattei è lontana: oggi non riusciamo a inserirci in un focolaio di tensione alle porte di casa, come la Libia e non riusciamo a riportare a casa 18 pescatori di Mazara del Vallo detenuti illegalmente dal signore della guerra di Tobruk, Khalifa  Haftar.

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